Corzani Airlines: Nicole Coceangig
di Valerio Corzani – blogfoolk.com
Nicole Coceangig di Valerio Corzani – blogfoolk.com
Nicole Coceangig
Ettore Castagna, catanzarese di domicilio bergamasco ma migrante di destino ed anarchico di animo, è un personaggio di collocazione obliqua: ricercatore, antropologo ma anche quotato scrittore. La sua produzione artistica è fluente ed abbraccia varie esperienze: dai Re Niliu, un gruppo che è stato progenitore di un sound etnico tagliente, a una carriera solista che lo ha visto di recente anche esordire con “Eremìa”, un album molto ispirato e dal taglio cantautorale, pubblicato da Alfa Music qualche tempo fa. Nella sua ultima fatica si è concentrato sulla lira, un affascinante strumento ad arco dotato di sole tre corde, testimone di un mondo antico e mai perduto.
“Lira sona sona” è l’eloquente titolo: si tratta di una commissione pubblicata da www.nota.it, riservatagli nientemeno che dalla prestigiosa facoltà di Etnomusicologia della Sorbona a Parigi. Un disco ruvido e magnetico che scuote l’animo e svela le radici di una dimensione originatasi da antichi per quanto insuperabili Maestri: Questo è un album – esordisce- che avrei dovuto fare trent’anni fa ma che non avevo mai realizzato perché costantemente distratto da altro. Faccio da sempre troppe cose insieme. Nell’ultimo decennio poi mi sono distaccato in modo forse definitivo dalla riproposta filologica, aggiungerei però che il Destino ha risolto il gioco. Una mattina di maggio 2023 spunta sulla porta di casa mia, a Bergamo il chiarissimo Professore Dider Demolin, che mi appare subito molto determinato. “Sono venuto a trovarti perché ho bisogno di parlarti di un progetto…” esordisce, e poi attacca un discorso al quale stentavo a credere, dato il mio rapporto non sempre sereno col mondo accademico, per lo meno italiano.
Una sorta di investitura sul campo insomma…
“Quella per fortuna era arrivata già prima. Didier è uno scienziato sorridente, dai modi franchi e diretti, senza alcuna retorica. “Tu sei il testimone storico della lira della Calabria – ha proseguito – quindi tocca a te fare un lavoro di sintesi della tua esperienza, in sostanza su di te, dal momento che rappresenti il Bartok italiano”.
Wow che shock!
“Difatti una volta ripresomi da lì a poco, che avrei potuto dire? Forse di no? Giammai. Con il prezioso supporto di un importante sponsor internazionale, il disco è stato registrato alla velocità della luce in un mese, ho fatto quasi tutto da solo registrando fra Reggio Calabria e Bergamo. Pochissimi gli apporti esterni. Un disco direi etnografico, duro, schietto, frontale: la lira come si è suonata per secoli e come la suono io dal 1985. Devo però nominare come compagni di strada la meravigliosa presenza della voce di Jenny Caracciolo, molto antica ma a volte con venature neomelodiche e il sound primordiale di Mimmo Morello. Al disco hanno partecipato anche Peppe Muraca e Anna Cinzia Villani”.
Cosa è per te la contemporaneità? Perché insisti a suonare la lira in questo modo? Non temi l’archeologia?
“Sarò banale ma la mia idea del contemporaneo è molto filologica. Tutto ciò che esiste in questo momento, che con me esiste in questo momento. Suonare la lira così all’antica a molti pare limitato: bicordi a bordone, scale modali con le note alterate, insistiti ritmici sporchi e primordiali. Niente vibrati e niente scale spettacolari con salti di posizione paganiniani ma circolarità, ricombinazioni continue, ipnotiche. Certe volte che suono solo, che suono per me, mi perdo per tempi dilatati e infiniti in questi cicli di micro variazioni e microtoni. Penso più a Steve Reich e a Terry Riley che al virtuosismo degli archi romantici… E devo dirti che procedendo in questo modo trovo la pace del cuore”.
Vivi a Bergamo dalla fine degli anni ’80, quindi lontano dalla Calabria e in maniera quasi ovvia per quanto inevitabile, tu i maggiori consensi li hai raggiunti altrove. Che sensazione ti fa adesso rispetto a quando sei andato via? Ti pesa la considerazione di non essere un “restante”? Oppure la Calabria resta, come ha già detto qualcuno, un luogo della mente?
“L’illustre De Martino diceva che è necessario avere un villaggio nella memoria e Pavese diceva che un paese “ci vuole”, anche solo per andare via. La Calabria è il villaggio della mia memoria. Ho una visione non retorica della Calabria e accetto quello che è oggi la mia regione di nascita come custodisco gelosamente memoria di quello che era prima e di quando sono andato via. Io sono un sostenitore della memoria e uno scettico della nostalgia. La memoria è restituire le cose come sono andate. La nostalgia è la ricordanza di Leopardi, è trasformare il passato in meglio o in peggio. “Voglio essere testimone anche quando non ci sarà più nessuno a cui rendere testimonianza” dice Cassandra di Christa Wolf. Ed io questo penso”.
Restiamo ancora sulle tematiche regionali: paleariza se non erro nacque nel 1998, Tarantella Power(oggi Kaulonia Tarantella Festival) nel 1999, Primavera dei Teatri nel 1998, Joggiavantfolk negli stessi anni. Oggi Primavera dei Teatri è un festival considerato tra i maggiori nel panorama del teatro italiano proprio per la sua apertura verso altre realtà e territori, mentre Paleariza non si svolge più. Kaulonia Tarantella Festival si trova quasi costretto ad invitare nomi della TV, quasi delle vecchie glorie, che nessuno calcola realmente dal punto di vista artistico per avere un titolo sulla stampa locale e Joggi Avant Folk rimane un festival che si basa sul volontariato come altre realtà lodevoli ma che poi non hanno retto. Cosa è successo secondo te?
“È successo che il livello politico e quello culturale in Calabria non dialogano. La politica è asfittica, incapace, insensibile, depressa. Rispecchia lo sconcerto, il disincanto, la mancanza di sogni dell’elettorato. La qualità non interessa, non merita finanziamento. La Calabria vive quindici giorni ad agosto ed il metro della politica per finanziare lo spettacolo in genere è il cosiddetto “salsicciometro”. Quanto sozizzu avete venduto? Tanto? Ok allora la festa è andata bene”.
Giorni fa si è laureato il primo zampognaro presso il conservatorio di Nocera Terinese. Ma da quanto mi risulta alle feste tradizionali “u sonu”, oggetto anche della tua ricerca, è diminuito fortemente. In compenso si stampano CD e libri sull’argomento. Ti sembra che il tutto abbia una sua logica? Quale potrebbe essere invece una politica efficace per la valorizzazione culturale e turistica delle tradizioni locali?
“Fino a pochi anni fa ci vergognavamo della stalla del nonno perchè puzzava di animale e di concime. Oggi chiediamo i finanziamenti per farne uno spazio panoramico con idromassaggio dentro un agriturismo. Questo è quello che è successo. La cultura contadina e pastorale è stata oggetto di secolare vergogna storica. Dopo aver buttato a mare il bambino e l’acqua sporca ecco che oggi c’è il rimpianto. Dilaga la nostalgia verso quello che non abbiamo mai conosciuto davvero perché oggetto di rifiuto assoluto storico e sociale. Rivogliamo la cosiddetta “tarantella”, rivogliamo la cosiddetta “tradizione”. Il Sud sembra una riserva indiana nel quale gli indigeni sconfitti mettono in scena una loro ritualità ipostatica per incassare qualche dollaro dai turisti. La Calabria ha il suo repertorio… il peperoncino… la tarantella… perfino la ndrangheta… Una politica veramente seria di analisi critica della storia della Calabria e del Sud non è mai avvenuta. Solo un processo del genere, con la consapevolezza che porta con sé potrebbe avere un valore come elemento fondante di un progetto per il futuro”.
Quale ritieni essere stata la maggiore soddisfazione del tuo percorso artistico? Che differenza c’è quando scrivi una canzone ed invece quando hai a che fare con la stesura di un romanzo?
“Sono molto orgoglioso di aver mantenuto sempre la schiena dritta. Ho sempre suonato, cantato e scritto quello che mi piaceva scrivere in quel momento. Non ho mai rincorso le mode. Ho fatto il possibile e, spesso, l’impossibile per ignorarle. Mi piace scrivere musica, libri senza tempo. Dischi che ascolterai fra dieci o quarant’anni e penserai che ti parlano ancora. Non mi interessa essere a la page, seguire il cosiddetto mood. Ho fatto e faccio una fatica orba per essere me stesso e per restarlo. Dentro la mia musica e la mia scrittura c’è il bassista punk degli anni ’70, il viaggiatore, l’innamorato della filologia, il lettore dei classici come della beat generation, il suonatore di strumenti tradizionali, l’antropologo, il collezionista di vinili (ce mi hanno rubato), l’emigrante postmoderno, il documentarista, il giornalista, il professore di letteratura… Una canzone può essere molto diversa da un romanzo. Non solo perché il lungometraggio è diverso dal cortometraggio ma io seguo l’insegnamento del caro indimenticato amico Mario Giacomelli. Una volta mi disse: “Quando io mi emoziono mentre scatto vuol dire che quella sarà certamente una grande foto”. Questo vale per tutto: per la foto, per il romanzo e per la canzone”.
Cosa ti aspetta nei prossimi mesi? So che hai già pronti almeno uno se non due dischi di materiale inedito e cosa ascolti oggi mosso solo dal piacere di farlo senza che il tutto possa eventualemte avere delle ripercussioni sulla tua attività di ricerca?
“Sono un ascoltatore caotico ma globale. Non ho generi di riferimento. Evito in genere il mainstream ma finisco per ascoltarlo lo stesso. Non mi piace la lirica salvo rare eccezioni. Il bello è che esattamente tutto quello che ascolti ha ripercussioni inevitabilmente in ciò che scrivi e suoni. Ma questo è il mio modo artistico di vivere la contemporaneità. In genere per scaramanzia sono piuttosto avaro di anticipazioni sul futuro. Sto lavorando al mio prossimo e secondo album da cantautore che dovrebbe uscire entro il 2025. Non avendo però grandi e ricche produzioni alle spalle i tempi non sono certi. Ecco, di questo sono orgoglioso, tutta la mia vita artistica, nella scrittura e nella musica, è sempre stata autoproduzione. Ho sempre deciso tutto io… punti, virgole, pure le parentesi quadre”.
di Ignazio Gulotta – distorsioni.net
Avevamo visto Nicole Coceancig in novembre in occasione del meritatissimo Premio Ciampi vinto dalla giovane musicista friulana e sul palco del Teatro Goldoni ci aveva immediatamente conquistato per la grinta e la personalità mostrata sia pure nel breve set di due canzoni. Ovvio che appena uscito abbiamo subito comprato il suo cd “Zohra” un concept album basato sulla storia, immaginaria, ma estremamente realistica, di una giovanissima afghana costretta ad abbandonare il suo Paese e a cercare rifugio in Europa. Il disco è la storia della sua odissea, comune purtroppo a molti che guerre, fame, repressione politica, costringono alla fuga. Per raccontare questa vicenda Nicole Coceancig, a cui non manca il coraggio nelle sue scelte, ha utilizzato il dialetto friulano, il che aggiunge forza emotiva alle sue canzoni, nelle quali si respira il sapore di una terra e di un popolo poco incline alla retorica, che conosce l’asprezza della vita e la generosità di una terra che è stata ed è crocevia di popoli e culture e che però rischia di dimenticare questa sua storia affogando nella retorica del ‘padroni a casa nostra’. “Zohra” è un urlo accalorato e drammatico per riscoprire i valori dell’umanità e dell’empatia per chi soffre, valori quanto mai necessari in questi tempi cupi in cui invocazioni di guerra e genocidi di interi popoli si riaffacciano tragicamente nella cinica indifferenza delle classi dirigenti. Il disco è pubblicato dall’etichetta Nota, sul suo sito potete ordinare il cd, che in catalogo ha Gualtiero Bertelli, Giovanna Marini, Caterina Bueno, nomi al cui confronto non sfigura adesso quello della Coceancig che si inserisce in quella nobile tradizione di canto civile che tanto ha dato alla canzone folk italiana. A dire il vero per forza espressiva e capacità di emozionare non vi sembri blasfemo il paragone anche con la grande Joan Baez. Del resto la voce della friulana è efficacissima sia nell’esprimere i momenti di dolore, di solitudine, di angoscia della sua protagonista, per esempio nel toccante inizio di Di Trop Che o Ai Ciaminat o nell’intensa Ciare Mame, sia la forza, la determinazione, la rabbia che la anima nel corso del viaggio verso l’Europa. Nella cupa e dolente Chiamami Per Nome l’arrangiamento sembra andare per ondate, la voce aumenta di drammaticità e il testo impressiona nell’evocare il senso di smarrimento che coglie quando si rischia di perdere la propria identità «Chiamami per nome/ma fallo nel buio /Perché in questa storia/fa più paura la luce». Gli arrangiamenti acustici curati dalla stessa Nicole e da Leo Virgili che nel disco suona la chitarra creano l’appropriato pathos e la giusta atmosfera drammatica, non travalicano mai la protagonista, la voce, ma la accompagnano egregiamente con prevalenza di una scelta minimalista, ma anche in qualche caso enfatizzando come in Silos grazie agli archi o come nella splendida La Liende Dal Silveri dove le voci delle chitarre, degli archi e delle percussioni si intrecciano affascinanti ad accompagnare una canzone che è una sorta di monito a non rinchiudersi e una speranza in un futuro diverso, perché come recita il titolo della villotta tradizionale riarrangiata a chiusura del disco Non C’è Mai Stata Pioggia e Zohra è partita per conquistare la propria libertà e indipendenza. L’auspicio è che il pubblico venga a conoscenza di questo lavoro, gli presti ascolto e sappia apprezzare le indubbie sue qualità. Con Nicole Coceancig possiamo salutare un’artista che non ha paura di apparire impegnata, di cantare il nostro non felice tempo e sa farlo in modo eccellente. Il cd ha un libretto molto curato che contiene i testi in friulano e tradotti in italiano.

Dopo 35 anni di carriera come voce degli Yo Yo Mundi, festeggiati con concerti e una mostra dal titolo “Canzoni di fuga e speranza” (in cui si ripercorre la storia della band acquese), Paolo Enrico Archetti Maestri pubblica il suo primo album da solista. Amorabilia è un termine inventato dall’autore, nato dall’incontro tra le parole Amore e Memorabilia. Il disco si presenta con in copertina la foto in primo piano del musicista ragazzino, inducendo a pensare che probabilmente questo è un disco molto personale e intimo, dove prevalgono i toni acustici.
Spiccano tra tutti un quartetto di brani suonati in trio con Susanna Roncallo alla chitarra e Simona Colonna al violoncello: Baionetta una canzone intensa contro la guerra; Iaio e Fausto, un bellissimo ricordo, delicato e intenso, scritto per l’omonimo spettacolo teatrale che ricorda l’omicidio dei due militanti milanesi; Stelle nere, scritto per una band pugliese, dove le stelle costrette ad allontanarsi dal luogo dove fino a poco prima brillavano illuminando il mondo sono una magnifica e “illuminante” metafora dell’umanità costretta suo malgrado a emigrare; La canzone delle distanze, una ballata acustica con Simona Colonna al violoncello e alla voce e Susanna Roncallo alla chitarra, che chiude il disco con un lume di speranza (“ho sentito tutto non ho capito il senso / ho visto tutto non ho guardato niente / ho dimenticato tutto, ma mi ricordo di te”).
Predominano i suoni acustici anche in L’ennesima canzone sul tempo, una classica canzone d’autore, con Cecilia Lasagno ospite alla voce e all’arpa e il batterista prematuramente scomparso Alan Brunetta. Sono episodi in cui emerge la notevole capacità testuale di Archetti Maestri, evidenziata ancor più proprio dalla scelta dei suoni acustici. Ma sono molto convincenti anche i brani dove gli arrangiamenti d’archi sottolineano l’intensità delle parole del cantautore acquese, come nel lento Il cigno e la Rosa, una canzone apparentemente leggera ma dal significato profondo (“Questa vita piccola nel paradiso delle fatiche”) o nella bella L’amore trova sempre la sua strada, dove una melodia convincente che si apre con l’ingresso degli archi dipinge quasi un inno dedicato alla forza dell’amore, che alla fine supera tutte le barriere.
Non mancano comunque i brani più elettrici dove emergono i suoni tipici degli Yo Yo Mundi, presenti al completo in Estate in piscina (altro titolo che arriva da un precedente spettacolo, Storie sul filo dell’acqua), o dall’aria più pop, come il ritmo allegro di I cani sognano di noi, che apre il disco (qui è presente la sezione ritmica degli YoYo). Di sogni si racconta anche in La bimba che sognava Maradona, ancora una melodia convincente, in cui agli archi si sostituisce la sezione fiati, con l’aiuto prezioso della chitarra di Paolo Bonfanti. In questa varietà di sonorità e ospiti, c’è spazio anche per la quasi filastrocca pop di Curcuma Zenzero, un insieme di colori e suoni etnici (ospiti Simone Lombardo alla cornamusa, Maurizio Camardi al duduk, Laura Merione al violino, Elisa Testa alle voci) per raccontare i sapori delle cucine etniche, che diventano etiche e solidali.
Amorabilia non è solo il disco solista di un cantautore che con la sua band ha scritto pagine importanti della musica italiana, ma è un progetto a suo modo coraggioso, che agli undici brani presenti aggiunge un libretto con undici composizioni poetiche, e si prende anche il lusso del mixaggio in Dolby Atmos (cosa non scontata nell’ambiente indie italiano), grazie alle mani del fidato da Dario Mecca Aleina.

I tuoi lavori discografici abbracciano 60 anni: quali sono stati i principali cambiamenti che hai osservato nel “fare” un album lungo quest’arco di tempo?
storie vere, pezzi di storia.
abbiamo vissuto una giornata intera. Abbiamo mangiato un panino e siamo tornati verso le sette o le otto di sera. Abbiamo parlato, abbiamo registrato e abbiamo raccolto un sacco di materiali perché hanno incominciato a cantare mentre lavoravano, esattamente come quando erano mondine, hanno fatto il loro repertorio, anche se stavano raccogliendo i pomodori. Il disco raccoglie una piccola parte del lavoro che abbiamo fatto e di quello che abbiamo raccolto. Quella è stata un’esperienza intensa, la prima, poi abbiamo fatto anche altre registrazioni, ma sempre cose di mezza giornata, di un ora o due.
si è posto anche per noi, con il Nuovo Canzoniere Italiano, e fu Roberto Leydi con Giovanna Marini a porlo. Noi rimanemmo interdetti, ma eravamo interessati a questo tipo di ragionamento; tanto è vero che i primi dischi erano poverissimi dal punto di vista musicale e si puntava tutto sul testo con arrangiamenti più semplici ed immediati possibile. Piano piano, poi, le cose sono cambiate, è arrivato Paolo Ciarchi, che ha dato un contributo notevole. Giovanna Marini ha introdotto, invece, modalità classiche all’interno del suo repertorio esecutivo. Io stesso ho cominciato a favorire e a desiderare questo tipo di suoni più moderni e ho aggiunto strumenti, mi sono informato, ho studiato e ragionato sull’uso dei timbri e cosa potevo utilizzare. Può sembrare poco, ma usando un sintetizzatore con venti tipi diversi si suoni è possibile avere una grande varietà di colori. “In giorni come questi” è un punto di arrivo in questo senso. Quando ho fatto i concerti in cui l’ho presentato eravamo in otto a suonare.
usato le percussioni in passato ma non la batteria. Tra l’altro, il batterista è molto bravo e ha fatto un bel lavoro. Poi c’è l’uso degli strumenti elettrici, come la chitarra che forse ho usato qualche altra volta, ma molto raramente; ed ancora il sintetizzatore, le tastiere. Ho usato questi strumenti in maniera radicale per dare timbriche diverse. Se tu ascolti, fin dalla canzone “Tutto come se…” in cui canto della Venezia che sta sparendo, questi suoni sono fortemente rappresentativi perché sono dilatati.
Hai lavorato a lungo nel mondo dell’educazione: quali di queste canzoni ti auguri possa farsi strada anche in quell’ambito e come pensi potrebbe trasformarsi l’educazione musicale nella scuola italiana?
Rodari, sempre se il maestro o la maestra sono intonati e riescono a suonare in modo accettabile. I bambini cantano queste canzoni, che è una cosa deliziosa, l’ho fatto anch’io cantare con i miei ragazzi. Ho scritto delle canzoni per loro, o scritte con loro. L’altro aspetto da tenere in conto è che viviamo in un mondo circondati da suoni che hanno delle caratteristiche particolari per la nostra vita. Se senti un rumore, mentre aspetti l’autobus selezioni tra i vari suoni di macchine… Bisogna fare in modo che i ragazzi sappiano decifrare e descrivere i suoni. Fare una mappa dei suoni non è una cosa che ho inventato io, ma c’è uno studio di tanti anni fa della scuola francese. È necessario che i ragazzi riescano a distinguere i suoni che scandiscono la giornata, quello che ti danno delle emozioni. Ascoltando il paesaggio sonoro lo riconosci e lo ridescrivi, questo è l’approccio: l’educazione al suono è questo. La musica si collega a questo. Cosa è che fa musica? Sono suoni particolari. Questo è un lavoro interessante e l’ho fatto per un paio d’anni quando avevo il tempo pieno con gruppi di quindici ragazzi e ho avuto immediatamente dei risultati interessanti. Mi ricordo che mi dicevano: “Ascolta che bella musica sta facendo questa moto”. Il suono cambia, cresce, cala… è importante capire anche la trasformazione di un suono meccanico. Nella vita quotidiana ci sono dei suoni che sono delle tracce permanenti come il suono delle fabbriche o le campane della chiesa sono suoni con una traccia culturale, storica o di memoria come durante un funerale. Quelle campane raccontano una storia all’intera comunità e la coinvolgono. Il suono organizza la vita sociale perché scandisce il tempo. È importante, insomma, che sin da bambini ci si renda conto che, nella vita quotidiana, il suono ha una presenza fortissima che raramente viene avvertita.
Si rinnova la pluriennale collaborazione fra Gualtiero Bertelli e le edizioni Nota: ottavo album in cui la parte testuale rimane corposa (42 pagine) e utile a “leggere” le canzoni raccolte nel CD, con un’ampia introduzione curata da Edoardo Pittalis. C’è stato tempo per far germogliare, raccogliere e sedimentare questi brani. Il risultato è un lavoro con registri narrativi e quadri sonori diversi, legati dall’inconfondibile vocalità e umanità di Bertelli e dal dialogo con il lirismo dei compagni di viaggio, dal controcanto del flicorno di Davide Boato (“In ‘sta cità”) ai cinque toccanti interventi di Michele Gazich al violino e alla viola. Completano il gruppo il violino di Stefano Olivan (già con Bertelli in “Il custode della miniera”), le tastiere e il basso di Luca Pulignano, e musiciste e musicisti con cui la collaborazione è più che ventennale: le voci delle “Streghe” Giuseppina Casarin e Cecilia Bertelli, le percussioni di Rachele Colombo, i fiati di Maurizio Camardi così come con le chitarre di Simone Nogarin, il pianoforte di Paolo Favorido e il contrabbasso (e violoncello) di Domenico Santaniello, in sezione ritmica insieme alla batteria di Marco Carlesso. Dodici musicisti per dodici canzoni con una inedita e variabile geometria sonora (dal settetto al duo) con cui Gualtiero Bertelli precisa e amplia le coordinate della sua cartografia musicale. Il cuore è sempre a Venezia, nella lingua veneziana, nei profondi cambiamenti subiti dalla città.
di Giancarlo Passarella – Muscalnews.com
Gli eleganti dischi dell’udinese Nota sono deluxe ed a Valter Colle vanno fatti sinceri complimenti, perché ogni uscita è importante ed emozionante. Anche Non c’è più niente è qualcosa da avere, perché vi presenta Léo Ferré in tredici canzoni tradotte (alcune per la prima volta e sotto la supervisione di Mathieu Ferrè), interpretate da Carmine Torchia. Oltre ad ascoltare, immergetevi nella lettura: infatti nel booklet vi sono i testi originali, le traduzioni e gli interventi di Mathieu Ferré, Enrico De Angelis ed Andrea Satta. Per gustare l’intero progetto, facciamo aiutare dalle parole di Léo Albert Charles Antoine Ferré (questo il suo nome completo), scomparso 77enne a Castellina in Chianti il 14 Luglio 1993 .. Tu nais tout seul tu meurs tout seul entre les deux, il y a des faits divers, des faits divers que je te souhaite de choisir, parce que la plupart du temps, ces faits divers, ils te sont imposés, alors fais tout ce que tu peux pour garder tes faits divers à toi (Nasci solo muori solo, tra i due, ci sono avvenimenti, avvenimenti che spero tu scelga, perché la maggior parte delle volte questi avvenimenti ti vengono imposti, quindi fai tutto quello che puoi per mantenere questi avvenimenti per te stesso).. Quello offerto da Carmine Torchia è un tributo cantato e recitato, fatto con il cuore ed avvolto da un profondo senso di reverenza nei confronti dell’artista francese che a 7 anni scopre la potenza del canto (ed infatti nel 1925 viene inserito nel coro della cattedrale di Monaco come soprano e scopre la polifonia con le opere di Giovanni Pierluigi da Palestrina): nell’imperdibile Non c’è più niente, avrete l’opportunità di intuire la vena poetica di Leo Ferrè ed anche il tormento (e l’estasi) di alcune sue composizioni. Il merito è ovviamente del lavoro svolto dal calabro/milanese Carmine Torchia, coadiuvato da una serie di musicisti di alto lignaggio. Così agendo la poesia di Leo Ferrè sgorga rigogliosa, assumendo le peculiarità di essere unica, transgenerazionale e soprattutto internazionale. Tramite questo bel progetto dell’etichetta Nota, arriva forte la sensazione che la scuola francese di autori con sangue italiano sia ancora tutta da scoprire: come è successo per Georges Brassens, anche per Leo Ferré va iniziata questa operazione di rivalutazione…

Tracklist di questo disco: 1. Alla scuola della poesia (Préface) (Ferré-Medail) / 2. Gli anarchici (Les anarchistes) (Ferré-Medail) / 3. Il cattivo seme (La mauvaise graine) (Ferré-Torchia) / 4. L’oppressione (L’oppression) (Ferré-Torchia) / 5. Muss en sein? Es muss sein! (Ferré-Armellini) / 6. La memoria e il mare (La mémoire et la mer) (Ferré-Torchia) / 7. Gli anarchici (tema) (Ferré) / 8. La speranza (L’espoir) (Ferré-Torchia) / 9. Thank You Satan (Ferré-Torchia) / 10. La solitudine (La solitude) (Ferré-Medail) / 11. la Marsigliese (La Marseillaise) (Ferré-Torchia) / 12. No grazie (Sans façon) (Ferré-Torchia) / 13. Non c’è più niente (Il n’y a plus rien) (Ferré-Medail).
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