Lino Straulino – Lino Straulino cjante Ermes (Nota, 2023)

Profondo conoscitore della cultura e della tradizione friulana, e carnica in particolare, Lino Straulino, nell’arco del suo quarantennale percorso artistico ha spesso incrociato il suo songwriting con i poeti della sua terra, rivestendone le liriche con le eleganti trame musicali intessute dalla sua chitarra. È il caso della sua opera prima come solista “La Faire”, uscita solo su cassetta nel 1990 e dedicata ai testi di Emilio Nardini, successivamente ripresi nel disco “Al Soreli” del 2005, ma anche di altre opere successive come “Tiere Nere” del 2001 con le poesie di Maurizio Mattiuzza, “Ogni sera. Lino Straulino al cjante Leonardo Zanier” del 2018 in cui musicava il “poliedrico narratore di Carnia” per usare le parole di Valter Colle che ne ha curato la pubblicazione. Album centrale in quello che è ormai un vero e proprio filone della sua articolata produzione discografica, è certamente l’album “Lino Straulino cjante Ermes” del 1997, frutto di un intenso lavoro di studio e ricerca sull’opera Ermes di Colloredo (1622-1692) e nel quale il cantautore e polistrumentista carnico rileggeva adattando in musica otto componimenti in lingua friulana del poeta-militare. Il disco giungeva, a dieci anni dal debutto come solista, e da quest’ultimo ne riprendeva l’approccio musicale, come ci ha raccontato in un intervista di qualche anno fa: “Fu l’inizio un po’ della mia carriera perché nel 1990 pubblicai la cassetta a mie spese con le canzoni di Nardini che poi diventarono un album. Da questa esperienza nacque alcuni anni dopo, dieci per la precisione perché era il 1997, anche il disco dedicato ad Ermes di Colloredo, che era una cosa a cui lavoravo da tempo, ma fu molto veloce come realizzazione perché per me era come affrontare Dante, lui è infatti il più grande poeta friulano. Mi fece molto piacere che Rienzo Pellegrini, che è un professore universitario ma anche un grande studioso della letteratura locale, apprezzò molto il mio lavoro di rielaborazione, perché nonostante fosse un disco per soli chitarra e voce ha ricevuto grandi consensi e non solo in Friuli”. Considerato una delle voci poetiche più significative della storia letteraria friulana per la sua poetica densa di realismo e non priva di accenti satirici e burleschi, Ermes di Colloredo utilizzava una ampia varietà di registri espressivi che lo vedevano spaziare dalle liriche d’amore, ai testi teatrali in forma dialogica in prosa e versi in cui racconta con spesso con pungente ironia i costumi e la società di fine Seicento, il tutto permeato da un forte senso del realismo. In occasione del quarto centenario della nascita del poeta friulano, la benemerita etichetta Nota, ha ristampato l’album in formato Cd-Book con l’aggiunta con l’aggiunta di un corposo booklet con tutti i testi rivisti e tradotti proprio da Rienzo Pellegrini, partendo dalla prima edizione Murero del 1785, opportunamente revisionati e commentati. Ritornare all’ascolto di questo disco, è l’occasione per riscoprirlo sotto una luce nuova con il prezioso lavoro di rimasterizzazione di Luca Brunetti, curatore della registrazione del 1996, che ci consente di cogliere tutte le sfumature poetiche dei brani, esaltando le tessiture chitarristiche e la voce di Lino Straulino. “La poetica del Seicento non pretende genuinità di sentimenti, freschezza e sincerità di emozioni.”, scrive Rienzo Pellegrini nella nota introduttiva del disco, “Esige per contro abilità tecnica, una manifestazione e una prova di virtuosismo. Io inclino a insistere sul fatto che la scrittura va considerata in rapporto al tempo nel quale si è prodotta. Lino, la sua voce e la sua musica adottano una prospettiva diversa: un Ermes di Colloredo in rapporto al tempo nel quale viviamo, alle costanti umane che non variano. Sono due impostazioni che possono convivere: complementari e non in antitesi”. Tutto questo lo si coglie a pieno in questa ristampa, con la musica che avvolge i versi del poeta friulano, esaltandone ora il lirismo, ora la pungente ironia, ora ancora la capacità di raccontare i chiaroscuri di fine Seicento. Ad aprire il disco è la struggente “Niccolò, lassi al fin l’amor tiran” in cui il poeta friulano racconta i suoi struggimenti d’amore al giovane Niccolò Madrisio (1656-1729), incorniciata dagli arpeggi della chitarra di Straulino che evoca la musica barocca. Si prosegue con la riflessione sull’arte de “Che al cil presumi d’innalzà”, e l’incanto della natura cantato nell’invito rivolto all’amico Girolamo di “Jaroni, i rusignui dal mio boschet…”. Se la canzone ritornellata “Mè saltat in tal capriz” presenta una brillante architettura musicale che mette in luce la peculiare struttura dei versi, la successiva “E un arbolät cu dis” colpisce per la costruzione metrica e per l’ironia del testo che Straulino rende in musica in modo brillante e coinvolgente. Le amare riflessioni sul mondo pieno di presunzione e di arroganza di “Tas plen di presunzion, tas arrogant” e quelle sulla vita di “Cappi, copari, cheste sì chè grande” ci conducono alla lunga ballata intimista “E ben reson, s’hai di chiantà dal sec” che chiude il disco. Onore al merito, dunque, a Nota per averci consegnato la nuova versione di questo album che, a buon diritto, può essere considerato uno dei punti più alti della discografia di Lino Straulino.