Carmine Torchia è nato a Catanzaro, cresciuto a Sersale e vive a Milano. Scrive canzoni, produce dischi, spettacoli e mette in musica i poeti. Due righe veloci che servono ad inquadrare un artista poliedrico e che ci aiutano a presentare il suo nuovo lavoro. Nel dicembre 2023 ha infatti pubblicato il libro-cd Non c’è più niente – Carmine Torchia per Leo Ferré, suonato e cantato con Daniele Fiaschi e Matteo D’Alessandro (e con la presenza di diversi ospiti). Un album ‘politico’, nato dalla collaborazione con La mémoire et la mer che lo ha prodotto assieme a Nota, l’etichetta discografica friulana di Valter Colle, con Edizioni Peermusic Italy.
Un lavoro di traduzione e rielaborazione musicale supportato dalla famiglia del cantautore francese, che era anche compositore, scrittore, artista impegnato in nome della libertà, anarchico con la A maiuscola, che si ispirava ai francesi “maudit” come Baudelaire, Verlaine, Rimbaud ma era anche affascinato dagli italiani Pavese e Testori; autori che nel tempo ha musicato e portato in scena nei suoi recital.
Ed è restando proprio nell’ambito del recital, che si alterna al canto, che si colloca questo tributo, frutto di uno studio e una frequentazione accurata e sentita con l’universo di uno dei giganti della musica d’autore francese. La traccia che apre l’ascolto è la prefazione Alla scuola della poesia. Torchia (qui sotto nella foto) sembra quasi canalizzare l’anima di Ferré, restituendoci un ritratto vivido e attuale attraverso le parole che hanno costruito le sue opere. L’ascolto risulta intenso e attento; il senso delle liriche crea una varietà di immagini e sensazioni che abbattono quei muri che aprono le porte dell’introiezione.
Sono tredici le canzoni selezionate da Mathieu Ferré, figlio di Léo. Sono state tradotte in italiano, alcune per la prima volta, come Il cattivo seme, Thank you Satan, No grazie, La Marsigliese e La speranza. Brani che vengono interpretati fedelmente con lo stile originale e personale di Carmine Torchia. Forse non è un album di facilissimo approccio, soprattutto per chi non ha mai affrontato la produzione autoriale di Léo Ferré, che con le sue inquietudini ha sempre raccontato la forza e la malinconia di un poeta ribelle, visionario, schietto, che non le mandava a dire. Ma già ad un secondo ascolto si inizia ad entrare meglio nel suo mondo e ad agevolare il tutto, nel piccolo libro che accompagna il cd, sono presenti i testi dei brani tradotti (oltre a quelli originali) più tre interventi che aiutano la comprensione. Il primo è ‘Paris-Sersale A/R’ scritto da Mathieu Ferré che introduce, spiega e “benedice” questa scelta operata da Carmine Torchia, accomunandolo alla figura di Caronte che traghetta l’ascoltatore alla scoperta di parole, di ‘Amore e di Libertà’. Segue poi Edoardo De Angelis in ‘Senza bavaglio, senza museruola’ permette di entrare maggiormente in connessione con il mondo e il pensiero di Léo, raccontando le sfumature che hanno caratterizzato i suoi testi e infine Andrea Satta, in ‘Ferré sul 38° parallelo’ rivela come Torchia sia riuscito a interpretarlo, attraverso una lettura poetica non convenzionale.
C’è chi sostiene che “Tradurre è un po’ come tradire”, tuttavia, questi testi nello scambio linguistico riescono a mantenere intatta la connotazione originale e vengono enfatizzati da un tappeto sonoro e da elementi che creano un’atmosfera elettrizzante. È il caso, ad esempio, del brano (recitato) La solitudine accompagnato dal suono della chitarra elettrica che gli dona un’anima rock. E di Non c’è più niente, un testo surreale, che nella versione originale ha una durata di oltre 15 minuti. Torchia lo amplia fino a farlo arrivare a circa 18 minuti, offrendo una suggestiva rilettura che scorre su un loop creato da un giro armonico-psichedelico, portandoci a scoprire (o riscoprire) parole che sembrano scritte oggi e che invitano a capire che in quel “non c’è più niente” si cela invece un tutto. Un concetto che ritroviamo nelle parole di Léo Ferré (qui al lato in una foto di repertorio) che compaiono anche sulla quarta di copertina dell’album: “Nasci solo muori solo, tra i due, ci sono avvenimenti, avvenimenti che spero tu scelga, perché la maggior parte delle volte questi avvenimenti ti vengono imposti, quindi fai tutto quello che puoi per mantenere questi avvenimenti per te stesso”. Il cdbook, racchiuso in un elegante digipack, è disponibile al link Non c’è più niente – Nota.it
https://www.nota.it/wp-content/uploads/2024/02/BN-bn-scaled-e1708678251227.jpg19241924Linda Fierrohttps://www.nota.it/wp-content/uploads/2017/07/Nota-header-1.pngLinda Fierro2024-05-27 13:10:372025-04-09 10:43:34Ettore Castagna – Lira sona sona
Alcuni musicisti hanno reinterpretato le canzoni del celebre disco del cantautore genovese scomparso nel 1999, rifacendole in napoletano. Sono Teresa De Sio, Francesco Di Bella, Gerardo Balestrieri, Enzo Gragnaniello con Mimmo Maglionico, Maldestro, Nando Citarella e Nuova Compagnia di Canto Popolare i protagonisti di questa nuova versione dell’opera che, in origine, è scritta e cantata in dialetto ligure. Il titolo è “’Na strada ’mmiez ’o mare – Napoli per Fabrizio De André”
Mentre l’album originale è scritto e cantato in dialetto ligure dal cantautore genovese scomparso nel 1999, questa nuova versione sarà tutta in dialetto napoletano.
Alcuni musicisti partenopei, infatti, hanno interpretato i brani di quell’opera importantissima delle sette note nostrane. Sono Teresa De Sio, Francesco Di Bella, Gerardo Balestrieri, Enzo Gragnaniello con Mimmo Maglionico, Maldestro, Nando Citarella e Nuova Compagnia di Canto Popolare i protagonisti di questa reinterpretazione dell’opera che, in origine, è scritta e cantata in dialetto ligure. ’Na strada ’mmiez ’o mare – Napoli per Fabrizio De André sarà disponibile su Cd e in digitale dal 15 maggio 2024.
Arriva a più di trent’anni dall’uscita dell’originale e nasce da un’operazione datata quasi un decennio fa: l’intero album Crêuza de mä è stato tradotto in napoletano per due concerti che si sono tenuti nel cortile del Maschio Angioino il 14 e il 15 settembre del 2015.
Ora, in occasione del quarantennale dell’uscita discografica di Crêuza de mä, ciò che venne registrato a Napoli in quell’occasione targata 2015 viene pubblicato su CD da Nota.
È MERITO DELL’INTUIZIONE ARTISTICA DI TERESA DE SIO
Diamo a Cesare quel che è di Cesare, e in questo caso a Teresa De Sio quel che è di Teresa De Sio…
L’intuizione di tradurre in napoletano Crêuza de mä, infatti, è stata della cantautrice napoletana autrice di album come Sulla terra sulla luna (1980), Ombre rosse (1991) e dei più recenti Tutto cambia (2011) e Teresa canta Pino (2017).
Proprio nel sopracitato Tutto cambia, la cantante aveva ripreso Crêuza de mä traducendola in napoletano.
Assecondando quella intuizione, lo scrittore e giornalista musicale Annino La Posta ha avuto la brillante idea di estendere quel processo linguistico all’intera tracklist del disco di Fabrizio De Andrè.
L’ARRICCHIMENTO MUSICALE CONFERITO DAL NAPOLETANO
L’operazione di traduzione dal dialetto ligure a quello napoletano ha fatto emergere quanto innanzitutto questi due vernacoli siano compatibili tra loro.
Inoltre dimostra come l’arricchimento musicale conferito dal napoletano alla fonetica delle canzoni sia un plus notevole, senza nulla togliere ai brani originali in dialetto ligure chiaramente.
Questo spunto è stato poi condiviso con Dario Zigiotto, il compianto (è purtroppo recentemente scomparso) collaboratore di artisti come Ivano Fossati, Enzo Jannacci e dello stesso De André, nonché organizzatore di eventi e di festival molto importanti.
Sono stati coinvolti poi la Fondazione De André (la cui Presidente, Dori Ghezzi, si è resa disponibile nel ruolo di consulente del progetto) e il Club Tenco. E, non da ultimo, il Comune di Napoli, che ha adottato il progetto con entusiasmo permettendone la messa in scena.
LA REGISTRAZIONE NEL CORSO DEI DUE CONCERTI AL MASCHIO ANGIOINO
I brani che compariranno nel disco in uscita il 15 maggio sono stati registrati dal vivo in occasione dei due concerti al maschio angioino risalente al 2015. Si tratta di sette tracce suonate live.
La tracklist è la seguente:
1 – Teresa De Sio – ’Na strada ’mmiezz’o mare (Crêuza de mä)
2 – Francesco Di Bella – Jamina (Jamìn-a)
3 – Gerardo Balestrieri – Sidòne (Sidùn)
4 – Enzo Gragnaniello con Mimmo Maglionico – Sinan Capudan Pascià (Sinàn Capudàn Pascià)
5 – Maldestro – ’A pittima (Â pittima)
6 – Nando Citarella – ’A dummeneca (Â duménega)
7 – Fausta Vetere E Corrado Sfogli – Nccp – Da chella riva (D’ä mê riva)
I testi e le musiche sono di Fabrizio De André e Mauro Pagani, le traduzioni sono curate da Annino La Posta (tracce 2,3,4,5,6,7); Teresa De Sio (traccia 1); Gennaro del Piano (traccia 4).
I PROTAGONISTI DI QUESTA NUOVA VERSIONE, DA TERESA DE SIO A ENZO GRAGNANIELLO
Gli interpreti delle varie canzoni sono nove, nello specifico i seguenti.
Teresa De Sio non ha certo bisogno di presentazioni: è autrice, oltre che interprete, di capolavori che, partendo dalla canzone popolare, sono approdati alla canzone d’autore. È poi ritornata a quella che è diventata poi musica etnica, con uno spiccato talento nel cogliere alla perfezione parola e suono, assieme.
C’è poi Francesco Di Bella, ex membro dei 24 Grana (band elettrica ed elettronica di fine anni ’90). Dopo aver lasciato il grippo, prosegue per via solista ricercando un suono e una parola che lo consacrano alla musica d’autore.
Gerardo Balestrieri, invece, è un polistrumentista che ha partecipato a numerosi progetti teatrali, cinematografici e musicali. Nato in Germania, ha vissuto in giro per il mondo e ora si è fermato a Venezia. Ha pubblicato quattro album.
Enzo Gragnaniello è una delle voci napoletane più famose che ci siano. Dal 1983 a oggi, ha pubblicato ben diciotto album (coronati da tre Targhe Tenco nella categoria dei dischi in dialetto).
E ANCORA: MIMMO MAGLIONICO, MALDESTRO, NANDO CITARELLA…
Mimmo Maglionico è un flautista di formazione classica, instradato poi sulle vie della musica etnica (arrivando a suonare addirittura con Peter Gabriel). Con il progetto PietrArsa, il suo flauto ha sposato i suoni della quena, del chalumeau, della ciaramella, del flauto di Pan, realizzando un’interessante rilettura della musica popolare.
C’è poi Maldestro, giovane rivelazione del panorama cantautorale di provenienza napoletana. Con la canzone Sopra il tetto del Comune si è aggiudicato il Premio Ciampi, il premio SIAE, l’AFI e Musicultura 2014 nonché il Premio Fabrizio De André nel 2013. Con il disco di esordio è riuscito a entrare nella fase finale delle targhe Tenco per l’Opera Prima.
Nando Citarella è un altro grande nome della canzone dialettale. Negli ultimi decenni ha offerto una serie di spettacoli, ricerche etno-musicali, opere buffe, commedie musicali, concerti lirici, trasmissioni televisive, direzioni artistiche e docenze, diventando una voce importante a ogni livello nel panorama musicale partenopeo.
Infine, ci sono Fausta Vetere e Corrado Sfogli NCCP, che fanno parte della Nuova Compagnia di Canto Popolare, la prima e la più autorevole rappresentante della musica etnica napoletana nel mondo (attiva da oltre sessant’anni). È nata con lo scopo di “diffondere gli autentici valori della tradizione del popolo campano”.
https://www.nota.it/wp-content/uploads/2024/05/na-strada-cover-scaled-e1715585511708.jpg16121612Linda Fierrohttps://www.nota.it/wp-content/uploads/2017/07/Nota-header-1.pngLinda Fierro2024-05-13 09:35:542025-04-09 10:43:26Fabrizio De André, esce una versione dell’album “Crêuza de mä” in napoletano
Il Folk Club, piccolo grande scenario sonoro di Via Perrone 3 Bis a Torino. Un seminterrato in un palazzo storico della città piemontese, ambiente unico dall’unione di sei cantine, è stato un tempo rifugio antiaereo, poi un club e, infine, dal 1988 uno dei luoghi della musica in Italia. Un volumetto di brevi scritti di Jacopo Tomatis (“1958-1988 Breve storia del folk italiano – raccontata da Torino”), del compianto fondatore Franco Lucà (dal suo libro “FolkClub” del 2006), di Marco Bertozzi (“Quel desiderio di suoni e d’immagini”), Franco Rosso (“Con Franco a Roccasèravera 13 luglio 2007”) e Paolo Lucà (“Incomparabile eredità”) accompagnano il documentario (2022), della durata di poco più di un’ora, diretto da Elia Romanelli, antropologo visuale, autore di diversi documentari televisivi e d’autore per i quali ha ricevuto riconoscimenti internazionali. La sceneggiatura è di Elisa Pajer, la fotografia di Simonluca Chiotti, montaggio di Alice Lorenzon e Maddalena Quaggia, la produzione StudioLiz in collaborazione con lo stesso FolkClub, il Centro di Cultura Popolare “Michele L. Straniero”, la Scuola Alto Perfezionamento Musicale Saluzzo; Edizioni Nota, Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico; Centro Studi Alan Lomax e con il sostegno di Piemonte Doc Film Fund – Fondo regionale per il Documentario. Il titolo si riferisce a quelle cantine diffuse nelle colline del Monferrato, ambienti sotterranei scavati nella roccia. Il Folk Club di Torino è il palcoscenico sul quale in oltre trentacinque anni di programmazione si sono avvicendati le tante stagioni della musica folk e tradizionale italiana ed internazionale ma anche nomi del jazz, della canzone d’autore più nobile e della nuova musica acustica. Un palinsesto gestito da Francò Luca, poi, dopo la sua scomparsa e a tutt’oggi, da suo figlio Paolo (insieme a Davide Valfré dal 1997 al 2016). Un ritrovo ormai punto di riferimento in una città ritenuta a torto austera ma che – precisa Paolo Lucà nelle prime sequenze del film – è “calda palpitante e animata”. Un luogo speciale, perché la vicinanza tra artista e pubblico comporta per entrambi il vivere un’esperienza intensa. Un intreccio di storie e memorie (tante inedite), che il documentario costruisce con immagini d’epoca e scene colte dal vivo sul palco del Folk Club, interventi di studiosi e protagonisti, tra cui gli stessi Tomatis e Paolo Lucà e artisti come Fausto Amodei, Michele Straniero, Vinicio Capossela, Giovanna Marini, Martin Hayes, Maria del Mar Bonet, Eugenio Finardi, Davide Ambrogio e Riccardo Tesi, che diventa occasione per tracciare una sinossi del movimento folk in Italia. Perché Torino è stata la città del Cantacronache, il gruppo di intellettuali, musicisti e letterati, capisaldi del primo folk revival italiano. Se poi si allargalo lo sguardo alla prospettiva regionale, ci si ricorderà che nel Piemonte fiorisce una nuova stagione di folk music dalla seconda metà degli anni 70 figlia delle ricerche di Maurizio Martinotti, Franco Castelli, Amerigo Vigliermo, Emilio Jona con gruppi come Cantambanchi, La Lionetta, Cantovivo, Prinsi Raimund, Coro Bajolese, Ciapa Rusa, Tre Martelli, La Cantarana, Lou Dalfin e altri ancora. Il compendio storico arriva agli anni Ottanta, mettendo al centro il disco “Bella Ciao” e, soprattutto, lo spettacolo presentato a Spoleto nel 1964 (interesse primario di studio di Tomatis, che sulla canzone e sullo spettacolo ha scritto pagine magistrali e irrinunciabili in “Bella Ciao”, pubblicato da Il Saggiatore), quello originale, diventato snodo dirompente per il successo del folk in Italia, e l’omaggio per il cinquantennale nella rivisitata orchestrazione di Riccardo Tesi con figure di rilievo della nuova tradizione. Nel documentario anche significativa anche nel documentario la lucidità con cui Davide Ambrogio rivela in poche, misurate parole la difficoltà ad usare certe categorie classificatorie (folk, popolare e tradizione). Non da ultimo il fatto che le immagini iniziali e finali ci restituiscono il suono del progetto Linguamadre (creato dalla direzione artistica e organizzativa del Premio Loano per la Musica Tradizionale Italiana) che aveva messo insieme quattro delle personalità più innovative e creative del folk italiano di questi anni. È indubbio che dalla metà degli anni Ottanta il folk in Italia si sia trasformato, pur non uscendo di scena, anzi prosperando e aprendo la via a una nuova generazione di cultori, di nuovi strumentisti che delineano nuove traiettorie, anche con ampi riconoscimenti internazionali. Su questa nuova articolazione ancora non è stata prodotta una riflessione a tutto tondo, che superi la visione velata di nostalgia dei tempi contraddittori dell’impegno e dell’”evadere dall’evasione” e il consolidato storytelling sulla “Crëuza de mä” deandreana come capo d’opera (che certo è stato) che avrebbe dato nuova linfa alla musica tradizionale in forma “world”, ma che renda davvero conto di quanto di notevole è stato realizzato nei due decenni precedenti che portano al nuovo millennio. Negli scritti, oltre all’intervento storico musicale di Tomatis e alla testimonianza del fondatore Lucà, lo storico del cinema Bertozzi mette a fuoco, confrontandoli i due orizzonti espressivi (musica folk e il cinema documentarista di Romanelli), Russo affida alla memoria di un viaggio il ricordo di Franco Lucà di cui vita, imprese culturali e visionarietà sono scandagliate dal figlio Paolo, nel cui intervento scritto si mischiamo sofferenze, concerti, aspettative ma anche disillusioni (Maison Musique), per far comprendere quanto sia stato difficile raccoglierne l’eredità del padre ma anche ribadire la centralità a Torino e in Italia del luogo su cui punta i riflettori il bel lungometraggio. Ci si chiede, tuttavia, se negli scritti (e – perché no? – in parte nella stessa pellicola), l’occasione non fosse propizia per procedere oltre il primo folk revival, muovendo proprio da quella seconda metà degli anni Ottanta (quando si conclude il compendio storico musicale), per mettere a fuoco dinamiche ancora non dispiegate nella loro pienezza. Prendere in considerazione forme, strumenti, nuovi meccanismi di circolazione delle musiche ascrivibili alla tradizione orale, ragionare sulle connessioni tra fenomeni transnazionali, dare conto di ricerche, estetiche ed ambiti creativi, del farsi avanti di nuovi linguaggi e di nuovi immaginari ideologici, nuovi processi di appropriazione e di rappresentazione che alimentano la nuova onda folk in Italia. D’altra parte, non è un caso che il FolkClub nasca proprio nel 1988, di certo collocato nella traccia storica di quel fenomeno sociale e politico che è stato il primo folk revival e che è efficacemente sintetizzato nel volume, ma che si è impiantato in uno nuovo spazio musicale su cui c’è ancora tanto da dire. Insomma, “Infernòt” si rivela un’appassionata e ricca pagina documentaria, in cui la macrostoria (il folk revival in Italia) interseca la microstoria dell’impareggiabile palcoscenico musicale che è il FolkClub torinese.
https://www.nota.it/wp-content/uploads/2024/05/031.jpg272272Linda Fierrohttps://www.nota.it/wp-content/uploads/2017/07/Nota-header-1.pngLinda Fierro2024-05-08 12:17:222025-04-09 10:43:08Jacopo Tomatis, Franco Lucà, Marco Bertozzi, Franco Rosso, Paolo Lucà, Infernòt, Viaggio nella musica Folk, Nota 2023, con un film di Elia Romanelli
https://www.nota.it/wp-content/uploads/2023/06/221020-PARTIGIANI_SEMPRE-DSC_8420ED-scaled-e1689322718208.jpg16961696Linda Fierrohttps://www.nota.it/wp-content/uploads/2017/07/Nota-header-1.pngLinda Fierro2024-04-24 16:11:222025-04-09 10:46:29Storie e canzoni libertarie, la manutenzione della memoria
Volete sapere come si costruisce una lira? Ve lo spiegano Didier Demolin e Francesco Siviglia dal sito del progetto europeo Coling dedicato alle Lingue “minori”. In questa storia un messaggio in bottiglia viene raccolto da una giusta distanza incontra. In Italia, la “lira” è ancora associata prevalentemente alla valuta introdotta con l’unità d’Italia e poi sostituita dall’euro. In ambito musicale rimanda al guscio della tartaruga trasformato da Hermes nel cordofono di cui fece dono ad Apollo prima di trasformare Orfeo in sciamano: mitologie che rimandano al più antico cordofono di cui si abbia notizia, le lire a undici corde rinvenute a Ur del 2500 a.C. Ben pochi, invece, conoscono la lira calabrese e l’eredità culturale lasciata da costruttori e suonatori come Giuseppe Fragomeni. Ma, a volte, è la distanza a permettere di osservare il rilievo e la densità delle tradizioni locali: così è stato per il greco di Calabria e per la lira, strumento chiave per l’area grecanica. Nell’ambito del progetto Coling, la dimensione linguistica è stata messa in dialogo con quella musicale da Didier Demolin che, dalle sue basi accademiche fra Francia e Belgio, ha ascoltato quattro brani scelti nel 2013 da Ettore Castagna per un’“etnografia” di sé stesso: “Sonati gejusani”, “Organettara”, “Sonati di Contrada Chiusa”, “Sonati do Barilli”. Quei quattro brani messi a navigare nel mare magnum di Youtube hanno trovato le giuste orecchie una decina d’anni dopo, offrendo all’editore Nota un secondo, imperdibile capitolo, dedicato alla lira calabrese, occasione per incontrare nuovamente Ettore Castagna che, in queste pagine, ce l’aveva già presentata, sia in veste di scrittore (“Del sangue e del vino”), sia nel suo recente album “Ἐρημία/Eremìa”.
Qual è il tuo rapporto con la lira calabrese? Quando e come l’hai incontrata?
Avevo vent’anni e c’era da poco un gruppo musicale che faceva quello che allora si chiamava “riproposta”, “folk revival”, “musica popolare” ma anche tanta ricerca sul campo, il Re Niliu. Leggendo degli scritti di folclorista italiani di primo ‘900 che parlavano della lira mi venne in mente che magari qualcuno poteva essere ancora vivo, magari si poteva cercare una testimonianza. Il contagio con gli altri del Re Niliu fu rapido, ci mettemmo a cercare e fu una ricerca epica. Vennero fuori gli ultimi suonatori emersi da un mondo scomparso, un pezzo di mondo musicale bizantino che ci aveva aspettato fra le curve delle fiumare e in mezzo agli uliveti. L’incontro col primo suonatore, Giuseppe Fragomeni fu del 1980 ma fino al 1985 non la suonavo. Mi incuteva non so che timore reverenziale. Me ne impadronii velocemente dopo l’autunno del 1985. Per i primi vent’anni mi interessai solo alla lira della Calabria, poi non fu difficile capire che era il tassello del mosaico di un mondo organologico e musicale che andava molto oltre. Mi interessai alla lira nel mondo bizantino e allora venne naturale viaggiare e andare a ascoltare nei Balcani o in Anatolia e scoprire un universo. In Calabria la lira appartiene al mondo primordiale dei pastori e dei contadini; nel resto del territorio del nostro vecchio impero arriva ad essere un raffinato strumento di musica classica.
Quali scelte hai fatto negli anni nel documentare e nell’insegnare la lira e con quali risultati?
Ho scelto di studiare la lira esattamente come ho fatto con tutti gli altri strumenti della tradizione orale ovvero con l’ascoltare e il ripetere. Niente musica scritta. Piuttosto filmati e registrazioni. Ho insistito molto sul linguaggio, lo stile, il colore, il dialetto musicale. Insomma, la cifra stilistica di Pasolini. Se vuoi comporre poesie in una lingua devi imparare quella lingua e questo ho cercato di fare.
Come hai selezionato i brani inclusi nell’album? Cosa raccontano le “stanze”?
I brani dell’album sono sia di tradizione orale della Locride, sia di mia composizione nei modi e nello stile popolare. Lo stesso vale per le stanze che precedono ogni brano. Nella poesia popolare le stanze sono gruppi di quattro versi endecasillabi quasi sempre improvvisati che venivano usati alla festa come all’osteria per lanciare una canzone o una danza verso l’ascolto degli astanti. Spesso coincidevano con un brindisi accentuando l’aspetto lirico ed estatico del vino. Ho imparato da molti poeti popolari, ma, in questo caso, il mio riferimento è il grande Micu Tropìa, albero di canto di Siderno.
Come hai lavorato sui brani in cui i versi cantati vengono dal repertorio popolare e la parte musicale è firmata da te?
Ho lavorato come qualsiasi musicista di tradizione orale. Ho suonato in quello stile, in quel dialetto, in quella modalità. È un po’ come trovarsi a Milano fra paesani, parli nello stesso dialetto e ridi e ti diverti, ti senti capito e capisci meglio te stesso.
Il disco è accompagnato da un ricco testo di cinquanta pagine in italiano (tradotto anche in inglese): vuoi descrivere per sommi capi come l’hai organizzato e le “tesi” che contiene?
La mia formazione è quella di un antropologo affascinato dal vecchio motto vichiano che recita “la Storia è l’unica scienza”. Allora mi sono messo a scavare incrociando bibliografie, documenti della tradizione orale, sociolinguistica, elementi musicologi e organologici, viaggi di ricerca ed ho scoperto, nel mio piccolo, che la deriva etnomusicologica che partiva da Fivos Anoianakis, passava da Roberto Leydi arrivava per forza sotto il mio naso. Sono perfettamente d’accordo che la lira è un violino bizantino come sottolinea anche Sachs. Si tratta di uno strumento ad arco arrivato in Europa a cavallo fra Alto e Basso Medioevo e poi radicatosi nei territori dell’antico impero di Costantinopoli.
Vuoi presentarci i musicisti che hanno partecipato all’album e le modalità con cui il progetto è nato ed è stato registrato? Vi ascolteremo dal vivo?
Il disco è nato sostanzialmente su richiesta del professor Didier Demolin, etnomusicologo dell’Università Paris 3 Sorbonne Nouvelle, che mi ha coinvolto nel Coling Project sulle culture minoritarie. Devo alla sua insistenza l’aver accettato di registrare qualcosa di sostanzialmente filologico. In un certo senso Demolin mi ha convinto a documentare me stesso come principale testimone di una cultura musicale oggi scomparsa. Mi si perdonerà il “principale” ma sono l’unico di quel vecchio gruppo di ricerca che si è preoccupato con continuità negli ultimi quarant’anni di testimoniare in senso musicale, antropologico, didattico e storico quel linguaggio musicale, quel tipo di strumento, di fare un percorso di riproposta, di cercare un percorso innovativo collegandolo alle radici. I collaboratori, a dire il vero, non sono molti. La principale è Jenny Caracciolo, giovane figlia d’arte. Il suo canto, anche se con venature neomelodiche, riflette la modalità antica e melodiosa della muttetta con una ricchezza di note alterate e melismi non comuni. In due brani collabora Mimmo Morello, sia alla voce che alla zampogna. In un brano c’è la precisa controvoce di Peppe Muraca. Il disco contiene anche la riedizione di tre brani presenti nel vecchio album “Nistanimera” in uno canta in greco di Calabria Cinzia Villani.
Ascoltarci dal vivo? Non so. Sia i festival che i premi oramai sono orientati a strizzare l’occhio al mainstream, alle casse dritte e a inseguire una immagine di gusto giovane che nella realtà non esiste. Un po’ come nel mondo dell’editoria. La nostra cantante ha venticinque anni. Magari basterà…
Quali lire suoni nell’album e chi le ha costruite? Chi sono i costruttori con cui collabori?
Suono quasi esclusivamente lire costruite dal mio indimenticato maestro Giuseppe Fragomeni. Il loro timbro è ineguagliabile. Come costruttori recenti apprezzo molto il suono delle lire di Pino Rubino e Peppe Manganaro. I loro strumenti suonano in modo vicino a quelli storici.
Stai preparando un nuovo disco? Puoi anticiparci qualcosa?
Sto lavorando a diversi progetti insieme. Vorrei riuscire a far uscire un lavoro sui cantautori italiani arrangiati per chitarra battente registrato prima del Covid e rimasto da allora al palo. Sto lavorando al progetto di una nuova band etnodub ma su questo per il momento non aggiungo altro. Infine, sto lavorando al mio prossimo album da autore che si chiamerà “Anèvasi” (L’Elevazione) e uscirà (spero) nel 2025 sempre per i grandi amici di Alfamusic.
Ettore Castagna – Lira sona sona (Nota, 2023)
Sono passati quarant’anni da quando i Re Niliu condividevano i primi frutti del loro quinquennale lavoro di ricerca in Calabria pubblicando “Non suli e no’ luna”, dopo una settimana “chiusi in una casa di campagna vicino Catanzaro a ripetere i pezzi sin alla follia” e le registrazioni dal vivo in uno “studio immenso della Ariston a Milano, le sovraincisioni si contarono sulle dita di una mano (…) in una sola settimana, missaggio compreso”. La lira sarà parte delle sonorità del gruppo per la prima volta nell’album “Caravi”, registrato nel dicembre del 1987 a Vercelli per la Robi Droli, suonata da Ettore Castagna che nel 1994 allega un corposo libretto con testi, foto e trascrizioni musicali al CD “La lira in Calabria” pubblicato a Catanzaro dalla Cooperativa Raffaele Lombardi Satriani: diciassette brani che documentano suonate raccolte fra il 1981 e il 1987; nel 2008 sarà edito nuovamente da Nota. La lira accompagna Castagna in tutti i gruppi cui ha dato vita: i Nistanimera con cui pubblicherà nel 2004 “Chorè!” e poi Mankikani Band (2005-2008), Antiche Ferrovie Calabro-Lucane (2009-2014), IndoKalabristani Band, la ricostituzione dei Re Niliu nel 2014, che comprenderà, nel 2016, anche Giuseppe Muraca. A dialogare con Ettore Castagna in “Lira sona sona” sono lo stesso Giuseppe Muraca, Mimmo Morello, Anna Cinzia Villani (già nei Nistanimera) e Jenny Caracciolo. Quest’ultima, originaria della Locride, è protagonista di metà dei quattordici brani ed è una voce che colpisce e incanta per la chiarezza e la confidenza, ma anche per la versatilità con sui si relaziona e l’anima che sa infondere ai diversi brani: dai fluidi ricami di “Canzuni a ballu” e “Ciaramegliara”, alla solennità di “A Madonna da Muntagna” (dedicata alla Madonna di Polsi) e “Muttetta all’antica”, agli ammalianti dialoghi con il malarruni (scacciapensieri) in “Zingarota” e con i suoni ambientali ed i frischiotti in “Alla murra”. Anna Cinzia Villani sa concentrare in un unico brano, “Ela trekse” l’intensità del greco di Bova, offrendo una trama di note lunghe che trasformano le vocali in corpi vibranti in perfetta sintonia con le corde della lira e, per chi li porta negli occhi, con i profili aspromontani. In “Sirinata” sono ben tre le voci – di Castagna, Muraca e Caracciolo – ad intrecciarsi e a far trasudare il sentimento dolente di un brano del repertorio di Micu Tropìa da Siderno. Non potevano mancare una serie di sonate, il genere in cui dar spazio alle infinite microvariazioni ritmiche, timbriche e melodiche dello strumento: Domenico Morello ci mette i piedi nella “Sonata a ballu”, la zampogna a paru in “Sonati streussi” (dove fa capolino anche il tamburello), e la voce in “Sirinata all’aria”. In solitaria, Castagna ripropone due brani che lo accompagnano da molti anni: “Sonati gejusani” che rimanda al repertorio di Pasquale Jervasi di Gioiosa Jonica, e “Sonati do Barilli” ovvero di Domenico Trimboli, le cui sonate, famose nella Locride, sono state tramandate da Micu Tropìa che lo aveva accompagnato in gioventù. Dalle sonate di quest’ultimo vengono anche “Strofetti e sonati a ballu” che fanno interagire la lira con frischiotti, chitarra battente e tamburello. Con infinite variazioni, quest’album introduce l’ascoltatore ad un mondo che ha visto la lira protagonista sia in solitaria, sia nell’interazione con strumenti adatti ad animare il ballo e la festa, così come ad esprimere i sentimenti più intimi che accompagnano le relazioni sociali ed i cicli di vita.
Michele Gazich, Federico Sirianni “Domani si vive e si muore”, cd e booklet, edizioni Nota. Canzoni bellissime e potenti dai versi inediti del musicologo, giornalista, scrittore, intellettuale che vedeva lontano, tra i padri di Cantacronache, scomparso nel ’98, per affermare l’urgenza di un ruolo dell’arte in un nuovo impegno sociale. Un progetto del nipote Giovanni Straniero tra gli “ospiti” dell’opera insieme a Fausto Amodei, Gualtiero Bertelli, Maurizio Bettelli, Andrea Del Favero, Giovanna Famulari, Marco Tibu Lamberti, Alessio Lega, Paolo Lucà, Giovanna Marini, Giangilberto Monti, Moni Ovadia. Perché non c’è più tempo
Così abbiamo cominciato a scrivere canzoni. Canzoni che partivano prevalentemente da fatti di cronaca, per questo il movimento si chiamava Cantacronache, e riflettevano, per esempio, sul fatto che si potesse morire: che un bambino potesse morire una notte di capodanno (canzone di Straniero) o che si potesse morire nelle zolfare Emilio Jona
“Michele, da ragazzo, si mise prima a scrivere poesie e poi testi di canzoni che, come si sa, hanno due metriche diverse. E scriveva in qualunque posto e in qualsiasi momento, su un’agenda telefonica o sui fazzolettini di carta al ristorante (…). Straniero, dunque, fu un fervido poeta, pubblicò diversi libri e di lui disse Pasolini: ‘M.L. Straniero è uno dei pochi poeti del Novecento da ricordare’”.
Così scrive Giovanni Straniero nel booklet di Domani si vive e si muore, album pubblicato dall’editore Nota, nato da una raccolta di poesie inedite composte da suo zio Michele Luciano Straniero nell’arco della vita, e trasformate in canzoni da Michele Gazich (voce, viola, violino, pianoforte) e Federico Sirianni (voce e chitarra acustica), accompagnati dal basso elettrico e dal banjo di Marco Lamberti. I due musicisti e cantautori, insieme alle più autorevoli voci del folk italiano, come quella di Gualtiero Bertelli, Giovanna Marini, Fausto Amodei, Moni Ovadia, hanno risposto alla chiamata di Giovanni Straniero, ideatore del progetto, per restituire una vita agli scritti da lui ricevuti in eredità, e custoditi nell’ “Archivio Michele L. Straniero” alla Fondazione Carlo Donat-Cattin di Torino.
Straniero con Cantacronache
Pensieri, versi, suggestioni che l’autore intendeva tenere per sé, pubblicare su qualche rivista, oppure musicare? Non è dato sapere quale futuro avesse in mente Michele L. Straniero per questi suoi componimenti, ma è certamente una soluzione riuscitissima quella di rivestirli di note, perché la musica, più di ogni altra disciplina, ha contraddistinto l’attività professionale e l’esperienza umana di Straniero, da annoverare tra i padri della canzone d’autore.
Michele Gazich e Federico Sirianni
“Avere incontrato Michele Straniero e avere musicato le sue parole è un dono immenso – scrive Michele Gazich – è stato un abbeverarsi alla fonte della canzone d’autore. E vicino alla fonte l’acqua è più fresca e pulita”.
Aggiunge Federico Sirianni: “Era la prima volta, per me che nella composizione di una canzone, la partenza è quasi sempre il testo, tentare di scrivere delle musiche su parole già scritte e, spesso, almeno questa era l’impressione, non per essere musicate”.
Ed è straordinario il lavoro di questi due artisti, autori di musiche e pensieri dalle trame di eccezionale spessore, premiati da riconoscimenti prestigiosi, uniti per la prima volta in un progetto comune, che li ha visti accogliere una sfida tremendamente difficile, quella di trasformare scritti altrui in canzoni, e con esse dare corpo alla voce più celata dell’autore. Prendendo in consegna un materiale fragile, che non poteva che richiedere una cura speciale e l’amorevolezza propria di chi quel materiale lo ha conosciuto e compreso nel profondo.
Domani si vive e si muore è un’opera che lascia un segno indelebile, per tante ragioni. Per la qualità evocativa dei testi, che si insinuano nell’animo di chi ascolta, mosso a partecipazione, condivisione di emozioni e sentimenti. Per la natura sensibile degli arrangiamenti, rispettosi del mondo musicale dell’autore; per la restituzione di un Michele L. Straniero introspettivo, privato che, con uno spiraglio di luce, ha rischiarato i momenti più segreti e inaccessibili della sua vita. Intrisi di rimpianti, di rabbia soffocata, di lotte personali ma anche di attese, di amori che non si sono avverati, di consolazioni, di dispiaceri sussurrati, di confessioni intime. Tracce di un’esistenza in cui egli appare in una dimensione del tutto ignota. Spesso commovente.
Giovanna Marini
Di Michele Straniero è celebre la carriera pubblica di musicologo, giornalista all’Unità, autore e cantautore, di intellettuale impegnato. Giovanna Marini nell’autobiografia Una mattina mi son svegliata, lo definì “un grande personaggio di intelligenza lucidissima”, tra i primi studiosi in Italia a interessarsi di folklore, e in particolare di musica popolare, con l’obiettivo di portare all’interno della musica italiana nuove istanze legate all’impegno sociale e alle lotte delle classi subalterne, molto presenti nella canzone di tradizione. Si era in epoca di folk revival dove i grandi padri della ricerca sul canto popolare, Ernesto De Martino, Roberto Leydi, Diego Carpitella, davano l’avvio alle loro ricerche.
Umberto Eco
Si sa che fu allievo dei Salesiani di Torino e nell’adolescenza ebbe una formazione cattolica: fu infatti un militante di Azione Cattolica entro cui gravitavano altri giovani come Umberto Eco, Gianni Vattimo (che pure in seguito si allontaneranno da questa esperienza). Con loro vinse un concorso in Rai, entrando nella schiera dei cosiddetti “corsari”, giovani assunti per motivi intellettuali e di merito al di fuori delle logiche di lottizzazione e di appartenenza politica e lavorò alla redazione torinese per diverso tempo (Aldo Grasso L’addio a Carpitella corsaro della Rai, Corriere della Sera, 2008). Un luogo di lavoro stimolante, in cui venne a formarsi una redazione capace di elaborare progetti innovativi e di qualità, come il settimanale Orizzonte. Settimanale per i giovani. “Michele Straniero non è mai stato giovane – raccontava il nipote Giovanni –; già ai tempi del liceo classico si occupava di giornalismo. Era un funambolo della parola” (in Chiara Ferrari, Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati). Per Cantacronache, oltre a scrivere, come ricorda ancora Giovanna Marini, cantò anche diverse canzoni “con voce garbata di baritono, intonatissimo e musicale, con una memoria portentosa e una cultura da sapiente: un’enciclopedia ambulante”.
I Cantacronache, anni 60. Da sinistra a destra Michele Straniero, Sergio Liberovici, Margherita Galante Garrone, Fausto Amodei (foto di Mario Dondero)
Nato a Milano nel 1936 Michele Luciano Straniero, figura di intellettuale eclettico, lo si ricorda come fondatore, con Sergio Liberovici, del gruppo Cantacronache che, a Torino dal 1958 al 1962, insieme a Emilio Jona, Fausto Amodei, Margot, nel pieno del miracolo economico italiano, scriveva, cantava e cercava di radicare il gusto per un altro tipo di canzoni, prendendo nettamente le distanze dalle canzonette di successo stile Festival di Sanremo. “Delle canzonette leggere in sé e per sé non ce ne importava molto: il nostro interesse non era mercantile, ma precisamente sociologico e ideologico, e decisamente contenutistico”, ricordava Michele Straniero in La rivolta in musica. Michele L. Straniero e il Cantacronache nella storia della musica italiana, di Giovanni Straniero e Mauro Barletta.
Canzoni a cui non spettava il compito di intrattenere un pubblico indistinto, ma farsi strumento per mostrare la realtà e ricostruire criticamente fatti di cronaca, consegnandoli così alla memoria collettiva. Le canzoni dovevano assolvere a una funzione educativa.
Per la prima volta emergeva con chiarezza la differenza tra “canzonetta” (bene di consumo nella nascente cultura di massa: “oggetto d’uso”, prodotto “gastronomico” slegato dal reale, come lo definì Umberto Eco) e canzone d’impegno (canzone d’autore, in cui riconoscere una poetica, un personale sguardo sulle cose). Evadere dall’evasione, infatti, era il motto scelto dai torinesi. Che erano sostenuti dalle voci più illuminate tra gli intellettuali, gli scrittori, i poeti dell’epoca. Da Italo Calvino a Umberto Eco, da Franco Fortini a Gianni Rodari, Franco Antonicelli, Mario Pogliotti.
I temi della quotidianità, quelli sociali e politici erano affrontati con parole intense e poetiche, melodie lineari adatte a sostenere il tono narrativo dei testi e a contrappuntare denunce pungenti mai gridate, ma mostrate in tutta la loro evidenza.
Canzoni diverse che facevano emergere uno sguardo alternativo sulla realtà politica, sociale e culturale italiana della fine anni Cinquanta e primi anni Sessanta, comunemente considerati gli anni del boom economico. Quelli della corsa ai consumi, della trasformazione da Paese agricolo a industrializzato, della nascita della cultura di massa. Non era certo l’Italia del benessere quella evocata dalle canzoni di Cantacronache, ma l’Italia vista dalla parte di chi le trasformazioni le subiva, l’Italia della protesta, di chi stava dalla parte delle minoranze e osservava la realtà con occhio critico, cercando di smascherarne le contraddizioni. Le loro canzoni si facevano carico di raccontare fatti, eventi, condizioni esistenziali spesso rimaste celate. Come gli omicidi bianchi nelle zolfare, tra cui quella siciliana di Gessolungo, dove nel 1958, per un’esplosione da grisou morirono quattordici lavoratori e vi furono cinquantotto feriti. A ricordo del fatto fu proprio Straniero a scrivere La zolfara, canzone intonata da Pietro Buttarelli.
E poi il lavoro al nord, con le prime lotte operaie, le difficoltà delle donne nelle fabbriche, una lettura del boom per niente gioiosa, anzi, minata dalla fatica e dai sacrifici patiti dai lavoratori, dall’apatia racchiusa nelle parole di Canzone triste, intonata da Margot su testo di Italo Calvino. La lettura critica, dunque, del miracolo economico, con l’idea che celasse con la sua fascinazione i reali problemi del paese, avviato a una fase di forte cambiamento in tutti i settori. Come ricordava Amodei in Ero un consumatore e in La canzone della Michelin. I drammi che colpivano le frange sociali più deboli e i bambini, i più incolpevoli a farne le spese, per i quali Straniero scrisse la dolente Canzone di Capodanno.
L’anticlericalismo e la critica verso la cultura bigotta della DC, la cosiddetta “Vecchia balena”, rievocati in Il tributo o Questa democrazia.
La politica italiana del luglio 1960 con la morte di giovani nelle piazze durante uno sciopero, resa celebre dalla canzone Per i morti di Reggio Emilia. Un particolare momento storico, il luglio ’60, che per certi aspetti rappresentò un rimosso, per altri un cambio della politica della memoria istituzionale in Italia, con il recupero dell’antifascismo. Con questa e altre canzoni, Cantacronache ebbe il merito di comporre le prime canzoni sulla Resistenza, con l’intenzione di tramandare i valori emersi dalla lotta partigiana alle nuove generazioni. Tra queste, Partigiano sconosciuto, cantata da Straniero, su musica di Liberovici e testo della partigiana Claudina Vaccari.
e Partigiani fratelli maggiori, su musica di Fausto Amodei.
Straniero interpretò inoltre Tredici milioni, testo di Emilio Jona e musica di Fausto Amodei.
Sul tema della Resistenza, inoltre, curò l’album Canti della Resistenza italiana 5 per l’etichetta I Dischi del sole (1964), coinvolgendo figure di spicco come Giovanna Daffini, il Gruppo Padano di Piadena, Mario Lodi. Con Paolo Ciarchi e Dario Fo, incise Se non ci ammazza i crucchi. Canto che, si narra, sia stato raccolto da Dario Fo in un’osteria della Val Travaglia nell’autunno del 1943, ma che più probabilmente era una sua composizione originale.
Successivamente, nel 1975 partecipò al progetto collettivo di Pietà l’è morta – Canti della Resistenza italiana 1 (Dischi del Sole, 1975) interpretando, con Fausto Amodei, Quei briganti neri, canto partigiano molto popolare nell’Ossola,
e La Badoglieide canto satirico sulla figura di Pietro Badoglio improvvisato da Nuto Revelli e da un gruppo di partigiani il 25 aprile 1944 nella zona di Narbona.
Tra i temi chiave di Cantacronache, anche la protesta sociale e politica. Il collettivo fu tra i primi a occuparsi di ricerca sul campo e restituzione di canti del passato, raccolti poi in diversi album. Tra questi, Canti di protesta del popolo italiano 1 (Cantacronache 4, 1960 Italia Canta) in cui Straniero interpretava il canto ispirato allo scandalo della Banca Romana del 1893, Il crack delle banche di Ulisse Barbieri, accompagnato da Fausto Amodei alla chitarra,
e la Canta di Matteotti di autore anonimo, sempre con l’accompagnamento di Amodei.
In Canti di protesta del popolo italiano 2 l’intellettuale milanese, torinese d’adozione, eseguiva l’Inno della rivolta, cantato nel corso dei moti della Lunigiana del gennaio 1894, su testo di Luigi Molinari con Amodei alla chitarra.
Anche le rivoluzioni fuori dall’Italia trovavano l’attenzione dei torinesi e di Straniero in particolare che partecipò al viaggio in Spagna alla ricerca dei canti della nuova resistenza spagnola durante la dittatura franchista. In sostegno alle lotte d’indipendenza dell’Algeria compose e interpretò Canzone del popolo algerino.
“Per la mia generazione – dichiarò – la guerra d’Algeria ha avuto il valore che ebbe per i nostri padri la guerra di Spagna, e per i più giovani quella del Vietnam: ci fece scoprire l’oppressione e la tortura, ci diede la certezza morale e l’entusiasmo di essere dalla parte giusta, ci aiutò a capire la dinamica della storia, fu quella che si dice una ‘presa di coscienza’ che ci aiutò a diventare adulti. (Straniero, Rovello, Cantacronache, i Cinquant’anni della canzone ribelle).
Così l’antimilitarismo e le prime marce della pace in Italia, erano argomenti molto sentiti da Straniero che scrisse Viva la pace e La ballata del soldato Adeodato cantata da Edmonda Aldini su musica di Liberovici.
Ma anche i sentimenti raccontati senza retorica, diversamente dalle canzoni dell’epoca, imperniate su amori idealizzati, idilliaci, esotici, costruiti su luoghi comuni e rime baciate, vocalità melense e sdolcinate. Tra le canzoni da lui interpretate, Tutti gli amori, dal testo di Franco Fortini e la musica di Sergio Liberovici (Cantacronache 2, 1958, Italia Canta).
Tutti gli amori cominciano bene: /l’amore di una donna, l’amore di un lavoro/E anche l’amore per la libertà/Spesso gli amori finiscono male/Chi è amato non sa amare, lavora chi tradì/La libertà è di chi la può comprare.
Importante l’attività di curatore di dischi di canto popolare, politico e sociale, nell’ambito del Nuovo Canzoniere Italiano, dove fu tra le figure più rilevanti dopo la fine dell’esperienza con Cantacronache. Tra i tanti, si ricorda l’album di Giovanna Daffini e Vittorio Carpi, Una voce, un paese (1967, Dischi del Sole) e Il lamento dei mendicanti di Matteo Salvatore (1967, Dischi del Sole).
Ma collaborò anche a diverse produzioni collettive per I Dischi del Sole, interessandosi di canto anarchico. Tra queste, l’album Addio Lugano bella (1968) con la sua interpretazione, accompagnato dalla chitarra di Paolo Ciachi, dell’Inno dell’Internazionale, (canto risalente al 1874-75 scritto da Stanislao Alberici Giannini sull’aria della Marsigliese, nato come inno del lavoro e del proletariato) [https://www.youtube.com/watch?v=uk46LF2x8Ro] e della Marsigliese del lavoro (o Inno dei pezzenti) ricavato da una poesia di Carlo Monticelli del 1881.
Nell’album L’Ordine nuovo (Antologia della canzone comunista italiana, Dischi del Sole, 1968) con l’anonimo Torna a casa americano, riaffermava le proprie idee pacifiste.
Riproposte in altre due canzoni, Preghiera Del Marine di Ivan Della Mea e Paolo Ciarchi, con l’accompagnamento di Ciarchi e La Révolution dal testo in francese di Mao Tse Tung e musica di Sergio Liberovici, incise per le edizioni Linea Rossa (emanazione di I Dischi del Sole) nel 1967.
Nel periodo di attività con il Nuovo Canzoniere Italiano fu inoltre protagonista dell’episodio più clamoroso legato allo spettacolo Bella ciao: il 20 giugno 1964, al festival dei Due Mondi di Spoleto, Michele Straniero cantò, in sostituzione di Sandra Mantovani che era indisposta, i versi censurati di O Gorizia, tu sei maledetta, canzone di trincea della prima guerra mondiale, suscitando grande scandalo (quei versi erano stati proibiti da un accordo con il teatro, perché erano un’invettiva al mondo militare accusato di aver portato alla rovina l’Italia). Gli costò una denuncia per vilipendio alle forze armate italiane insieme ai responsabili della manifestazione. In particolare i versi Traditori signori ufficiali / che la guerra l’avete voluta / scannatori di carne venduta / e rovina della gioventù suscitarono in sala la reazione degli ufficiali presenti; nelle serate successive lo spettacolo venne costantemente disturbato da gruppi di fascisti. Quest’occasione rivelò di Straniero la forte personalità, un convinto e intransigente antifascismo.
Una versione con Fausto Amodei.
Nel 1966 fu tra i fondatori, a Milano, dell’Istituto Ernesto de Martino, intitolato al grande etnologo scomparso l’anno prima, e motore dell’attività del Nuovo Canzoniere Italiano per gli anni a seguire.
Straniero fu inoltre attivo nella ricerca di canti sociali, raccolse materiali in Piemonte, Puglia e Sicilia e nella Spagna franchista insieme a Sergio Liberovici e Margot.
Vastissima la sua produzione saggistica, tra cui si possono citare: I canti del mare nella tradizione popolare italiana (Milano, Mursia, 1980); Canti della grande guerra (Milano, Garzanti, 1981); Canti politici e sociali (Milano, Gammalibri, 1984); con Sergio Liberovici: Canti della nuova resistenza spagnola (Torino, Einaudi, 1962); con Emilio Jona, Sergio Liberovici, Giorgio De Maria il fondamentale Le canzoni della cattiva coscienza, prefazione di Umberto Eco (Milano, Bompiani, 1964); Antologia della canzone popolare piemontese tra settecento e novecento (Torino, Paravia, 1998); Manuale di musica popolare (Milano, Rizzoli, 1991).
Nel 1974 esordì come interprete solista pubblicando un intero album per I Dischi dello Zodiaco, Coi comforts della religione,
e nel 1975 Quando ero monaca. Canzoni allegre, maliziose e salaci, ricavate dalla tradizione popolare e dal vaudeville [intero album https://www.youtube.com/watch?v=J-zyI5YJ8L8] inaugurando una proficua collaborazione con Antonio Virgilio Savona, produttore e direttore della stessa etichetta discografica, oltre che arrangiatore e voce del Quartetto Cetra. Collaborazione che proseguiva nel 1977 con la realizzazione dell’album collettivo Al Gran Verde Che Il Frutto Matura – Canti Anarchici Di Pietro Gori, insieme a Gigliola Negri, Margot e Il Gruppo Folk Internazionale, dove Straniero incise Dimmelo Pietro Gori scritto da un anonimo nel periodo in cui l’anarchico era costretto al soggiorno coatto all’Elba (1896).
e due canti scritti da Pietro Gori: Addio compagno addio (Canto dei coatti)
e il celebre All’amor tuo fanciulla (Amore ribelle).
Con Savona, che era anche studioso ed etnomusicologo, realizzò inoltre diverse ricerche sul patrimonio orale, pubblicando saggi, tra cui Canti dell’emigrazione (Milano, Garzanti, 1976); Canti dell’Italia fascista (1919-1945) (Milano, Garzanti, 1979).
Nel 1979 esordiva come cantautore, con la pubblicazione dell’album La Madonna della Fiat per l’etichetta Divergo, con tracce musicali composte da Fausto Amodei, Margot, Sergio Liberovici, Virgilio Savona, Piero Santi e il musicista greco Notis Mavroudis. La canzone che dà il titolo al disco si riferiva alla statua della Madonna situata a Torino sul Monte dei Cappuccini. All’inizio degli anni Sessanta la direzione della Fiat aveva finanziato la realizzazione di una statua della Madonna (chiamata La Madonna dei lavoratori) in un punto strategico della collina torinese, sulla piazzetta davanti al Monte dei Cappuccini. Il collettivo Cantacronache, individuando una stonatura fra l’installazione di una statua sacra (che venne inaugurata il 27 marzo 1960) e il carattere dell’azienda che promuoveva l’iniziativa, compose appunto la canzone, con il testo di Straniero. Che la inserì nel suo album da solista. Ecco l’album intero.
Con Franco Lucà, negli anni Ottanta diede vita al Centro di Cultura Popolare di via Perrone a Torino e alla rivista mensile “Folk notes”: da queste due esperienze nasceva, nel 1988, il Folkclub, che rilancerà la musica popolare e d’autore. Il 4 agosto 1998, nel pieno della sua attività, Michele Luciano Straniero venne travolto da un’auto mentre stava attraversando corso Rosselli a Torino. Non si riprese più e morì a Torino il 7 dicembre 2000, lasciando una eredità di opere incompiute. Sprazzi della sua vita, spesa tra i libri e la musica, in Domani si vive e si muore compaiono nelle due canzoni originali composte dal duo Gazich – Sirianni per celebrare, con le loro parole, la figura dell’autore.
In apertura Ho incontrato Michele Straniero, introdotto dalla voce di Giovanni Straniero, è un immaginario incontro con l’intellettuale torinese, in cui persone ed eventi che hanno accompagnato la sua vicenda di artista e di studioso vengono alla ribalta. Titoli di canzoni, come Oltre il ponte, tra le più celebri di Cantacronache, e La zolfara, da lui scritta. Matteo Salvatore e Giovanna Daffini, dei cui dischi fu curatore, sono a rappresentare il canto popolare, argomento di studio e ricerca. L’irrompere della voce di Gualtiero Bertelli svela il senso della canzone, un sogno, l’illusione ma anche il bisogno di veder tornare oggi Michele L. Straniero, insieme alla sua fede antifascista a liberare un’Italia tinta di nero.
In chiusura Danzacronaca, con la partecipazione straordinaria di Fausto Amodei nell’introduzione parlata. Altre voci si alternano, quella di Giovanna Famulari con il suo violoncello, quella di Alessio Lega, di Giangilberto Monti, di Paolo Lucà.
Qui al ritmo di una danza macabra, Straniero è alla testa di un corteo di artisti e menti illuminate che hanno fatto parte della sua vita e che ora come lui non sono più su questa terra: Umberto Eco, Fabrizio De André, Danilo Dolci, poeta e attivista per la non violenza, Italo Calvino, Franco Lucà, tutti insieme a ricordarci che si vive e si muore, come bene sanno i poeti e i cantautori.
In mezzo ai due brani originali c’è il mondo privato di Michele L. Straniero. Un mondo in cui si entra con discrezione, in punta di piedi. Dove l’interpretazione è libera e scaturisce dagli interrogativi esistenziali di ciascuno.
Ci si imbatte nell’usitato scontro generazionale tra genitori e figli, e le diverse aspettative, e i sensi di colpa di chi sente di non essere riuscito a incarnare l’ideale tanto sperato (Lettera ai genitori). C’è la malinconia dei luoghi in cui si sono seminati ricordi, ma il tempo è trascorso e tutto è cambiato (Le case, le strade, la gente). Ritratti di figure femminili che sono esistite di un’esistenza modesta, di amori mancati (L’altro), di solitudini (Marta). Echi di protesta si odono in Da un cielo umano, dove l’eterna violenza degli oppressori sugli oppressi, dei padroni sulle miserie della povera gente e dei popoli disarmati, fa sì che la colomba della pace stenti a planare su questa terra. A fare da contrappunto la storica voce di Giovanna Marini, accompagnata dall’armonica a bocca di Maurizio Bettelli e dall’organetto di Andrea Del Favero.
Il corridoio del Nautilus è la traccia più struggente e “teneramente” disperata, ma dalla desolazione ci si può salvare.
L’amore che riempie ognuna delle parole scritte e, insieme, le note che le hanno rivestite; l’amore che appartiene a tutti i sognatori, che è coraggioso e vince ogni battaglia. L’amore che manda avanti il mondo. L’amore è sempre il punto.
Tra i testi che hanno segnato il percorso più intrinseco e umano dell’autore, c’è quello che dà il titolo a tutta la raccolta, che è una constatazione certamente meditata e sofferta, ovvero la consapevolezza della precarietà di tutte le cose, dell’impossibilità di trattenerle, perché domani si vive e si muore.
Come Margot, con la quale Straniero, più degli altri componenti di Cantacronache, aveva mantenuto un rapporto affettivo e di collaborazione, è riuscita a far convivere la sua natura più “barricadera” con quella intima, degli interni domestici, degli oggetti quotidiani, come ricordava Italo Calvino nelle note al disco d’esordio Canzoni di una coppia, così anche Straniero ha tenuto traccia del suo personale sentire. E la voce con cui ha gridato la protesta e la denuncia di fatti di cronaca quotidiana, incisa nei dischi e fissata nei libri è stata accompagnata da un sussurro, quello dei fatti interiori, dei sogni, dei pensieri, delle emozioni.
Partigiani sfilano a Sestri Ponente
Ma il disco non è solo la voce intima di un grande intellettuale del Novecento, è anche una celebrazione della storia alternativa del nostro Paese, “alternativa perché proviene da un mondo che, è vero, non esiste più, ma che rappresenta un vivere etico, in cui i canti sono sempre espressione di un interesse collettivo e mai individuale” (Giovanna Marini); quella che ci è arrivata attraverso le ricerche sul campo e il recupero del patrimonio orale, quella che ci è giunta attraverso le canzoni composte a ricordo dei principi su cui si fonda la nostra Costituzione: la lotta partigiana, l’antifascismo. Il pacifismo. Quella che ci è pervenuta attraverso l’impegno di coloro che hanno dato voce alle istanze dei più fragili, ai quali non si può che essere sempre e per sempre grati.
Chiara Ferrari, autrice del libro Le donne del folk. Cantare gli ultimi. Dalle battaglie di ieri a quelle di oggi, Edizioni Interno 4, 2021; coautrice del documentario Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli
https://www.nota.it/wp-content/uploads/2023/09/Gazich-e-Sirianni-Foto-Flavio-Dal-Molin-scaled.jpg25602560Linda Fierrohttps://www.nota.it/wp-content/uploads/2017/07/Nota-header-1.pngLinda Fierro2024-02-19 11:45:212025-04-09 10:44:43Michele Luciano Straniero, poesia e voce della protesta. Dalle lotte del Novecento al futuro
Sul finire del 2003 è uscito il booklet+cd “Domani si vive e si muore – Inediti di Michele L. Straniero” (Nota – 2023), un disco scritto a quattro mani da Michele Gazich e Federico Sirianni, che hanno lavorato sapientemente su dei testi inediti di Michele Luciano Straniero ritrovati dal nipote Giovanni Straniero, da cui è partito l’intero progetto e che ha fatto da regia in questo complesso lavoro di recupero. Il risultato è un disco che ha permesso di portare alla luce brani attuali, vividi, urgenti, perché, come scrisse Straniero, domani si vive e si muore.
Nome?
M.G. – Michele
F.S. – Federico
Cognome?
M.G. – Gazich
F.S. – Sirianni
Nato a?
M.G. – Brescia
F.S. – Genova
Anno di nascita?
M.G. – 1969
F.S. – 1968
Vivi a?
M.G. – Venezia
F.S. – Torino
Professione?
M.G. – Scrittore di canzoni
F.S. – Scrittore di canzoni
Come è cominciato il tuo rapporto con la musica?
M.G. – Mio padre mi ha insegnato a leggere le note ancor prima delle lettere. Credeva che io fossi Mozart. Si sbagliava.
F.S. – Da bambino, a casa con mia madre cantante.
Qual è stato il tuo primo contatto con la musica di Michele Luciano Straniero?
M.G. – A fine anni Novanta vivevo a Torino e conobbi Giovanni, il nipote di Michele Straniero, frequentando il FolkClub fondato dal suo illustre zio e da Franco Lucà. In breve, Giovanni ed io diventammo amici: bevevamo vino e suonavamo insieme. Grazie a lui ho conosciuto le canzoni di Michele Straniero.
F.S. – Più che con la musica di Straniero, col mondo dei Cantacronache: a Genova, conoscendo e frequentando in gioventù Andrea Liberovici, figlio di Margot e Sergio Liberovici.
Gazich e Sirianni – Foto Flavio Dal Molin
Com’è nata l’idea di realizzare un disco di inediti di Michele Luciano Straniero?
M.G. – Giovanni da decenni mi aveva proposto gli inediti dello zio da musicare. Per qualche motivo, riteneva che io fossi la persona giusta. Da solo, tuttavia, non avevo coraggio di farlo; ero intimorito. Lavorando a quattro mani con Federico, mi sono sbloccato.
F.S. – Da un’idea di Giovanni Straniero, nipote di Michele. Ha ritrovato degli scritti inediti dello zio e ha proposto a Michele Gazich e al sottoscritto di trasformarli in canzoni.
Ritieni sia stato più difficile o emozionante scegliere le poesie inedite da musicare e adattare in forma di canzone?
M.G. – Incredibilmente emozionante. Una volta che mi sono sbloccato, tutto è stato naturale, spontaneo. Non difficile, ma molto, molto emozionante. Michele Straniero è la fonte della canzone d’autore in lingua italiana. E bere l’acqua alla fonte, che è più limpida e pulita, è stato rigenerante!
F.S. – Entrambe le cose in egual misura.
Con quale criterio sono stati scelti gli otto inediti di Straniero?
M.G. – Si sono scelti da soli. Michele Straniero voleva far conoscere a noi (e attraverso di noi a chi ci avrebbe ascoltato) un’altra faccia di sé: più intima e personale. Le canzoni indicano sempre una via. Noi siamo stati strumento.
F.S. – A sensazioni personali, qualcuno l’ho scelto io, qualche altro Michele, trovando gli scritti che ci colpivano maggiormente e che avessero le caratteristiche per essere adattate alla forma canzone.
Com’è stato scelto il titolo del disco Domani si vive e si muore, che trasmette un senso di urgenza, di concretezza, di mancanza di tempo da perdere?
M.G. – Permettimi due parole in più su questo punto, che sento importante. Federico ed io siamo stati immediatamente rapiti dal verso conclusivo di uno tra i testi che Michele Straniero ci ha lasciato: “Domani si vive e si muore”, appunto. Abbiamo dapprima pensato che potesse diventare il titolo di quel componimento e infine anche di tutto il disco, perché ne definisce il contenuto: personale, esistenzialista, di riflessione sul male di vivere e morire. Noi umani un domani vivremo e un altro domani moriremo: è una delle poche certezze che abbiamo a disposizione. Il fatto, poi, che Straniero scriva “Domani si vive e si muore” e non “Domani si vive o si muore” propone anche un’altra idea, una molto amara, e cioè che ad alcuni di noi possa capitare di vivere e morire contemporaneamente, sperimentando una sorta di “morte in vita”. Il che ci conduce ad altri due versi meravigliosi e terribili scritti da Straniero, in un testo intitolato emblematicamente Lettera ai genitori: “La mia vita oggi è finita / La vostra è mai cominciata?” Al di là di ciò, il titolo per me ha sempre riecheggiato un verso di Pasolini, dalla raccolta giovanile Poesie a Casarsa (1942): “Oggi è domenica, domani si muore”, verso che viene ripreso – alla lettera – da Giovanni Lindo Ferretti nella canzone conclusiva (Irata) di uno degli album più importanti nella storia della canzone e del pensiero in Italia: Linea Gotica dei C.S.I. (1996). Quella canzone e quei versi erano per me un ascolto quasi quotidiano in quegli anni. Allora vivevo a Torino, la città dove ancora viveva e scriveva Michele Straniero e già da anni frequentavo lo storico FolkClub, da lui fondato con il musicologo Franco Lucà. Questo titolo provoca dunque in me un cortocircuito di memorie che mi riporta alla mia gioventù, alla musica che allora ascoltavo, a una Torino, oggi scomparsa, in cui vivevano e operavano intellettuali come Michele Straniero.
F.S. – È una frase presente in una delle poesie che abbiamo musicato, ci sembrava molto significativa e capace di descrivere in sei parole il mondo e la poetica di Michele Straniero.
Al FolkClub – Federico Sirianni ripassa, Michele Gazich riordina le carte
Come consideri la collaborazione con il tuo collega musicista in questo lavoro?
M.G. – Una delle cose più belle che mi siano avvenute lo scorso anno.
F.S. – È stata un’esperienza molto positiva e arricchente che, credo e spero, proseguirà in altri progetti artistici.
Credo che musicare dei testi nati per un altro scopo non sia stata un’operazione facile, ti sei mai sentito in difficoltà tale da pensare di rinunciare?
M.G. – Ho rinunciato per vent’anni. Poi ho deciso o, meglio, ho sentito che era giunta l’ora di superare la mia debolezza, che era giunta l’ora di provarci. Spero di aver fatto bene.
S. – Non è stato facile perché misurarsi con un personaggio di tale rilevanza nel mondo letterario e musicale è molto rischioso, ma non c’è mai stato un momento in cui abbiamo pensato di non portare avanti il progetto.
Quanto l’essere in due a lavorare sugli inediti è stato un aiuto, quanto una ulteriore difficoltà?
M.G. – Decisamente un aiuto.
F.S. – Per quel che mi riguarda ho goduto solo dei lati positivi di questo lavoro a quattro mani.
Il disco inizia e finisce con due brani appositamente scritti da voi in omaggio a Michele L. Straniero. Il brano che apre il disco, Ho incontrato Michele Straniero, racconta un immaginario incontro tra te e Michele L. Straniero nella sua Torino, mentre il brano che lo chiude Danzacronaca, è una sorta di macabra danza in cui insieme a Michele L. Straniero sono citati tanti altri musicisti che hanno lasciato un segno indelebile nella canzone d’autore. Com’è stato scrivere questi due brani musicali a quattro mani? È un’esperienza che ripeteresti?
M.G – Un’esperienza che ha arricchito il mio percorso artistico e umano. La stiamo già ripetendo…
F.S. – Sentivamo la necessità di due “canzoni-cornice” in cui incontrare virtualmente Michele Straniero raccontando qualcosa di lui. Scrivere insieme a Gazich è stato molto naturale e sereno, ci siamo trovati d’accordo sostanzialmente su tutto.
Tra questi due brani, come si è detto sopra, otto inediti. Quale tra questi ami di più e perché?
M.G – Il corridoio del Nautilus. Perché? Perché è il Blues se hai vissuto a Torino e non nel Mississippi. Abbiamo tentato di scrivere una musica all’altezza del testo: claustrofobica, iterativa, dolorosa, incollocabile.
F.S. – Mi sono affezionato a tutte le canzoni del disco, mi commuove l’intervento di Giovanna Marini in Da un cielo umano.
In questo intenso lavoro discografico hanno preso parte ben dodici ospiti, come sono stati scelti? Qualcuno più di altri ti ha colpito in particolar modo?
M.G. – Tutti (o quasi) avevano conosciuto Michele L. Straniero. Due sono miei amici cari: Gualtiero Bertelli e Moni Ovadia, con i quali collaboro stabilmente. Entrambi in qualche modo sono stati scoperti da Straniero. Gualtiero mi ha raccontato che, quando Straniero lo sentì cantare la prima volta, chiamò Nanni Ricordi e disse: “Ho incontrato un uomo che quando canta urla come un pazzo e suona la fisarmonica come una clava”. Gualtiero la ritiene ancora la miglior definizione della sua arte.
F.S. – Approfitto per ringraziarli tutti per la partecipazione entusiasta. Ho detto di Giovanna Marini e ho da sempre un debole per Moni Ovadia.
Credo che insieme abbiate fatto un lavoro di recupero straordinario, un’opera come questa a quale pubblico è destinata?
M.G. – “Un disco per tutti e per nessuno”, parafrasando il sottotitolo di un libro fortunato… Penso che sia la riscoperta importante di una fonte maggiore della canzone d’autore in lingua italiana. Sono davvero fiero di aver fatto questo disco con Federico e Giovanni!
F.S. I tempi ci dicono che parrebbe destinata a un pubblico di nicchia e non più giovane ma, secondo me, se le nuove generazioni ascoltassero queste parole ci si ritroverebbero profondamente.
Michele Gazich e Federico Sirianni
Non ritieni che il frutto di un’operazione culturale di questo genere potrebbe essere portata nelle scuole? Come sarebbe accolta dai giovani secondo te?
M.G. – Sarebbe certamente accolta bene. Avverrà. Stimo i giovani. Quelli che temo sono i vecchi.
F.S. – Sarebbe molto bello portare Michele Straniero nelle scuole e, come detto prima, credo sarebbe apprezzato davvero.
A conclusione di un lavoro così complesso, cosa ti ha lasciato Michele Luciano Straniero?
M.G. – Il sogno di un’Italia libera.
F.S. – La voglia di rimettermi a scrivere dopo un lungo periodo di inattività creativa.
https://www.nota.it/wp-content/uploads/2023/09/Gazich-e-Sirianni-Foto-Flavio-Dal-Molin-scaled.jpg25602560Linda Fierrohttps://www.nota.it/wp-content/uploads/2017/07/Nota-header-1.pngLinda Fierro2024-02-05 11:03:382025-04-09 10:44:56Michele Gazich Federico Sirianni – Domani si vive e si muore (inediti di Michele L. Straniero), due diversissimi artisti al servizio di un prezioso lavoro di recupero