Carmine Torchia NON C’È PIÙ NIENTE

1. Alla scuola della poesia (Préface) (Ferré-Medail)
2. Gli anarchici (Les anarchistes) (Ferré-Medail)
3. Il cattivo seme (La mauvaise graine) (Ferré-Torchia)
4. L’oppressione (L’oppression) (Ferré-Torchia)
5. Muss en sein? Es muss sein! (Ferré-Armellini)

6. La memoria e il mare (La mémoire et la mer) (Ferré-Torchia)
7. Gli anarchici (tema) (Ferré)
8. La speranza (L’espoir) (Ferré-Torchia)
9. Thank You Satan (Ferré-Torchia)
10. La solitudine (La solitude) (Ferré-Medail)
11. la Marsigliese (La Marseillaise) (Ferré-Torchia)
12. No grazie (Sans façon) (Ferré-Torchia)
13. Non c’è più niente (Il n’y a plus rien) (Ferré-Medail)

Produttore:

  • Matteo D’Alessandro – produzione
  • Mathieu Ferré – produzione esecutiva per La mémoire et la mer
  • Daniele Fiaschi – produzione
  • Matteo Frullano – produzione
  • Filippo Grilli – riduzione ed esecuzione della partitura originale per voce e pianoforte (7)
  • Adriano Modica – postproduzione; co-produzione (12)
  • Carmine Torchia – produzione
Arrangiatore:

  • Léo Ferré – direzione orchestra campionata nel finale (13)
Musicisti:

  • Alessandro Bartalini – cori (3)
  • Matteo D’Alessandro – batteria
  • Luca De Carlo – tromba (8)
  • Mattia De Minicis – tuono (4); clarinetto, campanelli e shaker (5)
  • Daniele Fiaschi – chitarre elettriche
  • Matteo Frullano – organo, sintetizzatore e piano elettrico (10)
  • Enrico Gabrielli – sax tenore, clarinetto e archi (9)
  • Filippo Grilli – pianoforte (7);
  • Adriano Modica – chitarra elettrica, organo Farfisa, sintetizzatore, vibrafonette, percussioni (12); Mellotron (5, 8); sintetizzatore (13)
  • Carmine Torchia – voce, basso, chitarre classiche e acustiche, qualche chitarra elettrica, sintetizzatori, pianoforte, piano elettrico, programmazioni
Registrazioni:

  • Lo studiolo – Barberino Tavarnelle – Firenze – registrazioni (aprile 2023)
Tecnico del suono:

  • Matteo Frullano – registrazioni
Fotografie, Grafica, Immagine:

  • Enrico de Angelis – scritto di prefazione (Senza bavaglio, senza museruola)
  • Mathieu Ferré – scritto di prefazione (Paris-Sersale A/R)
  • Linda Fierro – progetto grafico, grafica e impaginazione
  • Michela Franzoso – fotografie in studio
  • Tommaso Le Pera – fotografia di copertina
  • Leonardo Sani – foto di pagina 29 del libretto
  • Andrea Satta – scritto di prefazione (Ferré sul 38° parallelo)

Note e Curiosità:
– Confezione a libro con libretto spillato di 70 pagine.
– Tristan, Nicolas e Charlotte: voci in Il cattivo seme.

Dove trovarlo: vai al negozio di Block Nota

Recensione:
Più hanno gridato, più hanno ancora fiato… emblematico vessillo di Ferrè che Torchia interpreta con grande passione nel nuovo album composto di 13 pezzi uscito a fine novembre.
Un album politico e poetico allo stesso tempo. Oltre ai brani un libretto con i testi e le prefazioni di Enrico De Angelis. Un entrare a mani nude nella terra di Ferrè degli ultimi anni, quella del Chianti, rivelandone tutta la forza espressiva attraverso una rivisitazione ricercata, un timbro penetrante e spesso recitativo, una cassa armonica tagliente e corposa. Un disco pensato con il figlio di Ferrè, Mathieu, con un meticoloso lavoro di selezione dei testi e di arrangiamenti. Da Carmine sono stati tradotti sette brani di cui non esisteva la versione italiana. Architetto di parole, un cuore rock che guarda il cielo e che spesso parla attraverso il suo cane Rùanzu, un disegno che è diventato negli anni un compagno fedele al quale affidare l’anima.
Una personalità eclettica che traccia armonizzazioni di qualità altissima permeando di eleganza tutti i suoi lavori.
Rossana Ghigo (Vinile 38, aprile 2024)

Carmine Torchia è nato a Catanzaro, cresciuto a Sersale e vive a Milano. Scrive canzoni, produce dischi, spettacoli e mette in musica i poeti. Due righe veloci che servono ad inquadrare un artista poliedrico e che ci aiutano a presentare il suo nuovo lavoro. Nel dicembre 2023 ha infatti pubblicato il libro-cd Non c’è più niente – Carmine Torchia per Leo Ferré, suonato e cantato con Daniele Fiaschi e Matteo D’Alessandro (e con la presenza di diversi ospiti). Un album ‘politico’, nato dalla collaborazione con La mémoire et la mer che lo ha prodotto assieme a Nota, l’etichetta discografica friulana di Valter Colle, con Edizioni Peermusic Italy. Un lavoro di traduzione e rielaborazione musicale supportato dalla famiglia del cantautore francese, che era anche compositore, scrittore, artista impegnato in nome della libertà, anarchico con la A maiuscola, che si ispirava ai francesi “maudit” come Baudelaire, Verlaine, Rimbaud ma era anche affascinato dagli italiani Pavese e Testori; autori che nel tempo ha musicato e portato in scena nei suoi recital.
Ed è restando proprio nell’ambito del recital, che si alterna al canto, che si colloca questo tributo, frutto di uno studio e una frequentazione accurata e sentita con l’universo di uno dei giganti della musica d’autore francese. La traccia che apre l’ascolto è la prefazione Alla scuola della poesia. Torchia (qui sotto nella foto) sembra quasi canalizzare l’anima di Ferré, restituendoci un ritratto vivido e attuale attraverso le parole che hanno costruito le sue opere. L’ascolto risulta intenso e attento; il senso delle liriche crea una varietà di immagini e sensazioni che abbattono quei muri che aprono le porte dell’introiezione.
Sono tredici le canzoni selezionate da Mathieu Ferré, figlio di Léo. Sono state tradotte in italiano, alcune per la prima volta, come Il cattivo seme, Thank you Satan, No grazie, La Marsigliese e La speranza. Brani che vengono interpretati fedelmente con lo stile originale e personale di Carmine Torchia. Forse non è un album di facilissimo approccio, soprattutto per chi non ha mai affrontato la produzione autoriale di Léo Ferré, che con le sue inquietudini ha sempre raccontato la forza e la malinconia di un poeta ribelle, visionario, schietto, che non le mandava a dire. Ma già ad un secondo ascolto si inizia ad entrare meglio nel suo mondo e ad agevolare il tutto, nel piccolo libro che accompagna il cd, sono presenti i testi dei brani tradotti (oltre a quelli originali) più tre interventi che aiutano la comprensione. Il primo è ‘Paris-Sersale A/R’ scritto da Mathieu Ferré che introduce, spiega e “benedice” questa scelta operata da Carmine Torchia, accomunandolo alla figura di Caronte che traghetta l’ascoltatore alla scoperta di parole, di ‘Amore e di Libertà’. Segue poi Edoardo De Angelis in ‘Senza bavaglio, senza museruola’ permette di entrare maggiormente in connessione con il mondo e il pensiero di Léo, raccontando le sfumature che hanno caratterizzato i suoi testi e infine Andrea Satta, in ‘Ferré sul 38° parallelo’ rivela come Torchia sia riuscito a interpretarlo, attraverso una lettura poetica non convenzionale.
C’è chi sostiene che “Tradurre è un po’ come tradire”, tuttavia, questi testi nello scambio linguistico riescono a mantenere intatta la connotazione originale e vengono enfatizzati da un tappeto sonoro e da elementi che creano un’atmosfera elettrizzante. È il caso, ad esempio, del brano (recitato) La solitudine accompagnato dal suono della chitarra elettrica che gli dona un’anima rock. E di Non c’è più niente, un testo surreale, che nella versione originale ha una durata di oltre 15 minuti. Torchia lo amplia fino a farlo arrivare a circa 18 minuti, offrendo una suggestiva rilettura che scorre su un loop creato da un giro armonico-psichedelico, portandoci a scoprire (o riscoprire) parole che sembrano scritte oggi e che invitano a capire che in quel “non c’è più niente” si cela invece un tutto. Un concetto che ritroviamo nelle parole di Léo Ferré (qui in alto in una foto di repertorio) che compaiono anche sulla quarta di copertina dell’album: “Nasci solo muori solo, tra i due, ci sono avvenimenti, avvenimenti che spero tu scelga, perché la maggior parte delle volte questi avvenimenti ti vengono imposti, quindi fai tutto quello che puoi per mantenere questi avvenimenti per te stesso”.
Annalisa Belluco (L’Isola che non c’era, 2024)

Questa meraviglia va tra gli album di interprete migliori dell’anno, senza esitazione alcuna. Un approccio, quello di Carmine, di vero amore, di curata e millimetrica manipolazione, di convinto rispetto e attenzione per questa materia lavica e oscura, potente e disperata, che ti affama e ti sfama, che strappa pelle e flaconi di sangue, che ti fa venire la pelle d’oca e ti costringe e rivedere modelli e convinzioni, comportamenti e approcci. E’ cosa che riesce davvero a pochi. Alle traduzioni di Enrico Medail e Guido Armellini il cantautore calabrese, mettendoci tutto se stesso, aggiunge di suo pugno, per la prima volta in italiano, sotto l’attenta supervisione di Mathieu Ferré, Thank you Satan, La Memoire et la Mer, Sans Façon, L’Oppression, L’Espoir, la Marseillaise e, mai incisa da Léo, La Mauvaise Graine. Carmine Torchia è autentico, vero, non interpreta ma fa suoi i brani, le parole, i concetti; canta con passione, dolore, partecipazione; dilata e comprime, aggiunge mirate spalle rockeggianti a quel fiume impetuoso e travolgente, addolcisce e inasprisce visioni e paesaggi, ci riconsegna un autore formidabile irrimediabilmente contemporaneo, attuale; ci conferma ancora nella convinzione di quanto possa essere stupefacente il connubio magico tra musica e poesia. Introduzioni e chiarimenti di Mathieu, di Enrico De Angelis, dell’altrettanto innamorato Andrea Satta.
Alberto Marchetti (Ardisc, giugno 2024)

Lino Straulino – Lino Straulino cjante Ermes (Nota, 2023)

Profondo conoscitore della cultura e della tradizione friulana, e carnica in particolare, Lino Straulino, nell’arco del suo quarantennale percorso artistico ha spesso incrociato il suo songwriting con i poeti della sua terra, rivestendone le liriche con le eleganti trame musicali intessute dalla sua chitarra. È il caso della sua opera prima come solista “La Faire”, uscita solo su cassetta nel 1990 e dedicata ai testi di Emilio Nardini, successivamente ripresi nel disco “Al Soreli” del 2005, ma anche di altre opere successive come “Tiere Nere” del 2001 con le poesie di Maurizio Mattiuzza, “Ogni sera. Lino Straulino al cjante Leonardo Zanier” del 2018 in cui musicava il “poliedrico narratore di Carnia” per usare le parole di Valter Colle che ne ha curato la pubblicazione. Album centrale in quello che è ormai un vero e proprio filone della sua articolata produzione discografica, è certamente l’album “Lino Straulino cjante Ermes” del 1997, frutto di un intenso lavoro di studio e ricerca sull’opera Ermes di Colloredo (1622-1692) e nel quale il cantautore e polistrumentista carnico rileggeva adattando in musica otto componimenti in lingua friulana del poeta-militare. Il disco giungeva, a dieci anni dal debutto come solista, e da quest’ultimo ne riprendeva l’approccio musicale, come ci ha raccontato in un intervista di qualche anno fa: “Fu l’inizio un po’ della mia carriera perché nel 1990 pubblicai la cassetta a mie spese con le canzoni di Nardini che poi diventarono un album. Da questa esperienza nacque alcuni anni dopo, dieci per la precisione perché era il 1997, anche il disco dedicato ad Ermes di Colloredo, che era una cosa a cui lavoravo da tempo, ma fu molto veloce come realizzazione perché per me era come affrontare Dante, lui è infatti il più grande poeta friulano. Mi fece molto piacere che Rienzo Pellegrini, che è un professore universitario ma anche un grande studioso della letteratura locale, apprezzò molto il mio lavoro di rielaborazione, perché nonostante fosse un disco per soli chitarra e voce ha ricevuto grandi consensi e non solo in Friuli”. Considerato una delle voci poetiche più significative della storia letteraria friulana per la sua poetica densa di realismo e non priva di accenti satirici e burleschi, Ermes di Colloredo utilizzava una ampia varietà di registri espressivi che lo vedevano spaziare dalle liriche d’amore, ai testi teatrali in forma dialogica in prosa e versi in cui racconta con spesso con pungente ironia i costumi e la società di fine Seicento, il tutto permeato da un forte senso del realismo. In occasione del quarto centenario della nascita del poeta friulano, la benemerita etichetta Nota, ha ristampato l’album in formato Cd-Book con l’aggiunta con l’aggiunta di un corposo booklet con tutti i testi rivisti e tradotti proprio da Rienzo Pellegrini, partendo dalla prima edizione Murero del 1785, opportunamente revisionati e commentati. Ritornare all’ascolto di questo disco, è l’occasione per riscoprirlo sotto una luce nuova con il prezioso lavoro di rimasterizzazione di Luca Brunetti, curatore della registrazione del 1996, che ci consente di cogliere tutte le sfumature poetiche dei brani, esaltando le tessiture chitarristiche e la voce di Lino Straulino. “La poetica del Seicento non pretende genuinità di sentimenti, freschezza e sincerità di emozioni.”, scrive Rienzo Pellegrini nella nota introduttiva del disco, “Esige per contro abilità tecnica, una manifestazione e una prova di virtuosismo. Io inclino a insistere sul fatto che la scrittura va considerata in rapporto al tempo nel quale si è prodotta. Lino, la sua voce e la sua musica adottano una prospettiva diversa: un Ermes di Colloredo in rapporto al tempo nel quale viviamo, alle costanti umane che non variano. Sono due impostazioni che possono convivere: complementari e non in antitesi”. Tutto questo lo si coglie a pieno in questa ristampa, con la musica che avvolge i versi del poeta friulano, esaltandone ora il lirismo, ora la pungente ironia, ora ancora la capacità di raccontare i chiaroscuri di fine Seicento. Ad aprire il disco è la struggente “Niccolò, lassi al fin l’amor tiran” in cui il poeta friulano racconta i suoi struggimenti d’amore al giovane Niccolò Madrisio (1656-1729), incorniciata dagli arpeggi della chitarra di Straulino che evoca la musica barocca. Si prosegue con la riflessione sull’arte de “Che al cil presumi d’innalzà”, e l’incanto della natura cantato nell’invito rivolto all’amico Girolamo di “Jaroni, i rusignui dal mio boschet…”. Se la canzone ritornellata “Mè saltat in tal capriz” presenta una brillante architettura musicale che mette in luce la peculiare struttura dei versi, la successiva “E un arbolät cu dis” colpisce per la costruzione metrica e per l’ironia del testo che Straulino rende in musica in modo brillante e coinvolgente. Le amare riflessioni sul mondo pieno di presunzione e di arroganza di “Tas plen di presunzion, tas arrogant” e quelle sulla vita di “Cappi, copari, cheste sì chè grande” ci conducono alla lunga ballata intimista “E ben reson, s’hai di chiantà dal sec” che chiude il disco. Onore al merito, dunque, a Nota per averci consegnato la nuova versione di questo album che, a buon diritto, può essere considerato uno dei punti più alti della discografia di Lino Straulino.

Non c’è più niente – Carmine Torchia per Léo Ferré

Carmine Torchia è nato a Catanzaro, cresciuto a Sersale e vive a Milano. Scrive canzoni, produce dischi, spettacoli e mette in musica i poeti. Due righe veloci che servono ad inquadrare un artista poliedrico e che ci aiutano a presentare il suo nuovo lavoro. Nel dicembre 2023 ha infatti pubblicato il libro-cd Non c’è più niente – Carmine Torchia per Leo Ferré, suonato e cantato con Daniele Fiaschi e Matteo D’Alessandro (e con la presenza di diversi ospiti). Un album ‘politico’, nato dalla collaborazione con La mémoire et la mer che lo ha prodotto assieme a Nota, l’etichetta discografica friulana di Valter Colle, con Edizioni Peermusic Italy.

Un lavoro di traduzione e rielaborazione musicale supportato dalla famiglia del cantautore francese, che era anche compositore, scrittore, artista impegnato in nome della libertà, anarchico con la A maiuscola, che si ispirava ai francesi “maudit” come Baudelaire, Verlaine, Rimbaud ma era anche affascinato dagli italiani Pavese e Testori; autori che nel tempo ha musicato e portato in scena nei suoi recital.
Ed è restando proprio nell’ambito del recital, che si alterna al canto, che si colloca questo tributo, frutto di uno studio e una frequentazione accurata e sentita con l’universo di uno dei giganti della musica d’autore francese. La traccia che apre l’ascolto è la prefazione Alla scuola della poesia. Torchia (qui sotto nella foto) sembra quasi canalizzare l’anima di Ferré, restituendoci un ritratto vivido e attuale attraverso le parole che hanno costruito le sue opere. L’ascolto risulta intenso e attento; il senso delle liriche crea una varietà di immagini e sensazioni che abbattono quei muri che aprono le porte dell’introiezione.

 

Sono tredici le canzoni selezionate da Mathieu Ferré, figlio di Léo. Sono state tradotte in italiano, alcune per la prima volta, come Il cattivo seme, Thank you Satan, No grazie, La Marsigliese e La speranza. Brani che vengono interpretati fedelmente con lo stile originale e personale di Carmine Torchia. Forse non è un album di facilissimo approccio, soprattutto per chi non ha mai affrontato la produzione autoriale di Léo Ferré, che con le sue inquietudini ha sempre raccontato la forza e la malinconia di un poeta ribelle, visionario, schietto, che non le mandava a dire. Ma già ad un secondo ascolto si inizia ad entrare meglio nel suo mondo e ad agevolare il tutto, nel piccolo libro che accompagna il cd, sono presenti i testi dei brani tradotti (oltre a quelli originali) più tre interventi che aiutano la comprensione. Il primo è ‘Paris-Sersale A/R’ scritto da Mathieu Ferré che introduce, spiega e “benedice” questa scelta operata da Carmine Torchia, accomunandolo alla figura di Caronte che traghetta l’ascoltatore alla scoperta di parole, di ‘Amore e di Libertà’. Segue poi Edoardo De Angelis in ‘Senza bavaglio, senza museruola’ permette di entrare maggiormente in connessione con il mondo e il pensiero di Léo, raccontando le sfumature che hanno caratterizzato i suoi testi e infine Andrea Satta, in ‘Ferré sul 38° parallelo’ rivela come Torchia sia riuscito a interpretarlo, attraverso una lettura poetica non convenzionale.

C’è chi sostiene che “Tradurre è un po’ come tradire”, tuttavia, questi testi nello scambio linguistico riescono a mantenere intatta la connotazione originale e vengono enfatizzati da un tappeto sonoro e da elementi che creano un’atmosfera elettrizzante. È il caso, ad esempio, del brano (recitato) La solitudine accompagnato dal suono della chitarra elettrica che gli dona un’anima rock. E di Non c’è più niente, un testo surreale, che nella versione originale ha una durata di oltre 15 minuti. Torchia lo amplia fino a farlo arrivare a circa 18 minuti, offrendo una suggestiva rilettura che scorre su un loop creato da un giro armonico-psichedelico, portandoci a scoprire (o riscoprire) parole che sembrano scritte oggi e che invitano a capire che in quel “non c’è più niente” si cela invece un tutto. Un concetto che ritroviamo nelle parole di Léo Ferré (qui al lato in una foto di repertorio) che compaiono anche sulla quarta di copertina dell’album: “Nasci solo muori solo, tra i due, ci sono avvenimenti, avvenimenti che spero tu scelga, perché la maggior parte delle volte questi avvenimenti ti vengono imposti, quindi fai tutto quello che puoi per mantenere questi avvenimenti per te stesso”. Il cdbook, racchiuso in un elegante digipack, è disponibile al link Non c’è più niente – Nota.it

Fabrizio De André, esce una versione dell’album “Crêuza de mä” in napoletano

di Camilla Sernagiotto – skytg24

Alcuni musicisti hanno reinterpretato le canzoni del celebre disco del cantautore genovese scomparso nel 1999, rifacendole in napoletano. Sono Teresa De Sio, Francesco Di Bella, Gerardo Balestrieri, Enzo Gragnaniello con Mimmo Maglionico, Maldestro, Nando Citarella e Nuova Compagnia di Canto Popolare i protagonisti di questa nuova versione dell’opera che, in origine, è scritta e cantata in dialetto ligure. Il titolo è “’Na strada ’mmiez ’o mare – Napoli per Fabrizio De André”

Mentre l’album originale è scritto e cantato in dialetto ligure dal cantautore genovese scomparso nel 1999, questa nuova versione sarà tutta in dialetto napoletano.

Alcuni musicisti partenopei, infatti, hanno interpretato i brani di quell’opera importantissima delle sette note nostrane. Sono Teresa De Sio, Francesco Di Bella, Gerardo Balestrieri, Enzo Gragnaniello con Mimmo Maglionico, Maldestro, Nando Citarella e Nuova Compagnia di Canto Popolare i protagonisti di questa reinterpretazione dell’opera che, in origine, è scritta e cantata in dialetto ligure.
’Na strada ’mmiez ’o mare – Napoli per Fabrizio De André sarà disponibile su Cd e in digitale dal 15 maggio 2024.

Arriva a più di trent’anni dall’uscita dell’originale e nasce da un’operazione datata quasi un decennio fa: l’intero album Crêuza de mä è stato tradotto in napoletano per due concerti che si sono tenuti nel cortile del Maschio Angioino il 14 e il 15 settembre del 2015.

Ora, in occasione del quarantennale dell’uscita discografica di Crêuza de mä, ciò che venne registrato a Napoli in quell’occasione targata 2015 viene pubblicato su CD da Nota.

È MERITO DELL’INTUIZIONE ARTISTICA DI TERESA DE SIO

Diamo a Cesare quel che è di Cesare, e in questo caso a Teresa De Sio quel che è di Teresa De Sio…
L’intuizione di tradurre in napoletano Crêuza de mä, infatti, è stata della cantautrice napoletana autrice di album come Sulla terra sulla luna (1980), Ombre rosse (1991) e dei più recenti Tutto cambia (2011) e Teresa canta Pino (2017).
Proprio nel sopracitato Tutto cambia, la cantante aveva ripreso Crêuza de mä traducendola in napoletano.

Assecondando quella intuizione, lo scrittore e giornalista musicale Annino La Posta ha avuto la brillante idea di estendere quel processo linguistico all’intera tracklist del disco di Fabrizio De Andrè.

L’ARRICCHIMENTO MUSICALE CONFERITO DAL NAPOLETANO

L’operazione di traduzione dal dialetto ligure a quello napoletano ha fatto emergere quanto innanzitutto questi due vernacoli siano compatibili tra loro.

Inoltre dimostra come l’arricchimento musicale conferito dal napoletano alla fonetica delle canzoni sia un plus notevole, senza nulla togliere ai brani originali in dialetto ligure chiaramente.

Questo spunto è stato poi condiviso con Dario Zigiotto, il compianto (è purtroppo recentemente scomparso) collaboratore di artisti come Ivano Fossati, Enzo Jannacci e dello stesso De André, nonché organizzatore di eventi e di festival molto importanti.
Sono stati coinvolti poi la Fondazione De André (la cui Presidente, Dori Ghezzi, si è resa disponibile nel ruolo di consulente del progetto) e il Club Tenco. E, non da ultimo, il Comune di Napoli, che ha adottato il progetto con entusiasmo permettendone la messa in scena.

LA REGISTRAZIONE NEL CORSO DEI DUE CONCERTI AL MASCHIO ANGIOINO

I brani che compariranno nel disco in uscita il 15 maggio sono stati registrati dal vivo in occasione dei due concerti al maschio angioino risalente al 2015. Si tratta di sette tracce suonate live.

La tracklist è la seguente:
1 – Teresa De Sio – ’Na strada ’mmiezz’o mare (Crêuza de mä)

2 – Francesco Di Bella – Jamina (Jamìn-a)

3 – Gerardo Balestrieri – Sidòne (Sidùn)

4 – Enzo Gragnaniello con Mimmo Maglionico – Sinan Capudan Pascià (Sinàn Capudàn Pascià)

5 – Maldestro – ’A pittima (Â pittima)

6 – Nando Citarella – ’A dummeneca (Â duménega)

7 – Fausta Vetere E Corrado Sfogli – Nccp – Da chella riva (D’ä mê riva)

I testi e le musiche sono di Fabrizio De André e Mauro Pagani, le traduzioni sono curate da Annino La Posta (tracce 2,3,4,5,6,7); Teresa De Sio (traccia 1); Gennaro del Piano (traccia 4).

I PROTAGONISTI DI QUESTA NUOVA VERSIONE, DA TERESA DE SIO A ENZO GRAGNANIELLO

Gli interpreti delle varie canzoni sono nove, nello specifico i seguenti.

Teresa De Sio non ha certo bisogno di presentazioni: è autrice, oltre che interprete, di capolavori che, partendo dalla canzone popolare, sono approdati alla canzone d’autore. È poi ritornata a quella che è diventata poi musica etnica, con uno spiccato talento nel cogliere alla perfezione parola e suono, assieme.

C’è poi Francesco Di Bella, ex membro dei 24 Grana (band elettrica ed elettronica di fine anni ’90). Dopo aver lasciato il grippo, prosegue per via solista ricercando un suono e una parola che lo consacrano alla musica d’autore.
Gerardo Balestrieri, invece, è un polistrumentista che ha partecipato a numerosi progetti teatrali, cinematografici e musicali. Nato in Germania, ha vissuto in giro per il mondo e ora si è fermato a Venezia. Ha pubblicato quattro album.

Enzo Gragnaniello è una delle voci napoletane più famose che ci siano. Dal 1983 a oggi, ha pubblicato ben diciotto album (coronati da tre Targhe Tenco nella categoria dei dischi in dialetto).

E ANCORA: MIMMO MAGLIONICO, MALDESTRO, NANDO CITARELLA…

Mimmo Maglionico è un flautista di formazione classica, instradato poi sulle vie della musica etnica (arrivando a suonare addirittura con Peter Gabriel). Con il progetto PietrArsa, il suo flauto ha sposato i suoni della quena, del chalumeau, della ciaramella, del flauto di Pan, realizzando un’interessante rilettura della musica popolare.

C’è poi Maldestro, giovane rivelazione del panorama cantautorale di provenienza napoletana. Con la canzone Sopra il tetto del Comune si è aggiudicato il Premio Ciampi, il premio SIAE, l’AFI e Musicultura 2014 nonché il Premio Fabrizio De André nel 2013. Con il disco di esordio è riuscito a entrare nella fase finale delle targhe Tenco per l’Opera Prima.

Nando Citarella è un altro grande nome della canzone dialettale. Negli ultimi decenni ha offerto una serie di spettacoli, ricerche etno-musicali, opere buffe, commedie musicali, concerti lirici, trasmissioni televisive, direzioni artistiche e docenze, diventando una voce importante a ogni livello nel panorama musicale partenopeo.

Infine, ci sono Fausta Vetere e Corrado Sfogli NCCP, che fanno parte della Nuova Compagnia di Canto Popolare, la prima e la più autorevole rappresentante della musica etnica napoletana nel mondo (attiva da oltre sessant’anni). È nata con lo scopo di “diffondere gli autentici valori della tradizione del popolo campano”.

Jacopo Tomatis, Franco Lucà, Marco Bertozzi, Franco Rosso, Paolo Lucà, Infernòt, Viaggio nella musica Folk, Nota 2023, con un film di Elia Romanelli

Il Folk Club, piccolo grande scenario sonoro di Via Perrone 3 Bis a Torino. Un seminterrato in un palazzo storico della città piemontese, ambiente unico dall’unione di sei cantine, è stato un tempo rifugio antiaereo, poi un club e, infine, dal 1988 uno dei luoghi della musica in Italia. Un volumetto di brevi scritti di Jacopo Tomatis (“1958-1988 Breve storia del folk italiano – raccontata da Torino”), del compianto fondatore Franco Lucà (dal suo libro “FolkClub” del 2006), di Marco Bertozzi (“Quel desiderio di suoni e d’immagini”), Franco Rosso (“Con Franco a Roccasèravera 13 luglio 2007”) e Paolo Lucà (“Incomparabile eredità”) accompagnano il documentario (2022), della durata di poco più di un’ora, diretto da Elia Romanelli, antropologo visuale, autore di diversi documentari televisivi e d’autore per i quali ha ricevuto riconoscimenti internazionali. La sceneggiatura è di Elisa Pajer, la fotografia di Simonluca Chiotti, montaggio di Alice Lorenzon e Maddalena Quaggia, la produzione StudioLiz in collaborazione con lo stesso FolkClub, il Centro di Cultura Popolare “Michele L. Straniero”, la Scuola Alto Perfezionamento Musicale Saluzzo; Edizioni Nota, Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico; Centro Studi Alan Lomax e con il sostegno di Piemonte Doc Film Fund – Fondo regionale per il Documentario. Il titolo si riferisce a quelle cantine diffuse nelle colline del Monferrato, ambienti sotterranei scavati nella roccia. Il Folk Club di Torino è il palcoscenico sul quale in oltre trentacinque anni di programmazione si sono avvicendati le tante stagioni della musica folk e tradizionale italiana ed internazionale ma anche nomi del jazz, della canzone d’autore più nobile e della nuova musica acustica. Un palinsesto gestito da Francò Luca, poi, dopo la sua scomparsa e a tutt’oggi, da suo figlio Paolo (insieme a Davide Valfré dal 1997 al 2016). Un ritrovo ormai punto di riferimento in una città ritenuta a torto austera ma che – precisa Paolo Lucà nelle prime sequenze del film – è “calda palpitante e animata”. Un luogo speciale, perché la vicinanza tra artista e pubblico comporta per entrambi il vivere un’esperienza intensa. Un intreccio di storie e memorie (tante inedite), che il documentario costruisce con immagini d’epoca e scene colte dal vivo sul palco del Folk Club, interventi di studiosi e protagonisti, tra cui gli stessi Tomatis e Paolo Lucà e artisti come Fausto Amodei, Michele Straniero, Vinicio Capossela, Giovanna Marini, Martin Hayes, Maria del Mar Bonet, Eugenio Finardi, Davide Ambrogio e Riccardo Tesi, che diventa occasione per tracciare una sinossi del movimento folk in Italia. Perché Torino è stata la città del Cantacronache, il gruppo di intellettuali, musicisti e letterati, capisaldi del primo folk revival italiano. Se poi si allargalo lo sguardo alla prospettiva regionale, ci si ricorderà che nel Piemonte fiorisce una nuova stagione di folk music dalla seconda metà degli anni 70 figlia delle ricerche di Maurizio Martinotti, Franco Castelli, Amerigo Vigliermo, Emilio Jona con gruppi come Cantambanchi, La Lionetta, Cantovivo, Prinsi Raimund, Coro Bajolese, Ciapa Rusa, Tre Martelli, La Cantarana, Lou Dalfin e altri ancora. Il compendio storico arriva agli anni Ottanta, mettendo al centro il disco “Bella Ciao” e, soprattutto, lo spettacolo presentato a Spoleto nel 1964 (interesse primario di studio di Tomatis, che sulla canzone e sullo spettacolo ha scritto pagine magistrali e irrinunciabili in “Bella Ciao”, pubblicato da Il Saggiatore), quello originale, diventato snodo dirompente per il successo del folk in Italia, e l’omaggio per il cinquantennale nella rivisitata orchestrazione di Riccardo Tesi con figure di rilievo della nuova tradizione. Nel documentario anche significativa anche nel documentario la lucidità con cui Davide Ambrogio rivela in poche, misurate parole la difficoltà ad usare certe categorie classificatorie (folk, popolare e tradizione). Non da ultimo il fatto che le immagini iniziali e finali ci restituiscono il suono del progetto Linguamadre (creato dalla direzione artistica e organizzativa del Premio Loano per la Musica Tradizionale Italiana) che aveva messo insieme quattro delle personalità più innovative e creative del folk italiano di questi anni. È indubbio che dalla metà degli anni Ottanta il folk in Italia si sia trasformato, pur non uscendo di scena, anzi prosperando e aprendo la via a una nuova generazione di cultori, di nuovi strumentisti che delineano nuove traiettorie, anche con ampi riconoscimenti internazionali. Su questa nuova articolazione ancora non è stata prodotta una riflessione a tutto tondo, che superi la visione velata di nostalgia dei tempi contraddittori dell’impegno e dell’”evadere dall’evasione” e il consolidato storytelling sulla “Crëuza de mä” deandreana come capo d’opera (che certo è stato) che avrebbe dato nuova linfa alla musica tradizionale in forma “world”, ma che renda davvero conto di quanto di notevole è stato realizzato nei due decenni precedenti che portano al nuovo millennio. Negli scritti, oltre all’intervento storico musicale di Tomatis e alla testimonianza del fondatore Lucà, lo storico del cinema Bertozzi mette a fuoco, confrontandoli i due orizzonti espressivi (musica folk e il cinema documentarista di Romanelli), Russo affida alla memoria di un viaggio il ricordo di Franco Lucà di cui vita, imprese culturali e visionarietà sono scandagliate dal figlio Paolo, nel cui intervento scritto si mischiamo sofferenze, concerti, aspettative ma anche disillusioni (Maison Musique), per far comprendere quanto sia stato difficile raccoglierne l’eredità del padre ma anche ribadire la centralità a Torino e in Italia del luogo su cui punta i riflettori il bel lungometraggio. Ci si chiede, tuttavia, se negli scritti (e – perché no? – in parte nella stessa pellicola), l’occasione non fosse propizia per procedere oltre il primo folk revival, muovendo proprio da quella seconda metà degli anni Ottanta (quando si conclude il compendio storico musicale), per mettere a fuoco dinamiche ancora non dispiegate nella loro pienezza. Prendere in considerazione forme, strumenti, nuovi meccanismi di circolazione delle musiche ascrivibili alla tradizione orale, ragionare sulle connessioni tra fenomeni transnazionali, dare conto di ricerche, estetiche ed ambiti creativi, del farsi avanti di nuovi linguaggi e di nuovi immaginari ideologici, nuovi processi di appropriazione e di rappresentazione che alimentano la nuova onda folk in Italia. D’altra parte, non è un caso che il FolkClub nasca proprio nel 1988, di certo collocato nella traccia storica di quel fenomeno sociale e politico che è stato il primo folk revival e che è efficacemente sintetizzato nel volume, ma che si è impiantato in uno nuovo spazio musicale su cui c’è ancora tanto da dire. Insomma, “Infernòt” si rivela un’appassionata e ricca pagina documentaria, in cui la macrostoria (il folk revival in Italia) interseca la microstoria dell’impareggiabile palcoscenico musicale che è il FolkClub torinese.

Tra scrittura e improvvisazione

Guido Festinese – Alias del 27-04-2024

 

 

Storie e canzoni libertarie, la manutenzione della memoria

Guido Festinese – il Manifesto del 24/04/2024

 

Catanzaro, Ettore Castagna e la lira: la vivida testimonianza di un mondo antico e mai perduto

Ettore Castagna, catanzarese di domicilio bergamasco ma migrante di destino ed anarchico di animo, è un personaggio di collocazione obliqua: ricercatore, antropologo ma anche quotato scrittore. La sua produzione artistica è fluente ed abbraccia varie esperienze: dai Re Niliu, un gruppo che è stato progenitore di un sound etnico tagliente, a una carriera solista che lo ha visto di recente anche esordire con “Eremìa”, un album molto ispirato e dal taglio cantautorale, pubblicato da Alfa Music qualche tempo fa. Nella sua ultima fatica si è concentrato sulla lira, un affascinante strumento ad arco dotato di sole tre corde, testimone di un mondo antico e mai perduto.

“Lira sona sona” è l’eloquente titolo: si tratta di una commissione pubblicata da www.nota.it, riservatagli nientemeno che dalla prestigiosa facoltà di Etnomusicologia della Sorbona a Parigi. Un disco ruvido e magnetico che scuote l’animo e svela le radici di una dimensione originatasi da antichi per quanto insuperabili Maestri: Questo è un album – esordisce- che avrei dovuto fare trent’anni fa ma che non avevo mai realizzato perché costantemente distratto da altro. Faccio da sempre troppe cose insieme. Nell’ultimo decennio poi mi sono  distaccato in modo  forse definitivo dalla riproposta filologica,  aggiungerei però che il Destino ha risolto il gioco. Una mattina di maggio 2023 spunta sulla porta di casa mia, a Bergamo il chiarissimo Professore Dider Demolin, che mi appare subito molto determinato. “Sono venuto a trovarti perché ho bisogno di parlarti di un progetto…” esordisce, e poi attacca un discorso al quale stentavo a credere, dato il mio rapporto non sempre sereno col mondo accademico, per lo meno italiano.

Una sorta di investitura sul campo insomma…

“Quella per fortuna era arrivata già prima. Didier è uno scienziato sorridente, dai modi franchi e diretti, senza alcuna retorica. “Tu sei il testimone storico della lira della Calabria – ha proseguito – quindi tocca a te fare un lavoro di sintesi della tua esperienza, in sostanza su di te, dal momento che rappresenti il Bartok italiano”.

Wow che shock!

“Difatti una volta ripresomi da lì a poco, che avrei potuto dire? Forse di no? Giammai. Con il prezioso supporto di un importante  sponsor internazionale, il disco è stato registrato alla velocità della luce in un mese, ho fatto quasi tutto da solo registrando fra Reggio Calabria e Bergamo. Pochissimi gli apporti esterni. Un disco direi etnografico, duro, schietto, frontale: la lira come si è suonata per secoli e come la suono io dal 1985. Devo però nominare come compagni di strada la meravigliosa presenza della voce di Jenny Caracciolo, molto antica ma a volte con venature neomelodiche e il sound primordiale di Mimmo Morello. Al disco hanno partecipato anche Peppe Muraca e Anna Cinzia Villani”.

Cosa è per te la contemporaneità? Perché insisti a suonare la lira in questo modo? Non temi l’archeologia?

“Sarò banale ma la mia idea del contemporaneo è molto filologica. Tutto ciò che esiste in questo momento, che con me esiste in questo momento. Suonare la lira così all’antica a molti pare limitato: bicordi a bordone, scale modali con le note alterate, insistiti ritmici sporchi e primordiali. Niente vibrati e niente scale spettacolari  con salti di posizione paganiniani ma circolarità, ricombinazioni continue, ipnotiche. Certe volte che suono solo, che suono per me, mi perdo per tempi dilatati e infiniti in questi cicli di micro variazioni e microtoni. Penso più a Steve Reich e a Terry Riley che al virtuosismo degli archi romantici… E devo dirti che procedendo in questo modo trovo la pace del cuore”.

Vivi a Bergamo dalla fine degli anni ’80, quindi lontano dalla Calabria e in maniera quasi ovvia per quanto inevitabile, tu i maggiori consensi li hai raggiunti altrove. Che sensazione ti fa adesso rispetto a quando sei andato via? Ti pesa la considerazione di non essere un “restante”? Oppure la Calabria resta, come ha già detto qualcuno, un luogo della mente?

“L’illustre De Martino diceva che è necessario avere un villaggio nella memoria e Pavese diceva  che  un paese “ci vuole”, anche solo per andare via. La Calabria è il villaggio della mia memoria. Ho una visione non retorica della Calabria e accetto quello che è oggi la mia regione di nascita come custodisco gelosamente memoria di quello che era prima e di quando sono andato via. Io sono un sostenitore della memoria  e uno scettico della nostalgia. La memoria è restituire le cose come sono andate. La nostalgia è la ricordanza di Leopardi, è trasformare il passato in meglio o in peggio. “Voglio essere testimone anche quando non ci sarà più nessuno a cui rendere testimonianza” dice Cassandra di Christa Wolf. Ed io questo penso”.

Restiamo ancora sulle tematiche regionali: paleariza se non erro nacque nel 1998, Tarantella Power(oggi Kaulonia Tarantella Festival) nel 1999, Primavera dei Teatri nel 1998, Joggiavantfolk negli stessi anni. Oggi Primavera dei Teatri è un festival considerato tra i maggiori nel panorama del teatro italiano proprio per la sua apertura verso altre realtà e territori, mentre Paleariza non si svolge più. Kaulonia Tarantella Festival si trova quasi costretto ad invitare nomi della TV, quasi delle vecchie glorie, che nessuno calcola realmente dal punto di vista artistico per avere un titolo sulla stampa locale e Joggi Avant Folk rimane un festival che si basa sul volontariato come altre realtà lodevoli ma che poi non hanno retto. Cosa è successo secondo te?

“È successo che il livello politico e quello culturale in Calabria non dialogano. La politica è asfittica, incapace, insensibile, depressa. Rispecchia lo sconcerto, il disincanto, la mancanza di sogni dell’elettorato. La qualità non interessa, non merita finanziamento. La Calabria vive quindici giorni ad agosto ed il metro della politica per finanziare lo spettacolo in genere è il cosiddetto  “salsicciometro”. Quanto sozizzu avete venduto? Tanto? Ok allora la festa è andata bene”.

Giorni fa si è laureato il primo zampognaro presso il conservatorio di Nocera Terinese. Ma da quanto mi risulta alle feste tradizionali “u sonu”, oggetto anche della tua ricerca, è diminuito fortemente. In compenso si stampano CD e libri sull’argomento. Ti sembra che il tutto abbia una sua logica? Quale potrebbe essere invece una politica efficace per la valorizzazione culturale e turistica delle tradizioni locali?

“Fino a pochi anni fa ci vergognavamo della stalla del nonno  perchè puzzava di animale e di concime. Oggi chiediamo i finanziamenti per farne uno spazio panoramico con idromassaggio dentro un agriturismo. Questo è quello che è successo. La cultura contadina e pastorale è stata oggetto di secolare vergogna storica. Dopo aver buttato a mare il bambino e l’acqua sporca ecco che oggi c’è il rimpianto. Dilaga la nostalgia verso quello che non abbiamo mai conosciuto davvero perché oggetto di rifiuto assoluto storico e sociale.  Rivogliamo la cosiddetta “tarantella”, rivogliamo la cosiddetta “tradizione”. Il Sud sembra una riserva indiana nel quale gli indigeni sconfitti mettono in scena una loro ritualità ipostatica  per incassare qualche dollaro dai turisti. La Calabria ha il suo repertorio… il peperoncino… la tarantella… perfino la ndrangheta… Una politica veramente seria di analisi critica della storia della Calabria e del Sud non è mai avvenuta. Solo un processo del genere, con la consapevolezza che porta con sé potrebbe avere un valore come elemento fondante di un progetto per il futuro”.

Quale ritieni essere stata la maggiore soddisfazione del tuo percorso artistico? Che differenza c’è quando scrivi una canzone ed invece quando hai a che fare con la stesura di un romanzo?

“Sono molto orgoglioso di aver mantenuto sempre la schiena dritta. Ho sempre suonato, cantato e scritto quello che mi piaceva scrivere in quel momento. Non ho mai rincorso le mode. Ho fatto il possibile e, spesso, l’impossibile per ignorarle. Mi piace scrivere musica, libri senza tempo. Dischi che ascolterai fra dieci o quarant’anni e penserai che ti parlano ancora. Non mi interessa essere a la page, seguire il cosiddetto mood. Ho fatto e faccio una fatica orba per essere me stesso e per restarlo. Dentro la mia musica e la mia scrittura c’è il bassista punk degli anni ’70, il viaggiatore, l’innamorato della filologia, il lettore dei classici come della beat generation, il suonatore di strumenti tradizionali, l’antropologo, il collezionista di vinili (ce mi hanno rubato), l’emigrante postmoderno, il  documentarista, il giornalista, il professore di letteratura… Una canzone può essere molto diversa da un romanzo. Non solo perché il lungometraggio è diverso dal cortometraggio ma io seguo l’insegnamento del caro indimenticato amico Mario Giacomelli. Una volta mi disse: “Quando io mi emoziono mentre scatto vuol dire che quella sarà certamente una grande foto”. Questo vale per tutto: per la foto, per il romanzo e per la canzone”.

Cosa ti aspetta nei prossimi mesi? So che hai già pronti almeno uno se non due dischi di materiale inedito e cosa ascolti oggi mosso solo dal piacere di farlo senza che il tutto possa eventualemte avere delle ripercussioni sulla tua attività di ricerca?

“Sono un ascoltatore caotico ma globale. Non ho generi di riferimento. Evito in genere il mainstream ma finisco per ascoltarlo lo stesso. Non mi piace la lirica salvo rare eccezioni. Il bello è che esattamente tutto quello che ascolti ha ripercussioni inevitabilmente in ciò che scrivi e suoni. Ma questo è il mio modo artistico di vivere la contemporaneità. In genere per scaramanzia sono piuttosto avaro di anticipazioni sul futuro. Sto lavorando al mio prossimo e secondo album da cantautore che dovrebbe uscire entro il 2025. Non avendo però grandi e ricche produzioni alle spalle i tempi non sono certi. Ecco, di questo sono orgoglioso, tutta la mia  vita artistica, nella scrittura e nella musica, è sempre stata autoproduzione. Ho sempre deciso tutto io… punti, virgole, pure le parentesi quadre”.