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Salvatore Villani, La voce del Gargano. L’artista e l’etnomusicologo

Il racconto retrospettivo di Salvatore Villani della propria vita di artista e di ricercatore è una bella occasione per fare i conti con un ampio scorcio di storia culturale italiana, non solo del Gargano di cui Villani – nato a Rignano Garganico – è originario. Nelle pieghe della storia di questa variegata personalità di studioso, mediatore ed esecutore di musiche della propria terra, si rintracciano passaggi cruciali del pensare lo studio delle forme di tradizione orale e delle culture popolari del sud Italia. Ricercatore delle tradizioni musicali garganiche, curatore di monografie discografiche sui repertori sacri e profani, Salvatore Villani è una personalità di ampia cultura musicale.
Con una solida formazione classica alle spalle, in ambito musicale sia antico che contemporaneo, Villani si è successivamente formato al magistero di Roberto Leydi. In lui convivono i Cantori di Carpino e Mahler, le donne canterine di Ischitella e Bartók, Domenico Corigliano e le Confraternite di Vico del Gargano. Si è dedicato da musicista, etnomusicologo e didatta all’archiviazione e alla divulgazione del patrimonio culturale musicale garganico in veste di organizzatore di cultura, compositore, cantante, strumentista di chitarra battente, direttore d’orchestra, musicologo, etnocoreologo e regista (qui, ricordiamo il suo “Mesciu Gigi” del 2015, pubblicato sempre da Nota Records, un docufilm che racconta Luigi Stifani, l’ultimo grande esponente della prassi coreutico-musicale-terapeutica legata al tarantismo). Del 2018 è la presentazione “Antico Stile di Salvatore Villani” di Roberto De Simone (il cui manoscritto originale è stato riprodotto nel volume), che oltre a collocare opportunamente il lavoro dello studioso e musicista garganico, si trasforma in una lucida ed impietosa analisi di certa contemporanea spettacolarizzazione effimera e consumistica della tradizione orale. Seguono le presentazioni di Giovanna Marini (“Il Disco memoria e invenzione di Salvatore Villani”) e “Minimalia, esercizio di ammirazione” di Gino Annolfi, che incorniciavano il CD “Vecchio Stile” (2017), allegato al volume. Il disco è la documentazione di una relazione “corpo e anima” con la propria terra, di un rapporto duraturo con cantori, ‘cantoresse’ e strumentisti locali da cui Salvatore ha appreso eccezionali repertori. Un disco squisito come, tra l’altro, le ricette che il vulcanico Villani cucina. Una biografia personale, fatta di incontri, un viaggio che dalla pianura pugliese attraversa tutto il Gargano per lambire finanche il Salento. Un lavoro rappresentativo – scrive Giovanna Marini nelle note di presentazione – “di come si può far rivivere oggi un repertorio antichissimo e farlo vivere anche agli altri”. L’artista romana sottolinea che Villani “ama aggiungere strumenti e modulazioni non canoniche ai pezzi che canta, con amore travolgente. Così forte è l’amore che lui porta al pezzo, che questo ne rivive e diventa così autentico da non subire nessun danno dalle trasformazioni creategli dalle varie armonizzazioni ai pezzi che presenta: sempre elegante e suonate magistralmente”. In “La voce del Gargano” Villani prosegue presentando le sue esperienze musicali, l’avvio dei suoi studi di etnomusicologia e il suo affascinante percorso di conoscenza dei canti e delle musiche della tradizione orale fino alla fase di reinterpretazione. Nel capitolo successivo, in forma emendata, Villani riprende una lunga intervista realizzata da “Blogfoolk”, proprio in occasione della pubblicazione di “Vecchio Stile”, che rintracciando retrospettivamente il percorso formativo e di ricerca dà conto anche di suoi più recenti studi sul campo in Grecia e, soprattutto, nel Chiapas, di cui avremmo volentieri letto la documentazione degli ulteriori e più recenti sviluppi in questo libro. Di seguito, sono proposti i materiali testuali e musicali dell’album “Vecchio Stile”, presentati in forma analitica, traccia per traccia. Oltre al pregio musicale, l’album si connota per il fatto che diventa rivelatore di diverse fasi del folk revival italiano, della ricerca e della riproposta del canto popolare. È il lavoro di un artista in tensione tra memoria e creazione, tra trasmissione di espressioni tradizionali e istanze innovative, che non snaturano ma assecondano il mirabile portato melodico dei canti di questo lembo di terra pugliese (cfr. la recensione di Blogfoolk). A completamento della pubblicazione, trovate un corredo fotografico commentato e l’elenco delle pubblicazioni e delle recensioni ricevute dal Villani studioso e artista.

Il senso ubiquo della quotidianità

Alias del 10/03/2018

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Il vecchio stile di Salvatore Villani

Un disco di pizzica-pizzica che è un viaggio nella carriera e nella vita di Salvatore Villani, musicista e ricercatore

 Un musicista del nostro Sud che intitoli un suo lavoro Vecchio stile è un po’ come un collega della contea del Donegal che metta nel titolo di una sua raccolta di gighe, arie e lament la definizione “old fashioned”.

Chiaro l’intento e  la manovra selettiva,nei confronti della tradizione, che come sappiamo è sempre frutto di scelte, non di codici imperativi. Però sgomberiamo subito il campo da ogni equivoco: la necessità di riproporre brani che sono persi nelle pieghe della storia, e che ogni tanto sono riaffiorati, complice una cosciente ricerca storica che ha saputo ridarsi strumenti d’indagine c’è tutta. Ma Vecchio stile, in realtà, è anche un tributo al primo gruppo in cui un giovanissimo Salvatore Villani si trovò a suonare per feste e matrimoni: un gruppo che non avevaneppure l’ardire di registrarsi, e che per fortuna qualcuno invece riuscì a fissare su nastro magnetico.

Ciò premesso, il disco di Villani è davvero un sunto, un viaggio, uno squarcio anche per certi versi visionario sulla storia di una vita spesa a ricercare, a suonare, a studiare per lo specialista di corde e di vocalità popolare nato a Rignano Garganico. Alle spalle c’è una storia di formazione classica, sia nella musica antica, sia in quella contemporanea, poi è arrivato il colpo di fulmine per l’etnomusicologia, grazie anche a Roberto Leydi che gli ha fornito attrezzatura teorica per tornare a convogliare immensi patrimoni orali in musica viva.

Qui metteremmo, ad esempio, la “ri-scoperta” delle epocali riprese sonore di Alan Lomax e Diego Carpitella, di cui abbiamo parlato di recente. E spunti pratici: ad esempio quello di tornare a suonare la chitarra battente, uno strumento magnifico caduto in un triste dimenticatoio storico, e che Villani ha ripreso a suonare all’inizio degli anni Ottanta, anche con la frequentazione assidua del più grande maestro carpinese, Andrea Sacco. O il tornare a cantare con la sapienza popolare che fa assumere valenze espressive significative a tecniche espressive vocali non certamente utilizzabili o consigliate con il sistema temperato: i quarti di tono, la pronuncia di testa, il gioco flessuoso su anticipi e ritardi nel portare il ritmo spostando gli accenti. Fondamentale anche l’ incontro con Giovanna Marini, che in terra di Puglia ha spesso trovato sapienza musicale da riscoprire e grande ospitalità, e che è stata un punto di riferimento per tutta la carriera di Villani. C’è anche lei nel disco: nello stornello polivocale a voci alterne Fior di limone, inciso nel 2015.

Troverete in Vecchio stile anche un originale di Villani in memoria di un amico scomparso troppo presto, e diciassette brani della tradizione garganica e salentina, in qualche caso opportunamente speziati di “altro” – a ben vedere, storicizzazione di approcci diversi alle note folk della propria terra. Succede ad esempio nella magnifica tarantella “Mo’ hadda balla lu rizzë e la cëstunjë”, che contiene qualche battuta di pianoforte in jazz, un omaggio a note avventurose conosciute da ragazzino, o in “Conta la grana che ma da dà”, che molti ricorderanno nella versione del grande Matteo Salvatore, altro mentore per Salvatore Villani.

In coda, qui, arriva qualche piacevole bordata di organo hammond, e sembra di ascoltare un brano palpitante di folk rock dei primi anni Settanta. Nelle note di copertina un intervento di Giovanna Marini e uno di Gino Annolfi, oltre a un prezioso commento brano per brano.