Paolo Archetti Maestri – Amorabilia

di Piercarlo Poggio, Audio Review

 

 

Paolo Enrico Archetti Maestri: recensione di Amorabilia

di Luca Paisiello – rockshock.it

Debutta da solista il cantante e chitarrista degli Yo Yo Mundi. Amorabilia di Paolo Enrico Archetti Maestri è la testimonianza della sensibilità di un artista sempre positivo che in questi anni ha invitato a combattere per un sogno.

 

Fa un po’ strano definire “esordiente” Paolo Enrico Archetti Maestri, che dopo ben 35 anni di dischi e concerti con gli Yo Yo Mundi debutta da solista con la sua prima pubblicazione, Amorabilia. Cantante, chitarrista e fondatore della famosa band di Acqui Terme, Paolo scrive da quando era quel bimbo di 8 anni raffigurato in copertina e ha composto 11 brani unendo storie legate tra loro dal ricordo e dalla meraviglia di riscoprire autentiche bellezze.

È un disco che non si discosta affatto dalle melodie che abbiamo sentito nei dischi degli Yo Yo Mundi, che non si sono affatto sciolti e qui i membri della band partecipano ad alcune sessioni di questo album, come nella raggiante L’Estate in Piscina. Molte canzoni saebbero dovute finire nel loro prossimo lavoro in studio, ma la band del Monferrato intende sperimentare nuove sonorità e quindi Paolo ha desiderato fare sue alcune di quelle canzoni.

Proprio gli Yo Yo Mundi in formazione allargata con Michele Pracca al violoncello, Luca Garino alla tromba, Maurizio Castagna al sax tenore e Donatella Figus ai cori, accompagnano Paolo con I Cani Sognano Di Noi, amabile brano sulla libertà e “mille angoli da annusare, cento catene da spezzare”. La Bambina che Sognava Maradona nasce dal legame dell’artista piemontese non solo con il calcio già raccontato in alcune canzoni della sua band, ma anche con le sue origini per metà napoletane da parte di madre. E’ una canzone allegra e sognante, con alla chitarra Paolo Bonfanti, che invita a lasciarsi trascinare dalla corrente della fantasia: “Un calcio alla vita ed uno alla magia”.

Archetti Maestri padroneggia una scrittura fatta di metafore, ricordi, giudizi espressi con classe, sempre con quell’eleganza al livello di De Andrè, De Gregori, l’amico Fossati e quella grande generazione di cantautori, poeti, intellettuali capaci di scuotere le coscienze. Lo si denota in brani come La canzone delle distanze o la bellissima L’Amore Trova Sempre la Sua Strada, canzoni piene di sentimento e grande capacità di penetrare attraverso brani delicati, a volte con la chitarra acustica che primeggia, a volte con un pianoforte e un nugolo di strumenti non elettrici, ma che sprigionano energia con raffinatezza.

E si diverte anche a giocare non solo con i soffici ritmi centroamericani in Curcuma e zenzero, ma elenca con semplicità quegli alimenti della cucina usati per insaporire le preparazioni facendone una divertente canzone. C’è anche il tragico e toccante ricordo nel dialogo tra Iaio e Fausto, scritta per un’opera teatrale, dedicata alla memoria dei due giovani barbaramente assassinati nel 1978 fuori dal Centro Sociale Leoncavallo di Milano. “Una storia tremenda di odio, di indifferenza, di violenza, di deviazioni che, appunto, non può e non deve essere dimenticata”, scrive Paolo.

Troviamo anche un paio di brani già donati a due artisti: Stelle Nere per i C.F.F. e il Nomade Venerabile, un gruppo rock parateatrale di Gioia del Colle, e L’Ennesima Canzone sul Tempo regalata al duo milanese Cri + Sara Fou. Questa canzone scritta all’epoca a quattro mani con Cristian Soldi vede l’accompagnamento vocale di Cecilia Lasagno in questa versione, ma non c’è solo la sua arpa: lo stesso Cristian è alla chitarra classica, Paolo utilizza il charango mentre lo scomparso Alan Brunetta suona il glockenspiel e… persino un lampadario.

Il cigno e la rosa celebra la fatica “di grilli, di tarli e di formiche, tutta questa vita piccola, nel paradiso delle fatiche, che da mattina a sera, svita le viti del tempo andato e ci regala la Primavera che abbiamo tanto desiderato”. Una metafora della natura instancabile molto simile alla vita di noialtri che riusciamo ad abbracciarci e a godere insieme dei ricordi dopo giornate faticose a sopravvivere facendolo al meglio. Al pianoforte Enrico Pesce, arrangiamenti di Lucio Costantinni e al basso il sempreYoYo Andrea Cavalieri.

Baionetta, una delle quattro canzoni suonate con la collaborazione di Susanna Roncallo alla chitarra e di Simona Colonna al violoncello, è una favola dall’andamento dolce e malinconico contro la guerra, ispirata dal nonno materno di Paolo. Racconta di un soldato infilzato dal nemico che si è visto il cuore scappare dalla propria bocca. Un medico e la sua infermiera assistono impotenti alla vita che si spegne, ma nella fuga dell’organo vitale una parola si è fermata sulle labbra del soldato che, bagnate dalle lacrime dei due operatori sanitari, fa esplodere il cuore e la parola in un canto d’amore.

Alcuni scritti di Paolo Enrico Archetti Maestri accompagnano il libretto allegato al disco e i mixaggi sono di Dario Mecca Aleina, avvenuti utilizzando la tecnologia immersiva del Dolby Atmos, ascoltabile solo con impianti adatti e alcuni tipologie di cuffie in grado di dare vita ad un ambiente sonoro tridimensionale. Amorabilia è la testimonianza della sensibilità di un artista sempre positivo che in questi anni ha invitato a combattere per un sogno, per un ideale, per un mondo magari non perfetto, ma migliore.

  • Acquista qui il Block Nota
    Amorabilia
  • Paolo Archetti Maestri – Amorabilia (Nota, 2024)

    di Marco Sonaglia – blogfoolk.com

    “Amorabilia” è il primo disco solista di Paolo Archetti Maestri, cantante, chitarrista e fondatore degli Yo Yo Mundi. Non è solo un disco, ma anche un libro che definisce, esprime e custodisce undici canzoni e undici composizioni poetiche, quasi fossero due squadre di calcio che si confrontano sul prato della creatività e della fantasia. In apertura “I cani sognano di noi” (“I cani sognano di noi e noi sogniamo di cadere, abbiamo mille stelle nelle pozzanghere del cuore e cento lune da abbaiare”) con gli archi ostinati arrangiati da Lucio Costantinni e la doppia voce di Donatella Figus. “La bimba che sognava Maradona” (“Un calcio alla vita ed uno alla magia, figlio del talento incendia vulcano e onde, il canto diventa vento, genio, la follia, la follia che ti ama, il buio che nasconde”) è macchiata dalla tromba di Luca Garino, dal sax di Maurizio Castagna e dalla chitarra elettrica di Paolo Bonfanti. Si prosegue con le delicate e intense “Il cigno e La Rosa” (“Ascolta il soffio del cigno e il pianto della rosa, la nebbia che avvolge il bosco quando si riposa, guarda il fiume che scivola lento sulle cosce della pianura, se la falce miste il dolore, che il martello inchiodi la paura”) cullata dal pianoforte e dal violoncello e “L’ennesima canzone sul tempo” (“Tempo che inclini i pianeti e la corsa muta delle antilopi, aggiusta l’ala del mio canto, gira l’elica del vento, muovi l’elica nel vento”), scritta con Cristian Soldi e cantata insieme a Cecilia Lasagno che suona anche l’arpa. Il violoncello e la voce di Simona Colonna si intrecciano con gli arpeggi di chitarra acustica in “Baionetta” (“Nasce un canto dolcemente la parola e il cuore, lentamente fanno l’amore, nasce un canto dolcemente il cuore la parola, finalmente sono una cosa sola”). “L’amore trova sempre la sua strada” (“Il giorno strappa gli occhi alla luna, si perdono gli stracci nella tosse del vento, lecca la mia mano, placa il mio tormento, Euripide si ferma annusa e abbaia”) ha un tappeto di archi, pianoforte e gli interventi vocali di Marialuisa Ferraro, Daniele Gennaro e Alice Cavalieri. L’antifascismo militante di Maestri si coglie in “Iaio e Fausto” (“Caduti sul nascere della primavera, li schiaffo nel buio, tarantola nera, due fiori gemelli perduti nell’ombra, la mano che uccide, la voce che adombra, morire da giovani non ti fa invecchiare, ma morire ammazzati non fa dimenticare, Iaio ci vediamo, Fausto ci sentiamo: Due lacrime che scendono piano, piano”) dove ritroviamo Simona Colonna e Susanna Roncallo (voce e chitarra). “Estate in piscina” (“Che l’estate in piscina portasse tutta questa felicità, lasciandoci sulla pelle una granella di stelle, che l’estate finisse qui la sua corsa così sul fondo di questa vasca come un sasso levigato da accarezzare nella tasca”) ha sonorità folk-rock ed è suonata con gli Yo Yo Mundi al completo. “Stelle nere” (“Abbandonate dalla luna, le stelle rare si tuffano nel mare, luci gemelle nel riflesso danzando libere sul precipizio dell’abisso”) è una canzone scritta per un gruppo pugliese, i C.F.F. e il Nomade Venerabile, riproposta in un’ottima veste con la melodica in primo piano. “Curcuma e Zenzero” (“Cucina musica afrodisiaca, nota fantastica ci nutrirà, cucina musica paradisiaca, l’etica e la sostenibilità”) risplende di etnico con la cornamusa di Simone Lombardo, il duduk di Maurizio Camardi, il violino di Laura Merione e l’intreccio di voci di Elisa Testa. Il disco si chiude in dolcezza con “La canzone delle distanze” (“Ho bevuto la fame, ho mangiato la sete, digerito lacrime, rubato comete, lo sguardo sale e scende, davanti all’orizzonte, il canto si distende”). Maestri con questo lavoro mette in luce tutto il suo universo umano, confermandosi un fuoriclasse, grazie ad una scrittura raffinata unita a convincenti sonorità. “Amorabilia” è un susseguirsi di emozioni, oltre ad essere un ottimo esordio e una felice conferma.

    De Andrè, un genovese mediterraneo a Napoli

    ’Na strada ’mmiez’o mare. Napoli per Fabrizio De André rilegge Crêuza de mä in napoletano

    di Guido Festinese – giornaledellamusica.it

    AA.VV.
    ’Na strada ’mmiez’o mare. Napoli per Fabrizio De André
    Nota Records
    2024

    Usiamo la definizione “classico” per qualcosa che fa riferimento al mondo dell’arte, o comunque dell’ingegno umano, da quasi duemila anni. Nel secondo secolo d.C. quella parolina controversa la coniò Aulo Gellio, ed il riferimento era, appunto “classista”: era classico e degno, dunque, quanto potesse permettersi una “classe” ben fornita di censo, di presenza economica.

    Attraverso diversi e curiosi snodi, la parola è arrivata fino a noi. Il significato più vicino alle nostre intenzioni e ai nostri propositi, oggi (e da Goethe in avanti) è che un classico sa abitare comodamente il proprio presente, al contempo non scordando il passato, e indirizzando antenne curiose verso il futuro.

    In effetti funzionano così le opere di Shakespeare, quelle di Dante, di Borges o di Virgilio, abitatori incolpevoli di epoche diverse. Funziona allo stesso modo in musica, e perfino nella popular music, almeno, quella più prensile nei confronti di sollecitazioni che popular non sono, o lo sono parzialmente: pensate a Sgt. Pepper dei Beatles, o quel perturbante capolavoro, oggi alla boa del quarantennale, che fu ed è Crêuza de Mä.

    Svanita l’austera e reificante aura museale che a lungo ha infestato De André, com’è stato ben segnalato da qualche studioso attento, ora si possono trarre bilanci e fare considerazioni, ma anche parlare del presente. Crêuza de mä fu davvero un classico inconsapevole voluto nel cuore degli anni dell’ “edonismo reaganiano” e della “Milano da bere”, in direzione ostinata e contraria, per dirla con Faber, o, meglio, col suo mentore Álvaro Mutis.

    Crêuza de mä fu un punto di svolta, un punto e a capo, un punto lanciato nell’infinito del pop e della canzone d’autore a costruire una linea retta fatta di infiniti punti.

    Fu un punto di svolta, un punto e a capo, un punto lanciato nell’infinito del pop e della canzone d’autore a costruire una linea retta fatta di infiniti punti. I suoi due limiti, far riferimento a una lingua che nessuno capiva, un genovese quasi inventato, e una musica che nessuno conosceva, un mazzo di aromi mediterranei anch’essi (quasi) inventati che nessuno nel grande pubblico sospettava diventarono punti di forza.

    Ecco, qui potrebbe fermarsi il discorso: perché finalmente esce la testimonianza discografica, per Nota Records, di due serate memorabili tenutesi nel cortile del Maschio Angioino il 14 e 15 settembre del 2015: ’Na strada ’mmiez’omare / Napoli per Fabrizio De AndréCrêuza de mä ricantato e risuonato per intero.

    Artefici del tutto Annino La Posta, che ha curato la direzione culturale del progetto e lo ha condiretto artisticamente con Dario Zigiotto. lI tutto sotto i buoni auspici di Comune di Napoli, Club Tenco, Fondazione De André.

    Protagonisti, per il Faber / Pagani ricantato e risuonato, ma  tradotto in napoletano: Teresa De SioFrancesco Di BellaGerardo BalestrieriEnzo Gragnaniello con Mimmo MaglionicoMaldestroNando Citarella, la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Bella schiatta d’artisti: in quel momento in  buon equilibrio tra nomi storici e emergenti all’affaccio.

    Esiti notevoli, interessanti, in qualche caso clamorosi. E la segnalazione tecnica che ’Na strada ’miezz’o mare è traduzione assai più vicino al vero, letterale significato di Crêuza de mä di quanto si creda.

    Qui torniamo al punto “classico”: ciò che è diventato tale permette, accoglie, rilancia ogni rilettura, preservando misteriosamente il proprio essere unico, e rilanciando all’infinito la possibilità di identità multiple, plurivoche, e perfettamente legittime. Incremento di bellezza, non diminutio.

    Franco Giordani – Ressenàl (Nota, 2023)

    di Salvatore Esposito – blogfoolk.com

    Polistrumentista e compositore di Claut (Pn), Franco Giordani ha alle spalle un lungo percorso artistico nel corso del quale ha militato in diverse formazioni locali come Klautans, Top Secret, Lollipop e Bottle of Smokee per poi iniziare dal 2004 una fruttuosa collaborazione con Luigi Maieron, oltre a misurarsi in ambiti artistici differenti tra letteratura con la raccolta di racconti “Il profumo della brina” edita nel 2019 per la collana “I quaderni del Menocchio” e il teatro lavorando a diversi spettacoli come “I Turcs tal Friùl” di Pier Paolo Pasolini e “Tre uomini di parola” con Mauro Corona e Toni Capuozzo. Nel 2015 è arrivato la sua opera prima come solista “Incuintretimp” giunto in finale alle Targhe Tenco, a cui è seguito nel 2017 il pregevole “Truòisparis”, dedicato alla Valcellina e cantato nelle cinque diverse varianti della lingua friulana. A distanza di cinque anni da quest’ultimo, Franco Giordani torna con “Ressenàl”, terzo album in carriera nel quale ha raccolto quattordici brani cantati in italiano e friulano, tra composizioni originali e liriche di Federico Tavan, Barbara Floreancig, Giuseppe Malattia, Aldo Polesel e Rosanna Paroni Bertoja messe in musica per l’occasione. Come ben evocato dal titolo che in friulano nella variante clautana vuol dire letteralmente arsenale ma anche disordine o confusione, questo album è una istantanea dell’universo musicale e poetico del cantautore di Claut nel quale si intrecciano le passioni per la poesia, l’arte e lo sport, ma anche l’importanza della memoria, l’urgenza del canto sociale e della protesta civile. Ad impreziosire il tutto c’è il corposo booklet, immancabile nelle pregevoli pubblicazioni della collana BlockNota di Nota Editore, nel quale la poetica introduzione di Maurizio Mattiuzza fa da preludio a tutti i testi del disco, a cui seguono i contributi del giornalista Toni Capuozzo e del pittore udinese Giordano Floreancig, autore dell’evocativa copertina e delle opere che contrappuntano le pagine, e un racconto di Giorgio Olmoti. Siamo, dunque, di fronte ad un lavoro nel quale convergono diverse forme d’arte e che si muove su registri espressivi ed atmosfere differenti, spaziando dall’ironia più pungente alla poesia, da profonde riflessioni sulla vita a memorie storiche, spesso dimenticate. Un insieme di suggestioni solo in apparenza caotico ma che ci svela la coerenza di un “arsenale” creativo sempre in fermento animato dalla viva ispirazione e da una visione dell’arte aperta a tutte le sue declinazioni. Tutto questo si riflette anche negli arrangiamenti con echi di folk americano, bluegrass e roots rock, ma dove non mancano incursioni nel pop e nel rap, o uno sguardo alla tradizione musicale friulana con le villotte. “Ressenàl” ha preso vita nell’arco temporale che va dal dicembre del 2017 all’ottobre del 2021, con gli ultimi anni segnati dalla pandemia da COVID-19 e dai lockdown, ma nel quale Franco Giordani (chitarra acustica, voce e cori) non ha mai smesso di fare musica e di comporre brani nuovi e vede la partecipazione di un folto gruppo di strumentisti che si alternano al suo fianco: Massimo Gatti (mandolino, mandola), Alessandro Turchet (contrabbasso e basso), Elvis Fior (batteria), Leo Virgili (trombone, tastiere, sinth e chitarra elettrica), Chiara Trentin (violoncello), Francesco Mosna (chitarra acustica e dobro), Jimmi Bressa (chitarra elettrica) Paola Selva (chitarra acustica) e Alvise Nodale (chitarra acustica) a cui si aggiungono le voci di Leonardo Giordani e Gabriele Della Valentina. Durante l’ascolto, man mano che scorrono i brani, si ha l’impressione di sfogliare le pagine di un taccuino di appunti o di un diario in musica, con il cantautore friulano che, in una dimensione spesso confidenziale e diretta, ci consegna l’intensità della poesia, il divertimento negli episodi più ironici e le suggestioni del ricordo. Ad aprire il disco è il folk-rock acustico della title track nella quale il dialogo tra la chitarra del cantautore di Claut e il mandolino di Gatti avvolge le meditazioni sul tempo che passa e sul futuro. Si prosegue con la toccante e nostalgica “Spietame” su una poesia di Federico Tavan dedicata alla mamma scomparsa e nella quale spicca il trombone di Leo Virgili a fendere la linea melodica intessuta dalla chitarra acustica e dal mandolino. Se struggente è “Soldato del carbone” su testo della poetessa Barbara Floreancig in cui sono raccolti i ricordi di un minatore, “Via Lontano” è una elegante e delicata canzone d’amore in punta di chitarra. Arriva, poi, il segmento più leggero del disco con “Campagna elettorale” che incrocia rap e canzone d’autore mettendo alla berlina i politici alla ricerca di voti per le elezioni e il ritratto di uno strampalato tennista del trascinante bluegrass de “La Ballata di Ivan”. Il bisogno di pace dalla vita frenetica di ogni giorno di “Quan” e il rovente ed ironico rock blues “Sindaci autovelox” ci introducono alla gustosa “Villotta green pass parte I” e all’invettiva rock de “Il falò più grande del mondo” in cui Giordani canta della costante tensione distruttiva della società e che culmina con “Villotta green pass parte lI”. Verso il finale arrivano lo sguardo verso la nostra nazione e ai suoi chiaroscuri con “Oh l’Italia”, e i pensieri di un uomo “figlio di un altro mondo” di “Jeir” per giungere alla confessionale “E iò?” in cui il cantautore friulano riflette sul senso dell’esistenza e che suggella quello che è qualcosa di più di un disco, ma piuttosto è una articolata opera concettuale da ascoltare, leggere e guardare, per comprenderne fino in fondo la ricchezza, la bellezza e la poesia.

     

    Il grande libertario

    di Guido Festinese – Alias del 16/06/2024

    Carmine Torchia NON C’È PIÙ NIENTE

    1. Alla scuola della poesia (Préface) (Ferré-Medail)
    2. Gli anarchici (Les anarchistes) (Ferré-Medail)
    3. Il cattivo seme (La mauvaise graine) (Ferré-Torchia)
    4. L’oppressione (L’oppression) (Ferré-Torchia)
    5. Muss en sein? Es muss sein! (Ferré-Armellini)

    6. La memoria e il mare (La mémoire et la mer) (Ferré-Torchia)
    7. Gli anarchici (tema) (Ferré)
    8. La speranza (L’espoir) (Ferré-Torchia)
    9. Thank You Satan (Ferré-Torchia)
    10. La solitudine (La solitude) (Ferré-Medail)
    11. la Marsigliese (La Marseillaise) (Ferré-Torchia)
    12. No grazie (Sans façon) (Ferré-Torchia)
    13. Non c’è più niente (Il n’y a plus rien) (Ferré-Medail)

    Produttore:

    • Matteo D’Alessandro – produzione
    • Mathieu Ferré – produzione esecutiva per La mémoire et la mer
    • Daniele Fiaschi – produzione
    • Matteo Frullano – produzione
    • Filippo Grilli – riduzione ed esecuzione della partitura originale per voce e pianoforte (7)
    • Adriano Modica – postproduzione; co-produzione (12)
    • Carmine Torchia – produzione

    Arrangiatore:

    • Léo Ferré – direzione orchestra campionata nel finale (13)

    Musicisti:

    • Alessandro Bartalini – cori (3)
    • Matteo D’Alessandro – batteria
    • Luca De Carlo – tromba (8)
    • Mattia De Minicis – tuono (4); clarinetto, campanelli e shaker (5)
    • Daniele Fiaschi – chitarre elettriche
    • Matteo Frullano – organo, sintetizzatore e piano elettrico (10)
    • Enrico Gabrielli – sax tenore, clarinetto e archi (9)
    • Filippo Grilli – pianoforte (7);
    • Adriano Modica – chitarra elettrica, organo Farfisa, sintetizzatore, vibrafonette, percussioni (12); Mellotron (5, 8); sintetizzatore (13)
    • Carmine Torchia – voce, basso, chitarre classiche e acustiche, qualche chitarra elettrica, sintetizzatori, pianoforte, piano elettrico, programmazioni

    Registrazioni:

    • Lo studiolo – Barberino Tavarnelle – Firenze – registrazioni (aprile 2023)

    Tecnico del suono:

    • Matteo Frullano – registrazioni

    Fotografie, Grafica, Immagine:

    • Enrico de Angelis – scritto di prefazione (Senza bavaglio, senza museruola)
    • Mathieu Ferré – scritto di prefazione (Paris-Sersale A/R)
    • Linda Fierro – progetto grafico, grafica e impaginazione
    • Michela Franzoso – fotografie in studio
    • Tommaso Le Pera – fotografia di copertina
    • Leonardo Sani – foto di pagina 29 del libretto
    • Andrea Satta – scritto di prefazione (Ferré sul 38° parallelo)

    Note e Curiosità:
    – Confezione a libro con libretto spillato di 70 pagine.
    – Tristan, Nicolas e Charlotte: voci in Il cattivo seme.

    Dove trovarlo: vai al negozio di Block Nota

    Recensione:
    Più hanno gridato, più hanno ancora fiato… emblematico vessillo di Ferrè che Torchia interpreta con grande passione nel nuovo album composto di 13 pezzi uscito a fine novembre.
    Un album politico e poetico allo stesso tempo. Oltre ai brani un libretto con i testi e le prefazioni di Enrico De Angelis. Un entrare a mani nude nella terra di Ferrè degli ultimi anni, quella del Chianti, rivelandone tutta la forza espressiva attraverso una rivisitazione ricercata, un timbro penetrante e spesso recitativo, una cassa armonica tagliente e corposa. Un disco pensato con il figlio di Ferrè, Mathieu, con un meticoloso lavoro di selezione dei testi e di arrangiamenti. Da Carmine sono stati tradotti sette brani di cui non esisteva la versione italiana. Architetto di parole, un cuore rock che guarda il cielo e che spesso parla attraverso il suo cane Rùanzu, un disegno che è diventato negli anni un compagno fedele al quale affidare l’anima.
    Una personalità eclettica che traccia armonizzazioni di qualità altissima permeando di eleganza tutti i suoi lavori.
    Rossana Ghigo (Vinile 38, aprile 2024)

    Carmine Torchia è nato a Catanzaro, cresciuto a Sersale e vive a Milano. Scrive canzoni, produce dischi, spettacoli e mette in musica i poeti. Due righe veloci che servono ad inquadrare un artista poliedrico e che ci aiutano a presentare il suo nuovo lavoro. Nel dicembre 2023 ha infatti pubblicato il libro-cd Non c’è più niente – Carmine Torchia per Leo Ferré, suonato e cantato con Daniele Fiaschi e Matteo D’Alessandro (e con la presenza di diversi ospiti). Un album ‘politico’, nato dalla collaborazione con La mémoire et la mer che lo ha prodotto assieme a Nota, l’etichetta discografica friulana di Valter Colle, con Edizioni Peermusic Italy. Un lavoro di traduzione e rielaborazione musicale supportato dalla famiglia del cantautore francese, che era anche compositore, scrittore, artista impegnato in nome della libertà, anarchico con la A maiuscola, che si ispirava ai francesi “maudit” come Baudelaire, Verlaine, Rimbaud ma era anche affascinato dagli italiani Pavese e Testori; autori che nel tempo ha musicato e portato in scena nei suoi recital.
    Ed è restando proprio nell’ambito del recital, che si alterna al canto, che si colloca questo tributo, frutto di uno studio e una frequentazione accurata e sentita con l’universo di uno dei giganti della musica d’autore francese. La traccia che apre l’ascolto è la prefazione Alla scuola della poesia. Torchia (qui sotto nella foto) sembra quasi canalizzare l’anima di Ferré, restituendoci un ritratto vivido e attuale attraverso le parole che hanno costruito le sue opere. L’ascolto risulta intenso e attento; il senso delle liriche crea una varietà di immagini e sensazioni che abbattono quei muri che aprono le porte dell’introiezione.
    Sono tredici le canzoni selezionate da Mathieu Ferré, figlio di Léo. Sono state tradotte in italiano, alcune per la prima volta, come Il cattivo seme, Thank you Satan, No grazie, La Marsigliese e La speranza. Brani che vengono interpretati fedelmente con lo stile originale e personale di Carmine Torchia. Forse non è un album di facilissimo approccio, soprattutto per chi non ha mai affrontato la produzione autoriale di Léo Ferré, che con le sue inquietudini ha sempre raccontato la forza e la malinconia di un poeta ribelle, visionario, schietto, che non le mandava a dire. Ma già ad un secondo ascolto si inizia ad entrare meglio nel suo mondo e ad agevolare il tutto, nel piccolo libro che accompagna il cd, sono presenti i testi dei brani tradotti (oltre a quelli originali) più tre interventi che aiutano la comprensione. Il primo è ‘Paris-Sersale A/R’ scritto da Mathieu Ferré che introduce, spiega e “benedice” questa scelta operata da Carmine Torchia, accomunandolo alla figura di Caronte che traghetta l’ascoltatore alla scoperta di parole, di ‘Amore e di Libertà’. Segue poi Edoardo De Angelis in ‘Senza bavaglio, senza museruola’ permette di entrare maggiormente in connessione con il mondo e il pensiero di Léo, raccontando le sfumature che hanno caratterizzato i suoi testi e infine Andrea Satta, in ‘Ferré sul 38° parallelo’ rivela come Torchia sia riuscito a interpretarlo, attraverso una lettura poetica non convenzionale.
    C’è chi sostiene che “Tradurre è un po’ come tradire”, tuttavia, questi testi nello scambio linguistico riescono a mantenere intatta la connotazione originale e vengono enfatizzati da un tappeto sonoro e da elementi che creano un’atmosfera elettrizzante. È il caso, ad esempio, del brano (recitato) La solitudine accompagnato dal suono della chitarra elettrica che gli dona un’anima rock. E di Non c’è più niente, un testo surreale, che nella versione originale ha una durata di oltre 15 minuti. Torchia lo amplia fino a farlo arrivare a circa 18 minuti, offrendo una suggestiva rilettura che scorre su un loop creato da un giro armonico-psichedelico, portandoci a scoprire (o riscoprire) parole che sembrano scritte oggi e che invitano a capire che in quel “non c’è più niente” si cela invece un tutto. Un concetto che ritroviamo nelle parole di Léo Ferré (qui in alto in una foto di repertorio) che compaiono anche sulla quarta di copertina dell’album: “Nasci solo muori solo, tra i due, ci sono avvenimenti, avvenimenti che spero tu scelga, perché la maggior parte delle volte questi avvenimenti ti vengono imposti, quindi fai tutto quello che puoi per mantenere questi avvenimenti per te stesso”.
    Annalisa Belluco (L’Isola che non c’era, 2024)

    Questa meraviglia va tra gli album di interprete migliori dell’anno, senza esitazione alcuna. Un approccio, quello di Carmine, di vero amore, di curata e millimetrica manipolazione, di convinto rispetto e attenzione per questa materia lavica e oscura, potente e disperata, che ti affama e ti sfama, che strappa pelle e flaconi di sangue, che ti fa venire la pelle d’oca e ti costringe e rivedere modelli e convinzioni, comportamenti e approcci. E’ cosa che riesce davvero a pochi. Alle traduzioni di Enrico Medail e Guido Armellini il cantautore calabrese, mettendoci tutto se stesso, aggiunge di suo pugno, per la prima volta in italiano, sotto l’attenta supervisione di Mathieu Ferré, Thank you Satan, La Memoire et la Mer, Sans Façon, L’Oppression, L’Espoir, la Marseillaise e, mai incisa da Léo, La Mauvaise Graine. Carmine Torchia è autentico, vero, non interpreta ma fa suoi i brani, le parole, i concetti; canta con passione, dolore, partecipazione; dilata e comprime, aggiunge mirate spalle rockeggianti a quel fiume impetuoso e travolgente, addolcisce e inasprisce visioni e paesaggi, ci riconsegna un autore formidabile irrimediabilmente contemporaneo, attuale; ci conferma ancora nella convinzione di quanto possa essere stupefacente il connubio magico tra musica e poesia. Introduzioni e chiarimenti di Mathieu, di Enrico De Angelis, dell’altrettanto innamorato Andrea Satta.
    Alberto Marchetti (Ardisc, giugno 2024)