Musica in programma

Come è cambiata la programmazione musicale nei primi 40 anni di Rai? La risposta è data dal volume di Anna Scalfaro, docente bolognese che si è anche occupata di storia dell’educazione musicale nelle scuole italiane.

di Fabio Striani – Rumore (Marzo 2022)

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Giovanna Marini: “Suonammo Bella ciao e insorsero i fascisti…”

Decana delle cantautrici e massima esperta di musica folk, oltre ad essere allieva di Segovia. La carriera l’ha passata ad ascoltare, conoscere e portare su un palco tradizioni orali cantate da contadini in ogni provincia del Belpaese. Confrontandosi con i più grandi autori italiani e non, da Pasolini a Calvino a Bob Dylan

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Giovanna Salviucci Marini è tra le maggiori esperte di ricerca etnomusicale e folk (insegnata anche in cattedra a Parigi) oltre ad essere la decana delle cantautrici, allieva di Segovia. Una carriera spesa per ascoltare, conoscere e portare su un palco tradizioni orali cantate da contadini in ogni provincia del Belpaese. E un immenso patrimonio culturale accumulato confrontandosi con Pasolini, Calvino, Dario Fo, Woody Guthrie, Bob Dylan. La intervistiamo in un raro momento di relax: “Sto in riva al mare, si sentiranno le onde”.

I suoi genitori erano entrambi musicisti.
Mio padre era un compositore, è morto a trent’anni ma aveva già scritto musica sinfonica. Mia madre era una pianista e direttrice d’orchestra ma come spesso succedeva in quel periodo, una volta sposata ha chiuso definitivamente con la musica.

Non è un azzardo dire che ha portato avanti il testimone dei suoi genitori.
Pur amando la musica classica ho avuto una folgorazione per i canti di tradizione orale: le “carciofare” pugliesi, le mondine di Vercelli. Un mondo tutto nuovo, dove non c’era competizione.

 La prima volta che ha presentato Bella Ciao a Spoleto si è scatenato il finimondo…
Sì (ride, ndr). Fui incoraggiata dall’amicizia di Gianni Bosio e Roberto Leydi e convinta da Nanni Ricordi a cantare al Festival di Spoleto, davanti all’intellighenzia dell’epoca. Facevo parte del Nuovo canzoniere italiano, un gruppo molto vario, uniti da una passione politica: erano i tempi dei governi non esaltanti della Democrazia cristiana e della contestazione. Ai quei tempi non sapevo nemmeno la differenza tra rivoluzione e reazione, stavo messa proprio male! Con il Gruppo Padano di Piadena, Mario Lodi, il grande Rodari e altri nomi bellissimi arrivammo a Spoleto molto accesi, orgogliosi dello spettacolo chiamato “Bella ciao”. Mi inventai due canzoni spacciandole per canti popolari per non sentirmi troppo al di sotto delle aspettative. Il pubblico era molto nervoso e appena partimmo con “Bella ciao” ci furono proteste. Si alzò Michele Straniero e cantò una strofa di Gorizia: “Traditori signori ufficiali, voi la guerra l’avete voluta”, e successe un caos enorme. Una donna si alzò e urlò “evviva gli Ufficiali, evviva l’Italia” e con lei applaudì il pubblico patriottico. Tutti i parenti nostri si affacciarono dal loggione e intonarono “Bandiera rossa” e subito da sotto il loggione risposero con “Faccetta nera”. A quel punto Giorgio Bocca intonò “Fratelli d’Italia” per mettere un po’ di pace. Ci siamo trovati in questa situazione assurda nella quale la gente si aggrappava al sipario per menarci: decisamente una serata eccitante! (ride, ndr) Per il Codice Rocco, in vigore ai quei tempi, venivi arrestato per cose così. Andammo via e camminammo lungo la montagna di Spoleto: una notte bellissima che non dimenticherò mai, fatta di canti e balli. Ci riposammo vicino a una piccola pensione e spuntò da una finestra Giancarlo Pajetta – uno dei comunisti più convinti -, venuto ad ascoltare lo spettacolo e ci ospitò. Poi ci arrivarono una valanga di denunce.

È in arrivo un documentario – prodotto da Millstream – sulla storia di Bella ciao.
Uscirà a settembre. “Bella ciao” è chiaramente una canzone d’amore, un canto popolare che narra la storia di una donna che si uccide per amore. Torna il fidanzato e canta in versi “io farò una fossa e ci staremo dentro in tre”. Ma con padre, madre e “la mia bella in braccio a me” che aspettava un bambino sarebbero in cinque! Ma sono canti popolari e non sempre i conti tornano.

Quando sente le versioni dance o quella di Tom Waits cosa prova? In qualche modo la canzone va avanti.
Va benissimo, la musica cammina, ha la qualità di volare. La musica orale è un miracolo: copre distanze enormi. Se un ragazzino di vent’anni prende Generale di De Gregori e se ne innamora e la canta in un altro modo e ci mette i riferimenti alla pandemia va benissimo, è così che deve succedere. L’invenzione deve essere libera.

Cantautrici che stima?
Ce ne sono tante. In Italia la Nannini la trovo molto seria e scrive belle canzoni, come Teresa De Sio. Internazionali direi Aretha Franklin, Miriam Makeba, Joni Mitchell.

Lei si considerava “una cantastorie delle classi subalterne” e si è sempre occupata di diritti civili e parità di genere. Quanto è cambiato lo scenario?
Non è cambiato affatto. Continua ad esserci una distanza enorme tra la folla – quella che viene definita dagli scrittori ottocenteschi il popolo bue – e l’élite, quelli che hanno studiato. Io penso che la storia la faccia la folla.

L’anno scorso in occasione del centenario della nascita del Partito Comunista ha rielaborato Il partito, cosa ha rappresentato per lei?
Si chiama “Il partito”, è una partitura scritta dal mio amico Fausto Amodei nel 1976 ed è ispirata al diario di Camilla Ravera. Come devono nascere i partiti? Con degli ideali! Non ce ne sono più. C’è una nebulosa che circonda la politica oggi che è impressionante. Almeno Draghi sui soldi ci capisce. Possibile che nessuno abbia un ideale di giustizia?

SALVATORE VILLANI E “QIFTI – CANTI ARBËRESHË DI CHIEUTI”: IL VIAGGIO MUSICALE CON ANGELA DELL’AQUILA

a cura di Nazario Tartaglione – artblogger

L’amore e la passione per la musica e la cultura popolare continuano a tracciare il percorso di Salvatore Villani, musicista, etnomusicologo ed artista a tutto tondo che non smette di arricchire l’offerta culturale della nostra terra con produzioni sempre nuove e cariche di fascino.

Dopo il Gargano, il meridione e il centro America, è la volta della musica popolare in lingua albanese antica ai confini con la Puglia, progetto partito agli inizi del 2000, da una ricerca musicale in Capitanata riguardante le comunità con peculiarità linguistiche, come Chieuti e Casalvecchio di Puglia per l’arbëreshë, e Celle di San Vito per il francoprovenzale.

E’ infatti conclusa la registrazione di “Qifti – canti arbëreshë di Chieuti” un cd book realizzato con Angela Dell’Aquila, preziosa interprete arbëreshë, tra le voci più belle e rappresentative di Chieuti e della Puglia. Brani d’amore, pastorali e contadini, che tra tradizione e nuove proposte cantano anche la diaspora albanese, come in Bella Morea, dedicata al Peloponneso.

Un regalo di compleanno per Angela, che con Salvatore ha condiviso sin dal 2004 numerose iniziative e spettacoli, palchi di prestigiosi premi e rassegne, fino alla sala di registrazione, per dare vita ad una raccolta unica, dove la memoria e la storia diventano composizioni indelebili, con la purezza della voce che si appoggia alla chitarra, come nella migliore tradizione popolare e cantautorale, all’insegna dell’autenticità e del valore intrinseco del linguaggio canzone.

Un codice estetico capace come pochi di custodire mondi ed epoche lontane e di rivelarli, in quell’intreccio magico di note, parole e canto che plana sui secoli, sulle civiltà e sul mondo che cambia.

Una raccolta che fa memoria e insieme dispetto all’onda di globalizzazione che intende sommergere e assorbire ogni identità, appiattendo lingue e culture, ma che trova nella canzone popolare una fortezza, come mura di antichi castelli.

Riecheggiano in “Qifti – canti arbëreshë di Chieuti” canti d’ amore e sulla bellezza femminile, con particolare riferimento al matrimonio e alla danza con la fune (caratteristico ballo di gruppo) con ritmi che possono ricordare le nostre tarantelle. Ritorna la chitarra battente, strumento indigeno acquisito dal repertorio arbëreshë (molto diffusa nell’arbëreshë calabrese anche la zampogna). In alcune canzoni assistiamo ai tempi misti, tipici del mondo balcanico.

«Nel nostro primo incontro mi colpì la sua versatilità, l’amore profondo per la cultura del suo paese, la padronanza della sua tecnica vocale, acquisita empiricamente, eppure così vicina agli stilemi del canto ‘colto’ della scuola italiana» spiega Salvatore Villani, conquistato dalla tenacia di Angela che all’età di settantanove anni interpreta ancora magistralmente i canti della sua terra natia e quelli acquisiti nel corso degli anni, sotto la spinta del suo mentore Roberto Ruberto.

Ospite illustre nel cd-book “Qifti – canti arbëreshë di Chieuti”, Giovanna Marini, che ha rielaborato il canto Rine, Rine, ti ku vajte? per il coro della Scuola Popolare di Musica di Testaccio di Roma, con la partitura originale inedita riproposta nel libretto.

Nell’album anche la registrazione di un brano dal vivo tratto dallo spettacolo La Montagna del Sole, tenuto da Salvatore ed Angela a Roma nel 2015, presso il Parco della Musica.

Il CD-book: “Qifti-Canti arbëreshë di Chieuti”, prodotto da Valter Colle, sarà disponibile on line nelle diverse piattaforme, come sul sito dell’editore NOTA di Udine. Sarà possibile richiederlo anche presso il Centro Studi Tradizioni Pugliesi APS diretto da Salvatore Villani. In calendario per fine marzo la presentazione live a Chieuti. Fondamentale per la realizzazione del cd book il supporto del Comune di Chieuti e l’apprezzamento del primo cittadino, che insieme a tutti i collaboratori si ringrazia. Un pensiero speciale a Roberto Ruberto. Ad Angela dell’Aquila la dedica più cara.

Il CD “Canamus cum modulo”: rivivono i discanti cividalesi

“Canamus cum modulo” è il titolo dell’ultimo progetto discografico della Schola Aquileiensis diretta da Claudio Zinutti e pubblicato per la collana Block di Nota Records diretta da Valter Colle. Verrà presentato in anteprima oggi, giovedì 10, alle 17 al Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli.

Dal MessaggeroVeneto del 10/03/2022

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Ascoltate miei cari signori

Una nuova panoramica sulla musica di tradizione orale in Italia 

Nico Staiti, etnomusicologo dell’Università di Bologna, ci consegna in “Ascoltate miei cari signori”. Le musiche di tradizione orale in Italia, un lavoro approfondito e complesso, a cominciare dalla generosa scelta editoriale di giustapporre in un’unica veste l’ampio saggio introduttivo dell’autore – che traccia una preziosa e aggiornata mappa delle musiche di tradizione orale in Italia, oltre a restituire esiti delle proprie ricerche sul campo – e la riedizione integrale dei testi a corredo dei leggendari 33 giri curati da Roberto Leydi, Italia vol. 1, 2 e 3 della collana discografica “Documenti originali del folklore musicale europeo”, pubblicati nel 1970 e riproposti ora nei tre cd allegati. L’approfondita ricostruzione di Staiti mette bene in evidenza la varietà di espressioni che caratterizza il nostro Paese, per effetto della sua lunga e travagliata storia. Continua a leggere

Mauro Balma, Edward Neill. Fra trallalero e Paganini, affascinato dai suoni nell’ombra

Non poteva che essere Mauro Balma, eminente etnomusicologo, ben noto ai lettori di questo magazine che ne è stato amico e collaboratore, seguendone gli insegnamenti, a delineare la figura dello studioso Edward David Richard Neill (1929-2001), nato a Firenze da padre irlandese e madre ligure ma cresciuto a Genova. Una fitta trama di interessi ha segnato la sua vita culturale di musicologo, da Bruckner a molti trascurati compositori britannici e scandinavi. Soprattutto, Neill è stato un’autorità degli studi su Niccolò Paganini (nei primi anni Settanta fu tra i fondatori dell’Istituto di Studi Paganiani). Con Carpitella e Leydi lanciò la Società Italiana di Etnomusicologia, fu fondatore dell’Istituto Demologico Ligure, che diresse, così come della rivista “Musicalia”.

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