Canti partigiani e stragi nazifasciste. Racconto e musica nella Spoon River della Resistenza

“Partigiani sempre!”. La lotta di Liberazione narrata in un booklet + cd edito da Nota e che è anche uno spettacolo teatrale. Musiche e testi di Yo Yo Mundi insieme a Maurizio Camardi e alla scrittura drammaturgica di Massimo Carlotto, che propone inoltre un suo racconto inedito, fotografie d’epoca e illustrazioni di Tinin Mantegazza e Ivano A. Antonazzo. Un grande omaggio a “Cantacronache” e ai valori dell’antifascismo. La memoria delle stragi più feroci e del coraggio di chi combatté la Resistenza. Parla il leader degli Yo Yo Mundi, Paolo Enrico Archetti Maestri

 

“Non è per via della gloria che siamo andati in montagna a fare la guerra. Di guerra eravamo stanchi, di patria anche.
Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie lasciateci dormire nel fienile, con una ragazza.
Per questo abbiamo sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello col cuore che piangeva, con le labbra tremanti. Ma anche così sapevamo che di fronte a un boia di fascista noi eravamo persone, e loro marionette”.
Nino Pedretti

Nella foto (penultimo a destra) lo scrittore Massimo Carlotto. Alla sua sinistra Paolo Enrico Archetti Maestri, leader degli Yo Yo Mundi. Maurizio Camardi è il primo a sinistra

Anche da queste parole del poeta di Santarcangelo di Romagna hanno preso forma uno spettacolo teatrale e un album, dal titolo Partigiani Sempre!, edito da Nota, con le musiche e i testi di Yo Yo Mundi insieme a Maurizio Camardi e la scrittura drammaturgica di Massimo Carlotto. Il titolo prende spunto da altre parole, ma inedite, tratte dagli stornelli di Radio Libertà, emittente clandestina dalla provincia di Biella che fu attiva dall’autunno 1944 all’aprile 1945, gestita da partigiani. Omaggio, dunque a Cantacronache, autori, in particolare Sergio Liberovici per la musica e Franco Antonicelli per il testo, di Festa d’aprile, brano composto nel 1948 proprio a partire dagli stessi stornelli. Un riconoscimento a Cantacronache è del resto quasi obbligato, a loro (Sergio Liberovici, Emilio Jona, Michele L. Straniero, Fausto Amodei, Margot), si deve il recupero, tra i primi, dei canti intonati dai partigiani e la composizione di canti nuovi, a memoria della Resistenza, con l’impegno di riportare in primo piano i valori emersi da quell’esperienza di lotta e di riscatto, proponendoli in un contesto conflittuale come quello che vedeva l’affermarsi di un governo, quello di Fernando Tambroni, nato nel marzo 1960, con l’appoggio esterno del Msi. Formare una coscienza civile, era l’obiettivo, rendere consapevoli le nuove generazioni che gli scontri di piazza del luglio 1960 erano figli della lotta partigiana.

L’album si struttura in un alternarsi di canzoni, musiche e narrazioni, in cui la voce di Carlotto disegna la trama che tiene unite le storie, a cominciare da È sempre 25 aprile.

Così, allo stesso modo di Cantacronache, con l’intenzione di tenere vivi i valori che nacquero in seno alla Resistenza, alla base del progetto Partigiani Sempre! c’è l’idea di ricordare, attraverso canzoni e racconti, alcune delle stragi più feroci della Resistenza, tra cui forse la più devastante. Si tratta della Benedicta, avvenuta il 7 aprile del ’44, presso Capanne di Marcarolo, nel comune di Bosio, Appennino ligure. E con essa celebrare il sacrificio di tanti giovani, senza armi, scarpe rotte e poco altro, che presero la strada dei monti, salirono lassù tra i boschi della Benedicta, dove la nebbia è più fitta – parole della canzone Sai che vai su, tratte dal romanzo Primavera di Bellezza di Beppe Fenoglio – e in tanti ci rimasero.

“Tutto nasce, grazie al nostro legame con l’Associazione Memoria della Benedicta – spiega Paolo Enrico Archetti Maestri, leader di Yo Yo Mundi, in un’intervista rilascia a Patria Indipendente – al fine di dare un risalto più ampio a questa strage così rilevante e tragica, così poco ricordata. La strage della Benedicta è sotto la nostra pelle come lo fu la vicenda della Divisione Acqui”.

Arte e manutenzione della memoria, uno dei disegni di Ivano A. Antonazzo

La citata Associazione Memoria della Benedicta, attraverso la sua pagina informativa online porta a pubblica conoscenza l’entità della perdita: “Il 7 aprile 1944 ingenti forze nazifasciste circondarono la Benedicta e le altre cascine dove erano dislocati i partigiani e colpirono duramente i giovani, spesso impossibilitati a difendersi per la mancanza di un adeguato armamento e di esperienza militare. Il rastrellamento proseguì per tutto il giorno e nella notte successiva. Molti partigiani, sfruttando la conoscenza del territorio, riuscirono a filtrare tra le maglie del rastrellamento, ma per centinaia di loro compagni non ci fu scampo. In diverse fasi i nazifascisti fucilarono 147 partigiani, altri caddero in combattimento; altri partigiani, fatti prigionieri, furono poi fucilati, il 19 maggio, al Passo del Turchino. Altri 400 partigiani furono catturati e avviati alla deportazione (quasi tutti a Mauthausen), ma 200 di loro riuscirono fortunosamente a fuggire, mentre i loro compagni lasciarono la vita nei campi di concentramento.”

Un numero di vittime impressionante, una strage di giovani senza eguali. Una vicenda emblematica che riassume in sé tutto lo strazio e l’insensatezza della guerra.

Tema caro alla band folk-rock di Acqui Terme, da sempre interessata al recupero di storie legate alla lotta partigiana nel loro territorio, con lo scopo di farne memoria, come già fu per i precedenti lavori. Dalla partecipazione all’album Materiale Resistente (1995) con la canzone I banditi della Acqui, brano da cui nascerà uno spettacolo teatrale intitolato Il Bandito della Acqui: memorie di un soldato dimenticato. Poi il concerto-evento, nel gennaio 2005 a Casale Monferrato in occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione. Uno spettacolo intitolato La Banda Tom e altre Storie Partigiane, dedicato alla banda partigiana trucidata dai nazi-fascisti il 15 gennaio del 1945, diventato l’album dal vivo Resistenza, pubblicato il 25 aprile 2005.

Qui si avvalgono dell’intervento importante di Massimo Carlotto. E della consultazione dei materiali originali, custoditi presso il Centro di documentazione Cascina Pizzo, oltre che delle testimonianze di coloro che vissero la tragedia avvenuta sull’Appennino ligure, tra Genova e Alessandria.

Un altro dei disegni di Ivano A. Antonazzo

Le atmosfere musicali create da Maurizio Camardi, poi, con i suoni antichi del duduk, strumento tradizionale armeno, insieme all’uso di sintetizzatori, flauto armonico, ukulele, tin whistle, banjio, percussioni, sax soprano e sax tenore, sono una colonna sonora senza tempo e dalla connotazione geografica vasta e variegata, per raccontare storie che si sono disseminate in tanti luoghi, ovunque ci sia e ci sia stata una dittatura, ovunque un oppressore abbia ridotto un popolo alla privazione dei diritti umani fondamentali.

Così, numerose sono le vicende messe in scena, storie vere di uomini, donne, bambini scomparsi. Attraverso la narrazione di Carlotto prendono vita come i personaggi di una Spoon River partigiana a cui lo scrittore dona voce e memoria perché possano raccontare chi erano in vita e ciò che è stato di loro.

Il primo, appena trentenne, da Genova sale sui monti nella zona del Tobbio e delle capanne di Marcarolo sull’Appennino, tra edifici diroccati e borghi disabitati. Pronto a organizzare la resistenza di un gruppo eterogeneo per cultura e fede politica, accomunato dal fatto di essere composto di giovani volenterosi, pronti a mettersi a disposizione per la medesima causa. È proprio lui a raccontare dall’interno la strage che avvenne. Di come il 6 aprile del ’44 si scatenò l’inferno, dentro la sacca senza uscite che era la zona tra la Valle Stura e la Valle Scrivia.

“All’alba del 7 aprile iniziarono ad ammazzarci – racconta – I bersaglieri ci avevano divisi a gruppi di cinque e il fattore della Benedicta annotava diligentemente i nostri nomi prima che ci spingessero lungo un sentiero che porta al torrente Gorzente. Quindici gruppi, settantacinque ragazzi. Io ero nel dodicesimo. Due palle nel petto, il colpo di grazia alla nuca sparato da un caporale dall’accento toscano. Altri ventidue giustiziati nei dintorni. Trenta catturati sul monte Figne, quaranta rastrellati tra Campo Ligure e Rossiglione. Quattordici trucidati a Passo Mezzano. Sette caduti in un’imboscata tra Cravasco e i monti di Praglia. E poi i contadini abbattuti nelle cascine. I casolari bruciati, la Benedicta demolita dall’esplosivo. Si era alla vigilia di Pasqua e il Tobbio grondava sangue.”

Così, le canzoni si intramezzano alle parole e Il silenzio che si sente, è il nulla che resta dopo il massacro: Siamo campi calpestati dagli anfibi dei soldati, qui dove non nasce più niente.

Sotterrato in una fossa comune il giovane spiega di come si continuò a fucilare partigiani fino al 19 maggio, giorno della strage del passo del Turchino, valico appenninico sito tra il comune di Masone e il comune di Mele che collega Isola d’Asti a Genova Voltri attraverso Acqui Terme, e quindi Genova con la provincia di Alessandria e con Asti.

Vi morirono in trentotto, il più giovane aveva diciassette anni, il più vecchio ventidue. Tutti di Serravalle Scrivia, tutti amici, immortalati come una classe in gita in una fotografia, con gli occhi pieni di sole e di vita. Erano i ribelli della Banda Odino. Tra di loro, Marco Guareschi, nome di battaglia Massimo. Arrivato da Genova a Montei, sulle colline di Serravalle con la famiglia, padre professore universitario, madre laureata in chimica. Quelli che non furono uccisi subito vennero rinchiusi dentro carri bestiame pronti a partire verso i campi di concentramento. In questo gruppo era Guareschi. A lui Carlotto fa dire: “Abbiamo fatto tutto il nostro dovere, il nostro onore è completamente salvo. Se volessimo potremmo anche cantare; ora facciano di noi quello che vogliono. Del resto i tedeschi stessi non hanno nascosto di avere più stima di noi che dei fascisti”. Guareschi, brigata autonoma Alessandria, studente universitario di fisica, partigiano dal 5 marzo 1944, come riporta il sito di Anpi Serravalle Scrivia, morì di stenti il 12 aprile 1945 a Mauthausen, quindici giorni prima della liberazione del campo da parte dell’esercito americano.

Uno dei disegni di Tinin Mantegazza sulla strage di Tavolicci

Un altro eccidio irrompe nella narrazione, di nuovo vittime innocenti. A Tavolicci, paese di ottanta anime, contadini, boscaioli, povera gente, vive Aldina. “Ci hanno obbligato a uscire dalle case. I dieci capifamiglia li hanno legati e raggruppati in disparte, mentre le donne, gli anziani e noi bambini siamo stati rinchiusi nella casa di Domenico Baccellini, nella stanza sopra alla stalla. Dalle finestre vedevamo i militi ammassare su un paio di carri quello che riuscivano a portare via dalle case. Poi uno di loro si è coperto il volto con un fazzoletto, è entrato nella stanza dove stavamo e ha iniziato a sparare. Sono morta così. A otto anni.”

Racconti che restituiscono verità sconcertanti. Tavolicci è la “strage più raccapricciante e numericamente più consistente della Romagna: sessantaquattro persone, di cui diciannove sotto i dieci anni, vengono trucidate dal IV Battaglione di volontari di polizia italo-tedesca” si legge sul sito dell’Istituto Storico di Forlì-Cesena. Un eccidio che è rimasto vergognosamente impunito: un luogo isolato difficilmente raggiungibile, scarsa la documentazione, la memoria tramandata con difficoltà che non raggiunse le aule di tribunale.

Alcuni partigiani della Divisione Mingo

Chi sopravvisse alla Benedicta si unì nella divisione Mingo, attiva nell’Ovadese e in altre formazioni della Val Borbera e dell’Appennino alessandrino. Poi, dappertutto, tanti giovani, sempre più numerosi scesero dai monti a liberare le città intonando canzoni. Quelle composte davanti a un fuoco, tra le macerie di un edificio diroccato, in un nascondiglio tra i boschi, da chi non era riuscito a darvi voce.

Un altro dei disegni del booklet

“Canteremo noi per voi nelle vie e nelle piazze delle nostre belle città quando le avremo liberate”, si sentiva dappertutto. Una promessa che è stata mantenuta, se ancora oggi nuove canzoni si scrivono, si incidono dischi a tema, si eseguono concerti nei teatri, nelle piazze. Nelle quindici tracce dell’album l’eccidio della Benedicta è il tassello centrale dentro un grande atlante delle stragi in cui la violenza cieca della dittatura nazifascista condusse a morte e distruzione.

“Insieme a Massimo Carlotto e Maurizio Camardi abbiamo voluto sottolineare anche l’aspetto europeo della Resistenza ancora così poco espresso nei lavori artistici dedicati alla Resistenza”, dice Archetti Maestri.

Si ricorda dunque anche la Guerra di Spagna con Viva la Quinta Brigada, traduzione del testo e musica di Christy Moore. La Quinta Brigata, ovvero El Quinto regimiento:  “compagnia di eroi, da tutto il mondo arrivò per terra e per mare una Brigata Internazionale. Per difendere il popolo spagnolo, per fermare la dittatura” al grido di No pasarán.

La strage di Tavolicci, evocata anche dai disegni dell’artista Tinin (Agostino) Mantegazza che la definisce “una storia terribile”. Quella al passo del Turchino, quella di Monte Sole.

Ma non mancano le vicende delle partigiane e dei partigiani che in vario modo diedero il loro contributo, ricostruiti attraverso le testimonianze. Come quella di Martina Scarsi, che salì alla Benedicta dopo il rastrellamento e l’esplosione per verificare cosa fosse accaduto ai giovani compagni. “Cominciammo ad alzare una di quelle sette pietre e a scoprire il volto di quei sette caduti. Il primo fu per noi sconosciuto. Il secondo anche. Finalmente con la terza pietra scoprimmo che si trattava del povero Romeo. Lo dissotterrammo. Aveva il volto intatto, pareva sereno. Spostammo poi le altre e trovammo anche Aldo Canepa. Continuammo a piangere in silenzio. Andammo al grande cascinale La Benedicta. Trovammo in terra tutto attorno, carte da gioco, spazzolini, dentifrici, ogni cosa e tanta legna bruciata”. (Isral, Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria, Carlo Gilardenghi).

Oppure evocati dalle parole di Carlotto. Tra questi, Spartaco Fontanot, nato a Monfalcone (Gorizia), emigrato in Francia dove presto abbandonò studi e lavoro per dedicarsi alla lotta agli occupanti nazisti. Membro di una cellula di partigiani, partecipò a numerose azioni, tra cui l’attacco a un deposito tedesco di Nanterre, l’assalto a una colonna di autocarri della Wehrmacht a Parigi, l’attacco di una caserma a Rueil. Collaborava con il poeta armeno Missak Manouchian, operaio alla Citroën, che aveva fondato un sindacato di lavoratori stranieri: italiani, francesi, armeni, ungheresi, polacchi, rumeni. Furono condannati a morte e fucilati tutti insieme al Fort Valerién il 21 febbraio 1944. Ai giudici che chiesero a Fontanot perché combatteva per un paese che non era il suo, rispose che la patria, per un operaio, è dove lavora.

C’è la voce della cantautrice astigiana Lalli che restituisce l’orrore, lo sguardo attonito e inerte di chi osserva e nulla può. Come gli aironi che vedono i deportati stipati nei vagoni. Anche la natura, la fauna che popola certi ecosistemi, sembra essere toccata dallo strazio degli eventi narrati.

Partigiani sempre! è anche uno spettacolo. Massimo Carlotto, voce narrante

“Lalli ha una voce da sogno, poetica, emozionante – dice Archetti Maestri – Chi meglio di lei poteva dar voce e suono a un affresco così fortemente legato alla natura? Natura e ambiente che, tra l’altro, hanno da sempre caratterizzato la nostra opera (il primo album del ’94 si intitolava La diserzione degli animali del circo, ma potremmo citare anche La solitudine dell’ape). Ultimamente, immerso nelle poesie della Szymborska o della Candiani, mi sono convinto che il dramma della nostra epoca legato ai disastri climatici sia nato proprio dalla rottura tra l’uomo e l’ambiente, dallo sfruttamento folle delle risorse, ma soprattutto dalla sottovalutazione del rapporto che ci lega profondamente al mondo animale e vegetale. La poesia che ci regala stimoli e risposte”.

C’è chi è salito sulle aride montagne cercando libertà tra rupe e rupe, frase di Dalle belle città, canto nato tra le alture liguri, inno della III Brigata garibaldina Liguria, scaturito dall’ingegno e dalla passione dei partigiani Emilio Casalini “Cini” per il testo e Luciano Rossi “Lanfranco” per la musica. Canzone di riscatto, qui riproposta in forma acustica, voce e chitarra, così come la si intonava tra i monti.

La piccola Elide, invece, danza a Monte Sole, superstite di un’altra terribile strage, la più efferata compiuta dalle SS naziste in Europa, nei territori della provincia bolognese: Monte Sole, Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, il 29 settembre 1944. Sopravvissuta in mezzo alle macerie di corpi fatti a pezzi.

Partigiani sempre è, dunque, la condizione necessaria, perché il fascismo è sempre dietro l’angolo e serve vigilare. Mantenere viva la memoria, anche cantando e suonando gli strumenti più a portata di mano:
Disse un fascista ad un ribelle, voglio il tuo cuore per farti la pelle. Ma il partigiano al fascista sicuro, prese la pelle e ci fece un tamburo. La nostra chitarra ha un dolce suono, ma per i fascisti ha un lugubre tono.

Il poeta Nino Pedretti direbbe che non sono importanti le cerimonie, ma che si deve pensare ai vivi. Perché bisogna essere partigiani sempre e ovunque, contro i fascismi, per la libertà, per i diritti, la giustizia sociale. E la memoria deve essere coltivata, nutrita, insegnata. Bisogna pensare ai vivi, che sappiano fare del nome inciso su una lapide la storia di una vita da cantare e raccontare, piena dell’orgoglio e della fierezza dei partigiani e delle partigiane che hanno combattuto, che sono morti, che sono stati imprigionati, che hanno sfilato lungo le vie delle città liberate.

Ecco che raccontare, ma soprattutto cantare sembra essere lo strumento che più di altri si presta a mantenere viva una memoria. Cantare canzoni partigiane ma anche comporne di nuove.


Paolo Enrico Archetti Maestri

“Credo che tutta la magia stia nell’incontro tra tutto ciò che è storia e memoria – dice Archetti Maestri –  come cantiamo nell’ultima canzone dell’album –  Storie e memorie che si intrecciano e ci regalano qualcosa che, fuor di retorica, possa rinnovare l’emozione rispetto a questi temi. Forse abbiamo bisogno di uscire da una narrazione spesso celebrativa, spesso simile a se stessa e talvolta retorica, che invece di coinvolgere le nuove generazioni le allontana. Così come si allontanano molti di quelli che sostengono questa nostra storia così tanto tragica, quanto meravigliosa. È la radice dell’antifascismo da proteggere, sta a noi fare di tutto per mantenerla viva e renderla sempre più luminosa. Anche scrivendo e cantando nuove storie, nuove canzoni”.

Opera complessa, Partigiani Sempre!, in cui la narrazione inchioda a un ascolto e a una partecipazione attiva, che non lascia indenni. Conduce lo spettatore a provare l’angoscia che tanti giovani patirono, ma anche ad ammirare il coraggio che ancora oggi rende le loro gesta esemplari. Alla narrazione e alle canzoni si aggiungono poi, nell’articolato booklet, fotografie d’epoca e illustrazioni. Quelle di Tinin Mantegazza e quelle di Ivano A. Antonazzo, a ricordarci, queste ultime che, perché la memoria resti vivida e continui a parlare, occorre una manutenzione costante. Perché mai si dimentichi. Che la Resistenza è il sangue che ha fecondato le nostre terre. Che attorno a questo principio le comunità devono stringersi. Oggi, ancora di più.

La storia e la memoriasorelle in altalena, con gli occhi spalancati, schiena contro schiena.

Chiara Ferrari, autrice del libro Le donne del folk. Cantare gli ultimi. Dalle battaglie di ieri a quelle di oggi, Edizioni Interno 4, 2021; coautrice del documentario Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli

 

La Buonasera – Piazza Aperta (Arts et Musique/Nota Records, 2023)

Pubblicato nell’autunno del 2022 da Arts et Musique, il progetto dei cantati e ricercatori di residenza francese, la romana Germana Mastropasqua e lo svizzero Xavier Rebut, è entrato quest’anno nel novero dell’etichetta friulana Nota Records.
Si tratta di due musicisti che hanno operato in diversi ambiti, dagli oratori al teatro, dalle formazioni polifoniche al canto folk, già membri nel Quartetto Urbano e collaboratori di Giovanna Marini, su cui Rebut, musicista, attore e didatta ha scritto in “In viaggio con Giovanna Marini”. Nel 2019 avevano pubblicato “Voix d’Italie” e nove anni prima “D’amore e d’anarchisti”, ora si ritrovano in “Piazza Aperta”. È una sorta di invito in “un sud che canta e incanta”, per reinventare e condividere un repertorio variegato composto da dieci composizioni di Rebut che, ispirate a espressioni musicali tradizionali della Penisola, ci conducono da Roma verso la Calabria e la Sardegna, e da tre brani derivati da raccolte sul campo realizzate Sicilia, Puglia e Campania. Con sobrietà emerge una creatività che sa coniugare pratica canora e presenza scenica. Quella di “Piazza Aperta” è una storia di mescolanze e di stili che assecondano un’approfondita ricerca testuale poggiata su un impianto strumentale acustico, con le voci sempre al centro dell’azione, eccetto nello strumentale finale. Accanto ai due protagonisti, ci sono Anne-Sophie Chamayou (violino e canto), Maïeul Clairefond (contrabbasso) e Sébastien Spessa (chitarra battente, chitarra folk e tammorra) con la collaborazione musicale di Davide Ambrogio. Sono voci eleganti che sanno essere naturali, popolari e di impostazione belcantistica, che animano diverse poetiche linguistiche, attingendo a temi universali: sentimenti d’amore e di perdita ma anche danno spazio a guizzi gioiosi e danzanti. Si producono in incastri polifonici delle tre voci nelle quartine dell’iniziale “Matina Rosa”, cantata in napoletano; la paletta sonora si allarga con inserimenti di corde, archi e percussioni che arricchiscono la dimensione melodica, armonica e ritmica con preludi, sequenze soliste e contrappunti. “Frisco Punente” attinge ancora alla poetica popolare partenopea, mentre “Una sola cosa” è costruita con citazioni di poesia in grecanico di Calabria. “Quanno Passo” è un adattamento in romanesco di una poesia popolare di Mormanno. Ancora di provenienza calabrese sono “Li Carciari To” e “Lo sai”. Invece, “In S’Aera” è un montaggio di poesie popolari originarie di Ittiri in Sardegna su musiche di Xavier in cui confluisce anche un tema popolare sardo. S’impone all’attenzione “A Nuciddara”, un canto tradizionale del messinese per la raccolta delle nocciole in cui le due voci sono accompagnate da linee del violino, mentre “Tarantella di Buonasera” è una bella “canzunë” garganica di Cagnano Varano su tempo di danza. Un ritmo di tammurriata s’impossessa di “Sole Sulillo”, canto di legatura del grano dell’avellinese raccolto da De Simone nel 1980, in cui le due voci, dopo la prima sezione eseguita a cappella trovano sostegno nel battito scandito dal tamburo a cornice. “Ora”, composizione di Xavier, è un altro episodio dove si apprezza le vocalità dei due artisti e si fa sentire la loro frequentazione con il magistero vocale della Marini. La penultima traccia, “Matina Rosa pe te” riprende il tema iniziale, questa volta proposto con un organico in trio (violino, chitarra battente e contrabbasso). La conclusiva “Piazza Aperta”, è uno strumentale, un’aria danzante che evoca il passaggio di una banda di paese. Con grande sensibilità, in equilibrio tra tradizione e invenzione.
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Michele Gazich e Federico Sirianni – Domani si vive e si muore

L’Italia della metà degli anni Cinquanta è una creatura mutante che s’è adattata a sopravvivere respirando la polvere delle macerie e a sentire nell’odore della cordite e del sangue secco una prova minima d’essere ancora vivi solo perché i sensi reagiscono e non giudicano più. l’Italia della metà degli anni Cinquanta ha preso la rincorsa e sta saltando il fossone dove scorre una maledetta tradizione di miseria fatta di terra da zappare e sassi da togliere dal campo e pane da portare a casa e mille figli che nascono e muoiono come fossero agnelli e conigli e carne che si mangia solo nel giorno di festa. L’Italia della metà degli anni Cinquanta è l’Italia che si piazza sui mercati internazionali con i suoi prodotti che sono competitivi perché alle fabbriche del Nord arrivano mani e braccia e sudore da tutta la penisola povera e stufa di morire, che a stufarsi di morire ci vuol poco quando la guerra è finita da poco.

L’Italia della metà degli anni Cinquanta è regina dell’economia mondiale, a dircelo oggi quasi non ci si crede, e la politica non è mai in sincrono, piuttosto si nutre della carcassa come fa ancora oggi e infatti quel guizzo di crescita potente i politici con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni lo chiamarono “Miracolo economico”. E cos’è il miracolo se non una cosa che accade oltre la spiegazione razionale, oltre la regola, in abbondanza di pani e pesci e acqua che si fa vino. Invece non c’era la meraviglia del miracolo dietro quel Boom ma mutui accesi all’esistenza e la maledizione di stringere i denti e passare dalle stagioni ai turni scanditi dalla macchina timbratrice. Siamo di certo diventati migliori con le case e le automobili e i frigoriferi e l’aspettativa di vita che s’è alzata e la scuola e le attese leggendo le riviste davanti agli ambulatori e la moda e i giovani e le casalinghe e i dischi e il quiz e sognare ancora. Sognare era davvero quello che faceva la differenza rispetto al presente (qui sotto una foto di repertorio di quel periodo). Ma abbiamo pagato un prezzo alto, troppo salato quel conto arrivato al tavolo quando ormai il miracolo era solo un corteo carnascialesco in cui si ritualizza la vita e si gestisce la colpa collettiva.

Ecco, in quell’aria di miracoli si muovevano giovanissimi a Torino dei personaggi che non sapevano stare nei panni loro, che sentivano un’inquietudine che era un topo che non smetteva di corrergli lungo la spina o un tarlo. Già, un tarlo. Avevano l’urgenza di trovare un linguaggio perché la convivenza con quello che già c’era non era stata felice e li avevano allontanati dall’associazionismo, dagli oratori, dalle congreghe, dalle redazioni dei giornaletti all’ombra delle curie: forse la risposta era già nel vento e l’aria si sentiva fresca addosso ad averci vent’anni e a camminare a primavera sotto i portici torinesi, quasi a scordarsi la madre di tutte le fabbriche che aveva dato un colore diverso da sempre all’alba e aveva piazzato una madonnina da venerare sopra al Monte dei Cappuccini perché il capitalismo è la religione più pregata al mondo. E in quell’urgenza di trovare linguaggi e parole nascono i Cantacronache, i padri certi della canzone d’autore in Italia, della canzone che veicola appoggiati agli accordi contenuti e storie. In ordine forse di apparizione e dimenticando senza colpa qualcuno arrivano Sergio Liberovici e Michele Straniero, Fausto Amodei e Margot, e poi ancora Emilio Jona, Italo Calvino, Gianni Rodari, Umberto Eco, Gianni De Maria. Vogliono fare canzoni che non siano la paccottiglia di consumo, all’epoca di dischi se ne vendevano a camionate perché non c’era la concorrenza di altri media che non fosse la carta stampata. Certo, c’erano la radio e la televisione e il cinema ma il disco te lo sentivi quando volevi tu e te lo portavi in giro con il mangiadischi e creavi una tua comunità di ascoltatori presi dalla santeria del consumo e pronti a dondolare le teste a tempo sentendo l’ultimo successo sanremese.

Fanno i loro dischi quelli dei Cantacronache, e i libri e gli spettacoli e sono una pentola di idee e contenuti che ancora sobbolle. Non hanno mai avuto in sorte d’essere conosciuti a quella figura mitica della narrazione dei pubblicitari ed affini che passa sotto la dicitura “il grande pubblico” e che vuol dire soldi. Non stanno nella memoria condivisa di questo Paese ed è un oltraggio alla storia e alla cultura. Emilio Jona ancora scrive e lucidamente si misura con il mondo oggi, Fausto Amodei non smette di mettere in musica e guardare con l’occhio suo disincantato in cui il sorriso taglia come lama di falcetto. E poi ci sono gli altri, che sono andati avanti, come c’era Michele Straniero. Un’anima irrequieta e mai placata la sua, così la immagini passando dai libri agli articoli di giornale e ancora dalle canzoni agli spettacoli teatrali. Con quel misurarsi costante, già nei titoli di tutti i suoi dischi, con la religione e la religiosità, con dio e con la natura umana e carnale delle cose. Michele Straniero muore in esordio di millennio, dopo essere stato investito su un viale torinese. Lascia un patrimonio ciclopico di cose scritte e anche solo immaginate. Lo lascia come hanno lasciato tutto i Cantacronache, che ancora aspettano che i loro archivi trovino una degna collocazione oltre gli scatoloni ammassati nelle stanze chiuse di qualche istituzione. E poi lascia un archivio domestico fatto di appunti e diari e pagine in cui annota le sue passeggiate. E poesie scritte in foglietti sparsi, che lui, Michele, era prima di tutto un poeta. Il nipote Giovanni Straniero custodisce quelle memorie per anni e un giorno si decide a proporle a Michele Gazich e Federico Sirianni (in alto in una foto di Flavio Dal Molin), due figli di quella razza spuria generata proprio dai Cantacronache, due portatori sani di musica e parole in forma di magia.

Nasce così Domani si vive e si muore, un disco in cui le poesie inedite di Straniero trovano nuova forza in guisa di canzoni. Gazich e Sirianni sono entrati in punta di piedi in quelle stanze dove si respira appunto una certa sospensione, un’inquietudine che si muove tra la timidezza delle emozioni espresse e la necessaria veemenza della passione civile. Tornano tutti i temi di Straniero in questo disco e vengono ridisegnati e cambiano casa e se, come scrive Borges, un romanzo diventa altro a ogni lettura, ora questo disco è perfettamente Michele Straniero e altro. E ci cantano in tanti e con diritto d’esserci in questo disco. In ordine alfabetico ci sono Fausto Amodei, Gualtiero Bertelli, Maurizio Bettelli, Andrea Del Favero, Giovanna Famulari, Marco Tibu” Lamberti, Alessio Lega, Paolo Lucà, Giovanna Marini, Gian Gilberto Monti, Moni Ovadia, Giovanni Straniero.

Un disco delicato, fatto di rispetto e condivisione, suonato e cantato come si deve e come ci piace. E poi le voci di Michele e Federico che sono trama e ordito di un racconto delicato, sempre in punta di piedi, sempre ospiti di parole d’altri ma pronti a dar misura della propria forza valorizzatrice. Un lavoro pazzesco, (forse) inutile per questo tempo che consuma tutto in fretta, un lavoro di anima e voce. Tre voci a ben guardare, due dei protagonisti di questa avventura e la terza il violino, anche lui canta e anche lui prende i versi e li impasta all’emozione. Ad aprire e chiudere due brani originali scritti da Gazich e Sirianni con la forza compendiaria di mettere in due canzoni tutte le emozioni che misurarsi con quella figura gigantesca comporta. E lo vedi Michele Straniero, lo vedi proprio muoversi tra i viali nella città che produce e consuma, soprattutto le vite consuma.  L’etichetta è ‘Nota’ di Valter Colle, un antropologo, un editore, un cuoco che sa tenere insieme le anime sfuggenti di mille narratori con una pentola piena di gnocchi e una bottiglia di vino. C’è solo una cosa migliore di questo disco ed è il clima in cui è stato realizzato. Un disco che regala la certezza e di questi tempi non è poco perché “domani si vive e si muore”.

Michele Gazich | Federico Sirianni – Domani si vive e si muore (Nota, 2023)

Dai Cantacronache alla “Danzacronaca”: otto inediti di Michele L. Straniero, e non
solo
Qualche tempo fa, Giovanni, nipote di Michele L. Straniero, ha pensato di condividere testi e poesie inedite dello zio con Michele Gazich e Federico Sirianni. A questo felice incontro hanno fatto sponda le edizioni Nota pubblicando il 29 settembre un album e una serie di scritti che riannodano il filo della storia riportando l’attenzione sul ruolo dei Cantacronache. Il nuovo album integra quel lavoro cantautoriale attento alla giustizia sociale con versi che attingono ai sentimenti più intimi, con registri sia ironici, sia commoventi. Federico Sirianni ha già realizzato cinque album: l’ultimo, “Maqroll”, era nella cinquina finalista alla Targa Tenco 2022 nella categoria “Miglior album in assoluto dell’anno”.  Michele Gazich di album ne ha registrati una cinquantina, undici a suo nome, ultimo in ordine di tempo “Argon”. Per Gazich questo nuovo lavoro è anche un modo di “tornare” a Torino, la città in cui ha vissuto per alcuni anni frequentando il FolkClub.  Ad unirli è, fra l’altro, una delicata capacità nel tenere in bilico le parti cantate e con personali forme di “recitar cantando”, nei concerti, certo, ma anche nei dischi. Un’attenzione per le diverse forme della parola che in questa occasione rendono indispensabile e ricca di sollecitazioni una doppia intervista.
Quando e come avete incontrato e poi approfondito il lavoro di Michele Straniero e dei Cantacronache?

Federico Sirianni – Quando, ancora studente di Lettere a Genova, conobbi Andrea Liberovici, figlio di Sergio Liberovici che con Michele Straniero diede vita ai Cantacronache e di Margot Galante Garrone, anch’essa protagonista di quella straordinaria storia. E poi, quando mi sono trasferito a Torino, era impossibile non confrontarsi con quel modo che precorse la grande epoca della canzone d’autore contemporanea italiana.

Michele Gazich – Nell’estate del 1990 da Brescia, dove ero nato, mi trasferii a Torino: ci sarei rimasto fino al 1997. Avevo 21 anni, mi ero iscritto a Lettere Classiche e volevo terminare gli studi al Conservatorio con un maestro che sapevo che mi avrebbe insegnato a suonare un po’ più dignitosamente di quelli che mi avevano istruito fino ad allora. In breve, tuttavia, io, che allora ero decisamente un ragazzo di provincia, fui inghiottito dalla vita culturale e dai locali della città. Ogni sera suonavo da qualche parte, ero affamato di musica, di poesia, di incontri e sempre assetato di vino… Musica e poesia mi pareva che fiorissero ovunque, che spuntassero in qualunque strada o piola (“osteria”, in piemontese. N.d.A.) nella Torino di allora! Presi coscienza del FolkClub, fondato due anni prima dal musicologo Franco Lucà e da Michele Straniero: ho vaghi ricordi di avere incrociato Michele Straniero, a distanza. Certamente pochi anni dopo, a ridosso della sua scomparsa, avviai una frequentazione costante con il nipote Giovanni che, formato dall’illustre zio, mi istruì su ogni cosa che ancora non sapevo. Già allora, ricordo, mi mostrò gli scritti di Michele Straniero che lui conservava…
Cos’hai imparato da quelle canzoni del 1958-1962?
Michele Gazich – A dire la verità, in musica e parole. Non avrei mai scritto una canzone come Guerra Civile (“Dio sopravvive nei dettagli / Nelle crepe dei centri commerciali”) se non avessi incontrato i Cantacronache e, in particolare, Michele Straniero, che sapeva piegare l’immaginario religioso, di cui ogni italiano – anche suo malgrado – è intriso, ad un messaggio squisitamente politico.

In che modo dialogano le canzoni e le poesie di Michele Straniero?
Federico Sirianni – La canzone e la poesia sono forme di scrittura diverse anche se la canzone può contenere poesia e la poesia essere molto musicale. Alcuni dei testi di Straniero che abbiamo affrontato non sembravano essere stati scritti per farne canzoni, altri sì. Sui primi è stato dunque necessario metterci un po’ le mani per adattarli alla forma canzone.
Volete raccontarci la collaborazione con Giovanni Straniero, con l’archivio personale di Michele Straniero e l’incontro fra voi? 
Michele Gazich – Giovanni, come raccontavo sopra, è un caro amico da decenni. Da tempo mi aveva mostrato il materiale dell’archivio dello zio e mi aveva proposto di musicare qualcosa di questi testi. Ma io ho esitato a lungo. Avevo una sorta di timore reverenziale nei confronti di Michele Straniero… Poi è entrato in scena Federico che ha subito affrontato con estrema efficacia alcuni di questi testi. Ciò mi è stato di sprone, mi sono detto: “Allora ce la posso fare anch’io!” E così è stato… Con Federico abbiamo lavorato in totale armonia, come non mi era mai avvenuto in tanti anni di carriera e con tante collaborazioni alle spalle. Ognuno è intervenuto nel lavoro dell’altro con semplicità e con la gioia – perché tale è stata – di lavorare insieme. Gioia che abbiamo portato in studio di registrazione, dove abbiamo registrato con divertimento e concentrazione (non avrei mai pensato di mettere queste due parole assieme…) con il grande tecnico del suono Fabrizio “Cit” Chiapello presso gli studi Transeuropa e con il mio storico collaboratore Marco “Tibu” Lamberti (suoniamo assieme dal lontano 2006).
Federico Sirianni – Anche per me l’incontro con Michele è stato illuminante e credo e spero si possano trovare in futuro altre forme di collaborazione perché insieme abbiamo lavorato davvero in grande armonia. E non era scontato.
Perché per l’album avete scelto proprio quegli otto testi inediti e in che misura sono rappresentativi delle poesie di Michele Straniero?
Federico Sirianni – Sono quelli che, nel materiale fornitoci da Giovanni, ci hanno colpito maggiormente e, allo stesso tempo, potevano dare una sorta di unità concettuale al disco: è un Michele Straniero più personale che politico, che dichiara apertamente il suo malessere in un mondo e in una società nella quale fa fatica a vivere.
Che rapporto ha la vostra forma canzone con quella dei Cantacronache?
Federico Sirianni – In queste canzoni abbiamo lavorato su due piani: sentirci liberi di trasferire le nostre personali esperienze musicali senza dunque seguire pedissequamente la modalità “Cantacronache”, ma aderire a quel mondo rimanendo, a livello di arrangiamenti, estremamente essenziali e acustici.
Potete raccontarci la genesi del brano che apre il disco “Ho incontrato Michele Straniero” e “Danzacronaca”?
Michele Gazich – L’intento dei due brani cornice è innanzitutto, per così dire, didattico. “Ho incontrato Michele Straniero” a livello testuale è una porta spalancata per entrare nel mondo di Straniero. Il testo è spiritosamente costruito grazie ad una costellazione di citazioni da canzoni di Michele. Per chi le conosce, è una strizzata d’occhio continua… chi non le conosce magari sarà portato ad ascoltare capolavori come “La Madonna della Fiat”, “Adeadato”, “L’Intellettuale”.
“Danzacronaca” fin dal titolo spinge ad avvicinare il mondo dei “Cantacronache”: è una sorta di danza macabra in cui intellettuali, scrittori, cantautori danzano nell’aldilà con il loro amico Straniero. Umberto Eco, Danilo Dolci, Italo Calvino, Fabrizi De André, Giorgio Gaber, Franco Lucà: tutti sono rappresentati con pochi tratti attraverso una quartina di versi. Questa gran parata conclusiva è stata anche l’occasione per far cantare per noi amici come Giovanna Famulari, Alessio Lega, Giangilberto Monti e Paolo Lucà.
Come sono nate le collaborazioni per le canzoni del vostro disco? Ce le volete raccontare?
Michele Gazich – Con totale spontaneità. Sono (quasi) tutte persone che hanno avuto davvero a che fare con Straniero. Michele ha avuto un ruolo nella loro vita e carriera. Ci tenevano ad esserci, non è stato necessario supplicarli e così, quasi per miracolo, dall’oggi al domani ci siamo trovati nel disco ospiti come Moni Ovadia, Gualtiero Bertelli, Giovanna Marini, Fausto Amodei, ma anche Giovanna Famulari, Maurizio Bettelli, Andrea Del Favero, Alessio Lega, Giangilberto Monti e Paolo Lucà. Inoltre, sono tutti amici personali di Giovanni, Federico o miei, da anni. Gualtiero, per esempio, ha collaborato ad altri miei dischi ed io ai suoi (proprio un anno fa Bertelli e Bettelli furono ospiti del concerto di Gazich e Lamberti al Ghetto di Venezia ndr); con Moni sarò in tour il prossimo novembre e così via.
Federico Sirianni – C’è stato molto entusiasmo da parte di tutti gli ospiti intervenuti, segno di un grande rispetto per l’opera di Michele Straniero. Alessio Lega è un eccellente studioso dell’opera dei Cantacronache e Giangilberto Monti ha conosciuto Gaber proprio grazie all’intercessione di Straniero, con cui si frequentava a Milano.
Come e dove porterete in concerto questo lavoro?
Federico Sirianni – Spero in più luoghi possibile. Straniero è un “totem” fra gli addetti ai lavori della musica folk e d’autore, ma poco conosciuto dalla massa. Sappiamo benissimo che si tratta di un progetto di nicchia, ma le canzoni sono molto belle e i testi, nonostante siano scritti nella prima metà degli anni Sessanta, risultano di un’attualità straordinaria. Speriamo che questo nostro lavoro, che abbiamo affrontato con grande cura e rispetto, possa portare un pizzico di divulgazione in più dell’opera di Michele Straniero.
Se oggi potessi rivolgere una domanda a Michele Straniero, cosa gli chiederesti?
Federico Sirianni – Sarebbero molte per cui gli chiederei di cenare insieme al ristorante cinese, che lui amava molto e, davanti a degli ottimi ravioli alla griglia e a un paio di birre Tsing-Lao, più che altro lo ascolterei.

Volete raccontarci anche gli altri tuoi progetti e collaborazioni musicali presenti e futuri?

Michele Gazich – C’è soprattutto un progetto a cui tengo molto: dal 2008 lavoro ad un insieme di testi e musiche denominato “La Gerusalemme Interiore – Una Cantata Ebraica”. Come Giona, Fuoco nero su Fuoco bianco, Il latte nero dell’alba, Dia de Shabat, Maltamé: sono alcune delle tante canzoni che ho scritto nel corso del tempo strettamente legate a tematiche ebraiche. Altre ne ho scritte di recente e sono totalmente inedite. Costituiscono, nel loro complesso, un corpus di più di trenta composizioni in parole e musica. Cantata Ebraica: accostamento inedito di nome e aggettivo, callida iunctura! Quando si pensa alla cantata viene in mente innanzitutto Bach, che ne scrisse più di cento e meravigliose, in larga prevalenza di argomento sacro. Ho pensato di far indossare alle mie canzoni i vestiti delle cantate bachiane: si ascolteranno infatti voci soliste, duetti, armonizzazioni corali, recitativi. Ho voluto ebraicizzare un genere cristiano, protestante. Ne restano le caratteristiche formali, ma i contenuti sono anche, e talora squisitamente, ebraici. La mia Cantata si muove dunque su di un crinale ebraico-cristiano.
Nel corso del 2023 ci sono state delle anteprime di questo materiale: a Venezia in occasione del Giorno della Memoria e presso la sede di Civiltà Cattolica a Roma lo scorso aprile. La Cantata sarà presentata nella sua forma integrale per la prima volta a Bergamo nell’ambito del Festival “Molte Fedi Sotto Lo Stesso Cielo” il prossimo 4 dicembre, a Torino al FolkClub il 27 gennaio e presso l’Università di Gerusalemme a fine giugno 2024.
Federico Sirianni – Attualmente porto in giro uno spettacolo dedicato a Giorgio Gaber insieme ai musicisti storici di Gaber, Gianni Martini e Claudio de Mattei, con il patrocinio della Fondazione Gaber. E poi il lavoro di scrittura sui testi di Straniero mi ha aperto dei canali e ho ripreso a scrivere anche canzoni mie, per cui è possibile che in tempi non lontanissimi, possa uscire un mio nuovo album.
Michele Gazich | Federico Sirianni – Domani si vive e si muore (Nota, 2023) 

Dalla foto in bianco e nero della copertina, con un basco d’altri tempi, Michele Straniero ti guarda dritto negli occhi, mentre si aggiusta gli occhiali: ascoltato l’album, questo gesto appare un invito a saper affinare lo sguardo pur rimanendo nel comune campo di osservazione. Ad introdurre il lavoro, nel libretto, sono quattro testi puntuali “Ma cosa vuoi che sia una canzone?” di Fausto Pellegrini (“Canzoni diverse”) su canzoni con una dignità artistica legata alla rappresentazione della vita quotidiana; di Giovanni Straniero (“Abbeverarsi alla fonte”) che ricorda come Michele Straniero cominciò a scrivere prima poesie e poi testi per canzoni e come scrivesse in qualunque posto e in qualsiasi momento, su un’agenda telefonica o sui fazzolettini di carta; di  Michele Gazich (“Abbeverarsi alla fonte”) e Federico Sirianni (“La fatica e il pericolo”). Se, oltre sessant’anni fa, i testi e le musiche dei Cantacronache hanno saputo richiamare l’attenzione di chi compone canzoni sulle emergenze sociali e sui rapporti di potere, leggere ora i versi di Michele Straniero diventa un’occasione per ascoltarne la dimensione più intima e affettiva là dove da forma al linguaggio delle emozioni intrecciando le “cronache” politica di allora (che non hanno smesso di parlare all’oggi). È il caso della strofa della quarta canzone in cui “il poeta raccoglie i gatti e la luna / Ti cambia la frase e l’idea / Ti dice ‘sei solo un gatto randagio’ / E la paura va via”. Non è marginale, nell’esplicitare i rapporti fra personale e politico, fare i conti con la paura e scovare lo sguardo e il linguaggio capace di esorcizzarla, perlomeno quando si ha la consapevolezza del legame che unisce potere, controllo e paura. E’ significativo il titolo di quest’album, verso della poesia omonima che, dopo aver cantato la condizione randagia, esplicita “E non ho paura di sapere che / Domani si vive e si muore”. Registrato da Fabrizio “Cit” Chiapello nello studio Transeuropa Recording di Torino, l’album coinvolge Marco “Tibu” Lamberti (basso, chitarra, banjo) in sei brani e vede ospiti Fausto Amodei, Gualtiero Bertelli, Maurizio Bettelli, Andrea Del Favero, Giovanna Famulari, Alessio Lega, Paolo Lucà, Giovanna Marini, Giangilberto Monti, Moni Ovadia.  Fra i testi inediti di Michele L. Straniero, Gazich e Sirianni ne hanno selezionato otto che ci restituiscono in forma di canzoni, ognuna con una propria specifica qualità affettiva, un ventaglio di timbri diversi. Le note del bel libretto di 34 pagine che accompagna il cd, oltre che per le musiche, riportano i loro nomi anche per i testi, indicazione di un intervento, per quanto contenuto, di aggiustamento dei versi alle metriche di canzoni che si muovono liberamente rispetto ai tratti musicali che caratterizzavano i Cantacronache. La seconda canzone, “Lettera ai genitori”, affila subito la lama introspettiva: “Io non ci riesco a fare felici quelli che amo”. Se questa triste ammissione viene inizialmente accolta dalla cornice tersa del dialogo voce-chitarra acustica, uno dei fili rossi dell’album, la paletta sonora a disposizione sa far esploderne tutto il tragico portato, in particolare col piano elettrico Rhodes e il basso elettrico a sostenere l’urlo di dolore che intreccia voce e violino. L’archetto diventa protagonista nei due brani successivi, lirico controcanto a “Le case, le strade, la gente” che con la voce di Moni Ovadia ci ricorda che “il viaggio non è terminato”. Poi, a metà album, ecco un esplicito, ben pennellato rimando ai Cantacronache con Giovanna Marini al canto, Maurizio Bettelli all’armonica a bocca e Andrea Del Favero all’organetto che danno corpo a “Da un cielo umano” in cui “la colomba della pace / ripassi un giorno o l’altro da queste parti” sperando che nel frattempo “le poche verità non vadano perdute / in un incendio doloso”. Prima di avviarsi alla conclusione, “Il corridoio del Nautilus” sottrae la chitarra al ventaglio dei timbri per impastare in un unico tronco sonoro viola, violino e pianoforte acustico con le voci di Gazich e Sirianni per esplorare con dolore e tenerezza la “mossa complicata / quella d’essere qui”. La canzone che apre e quella che chiude l’album sono state scritte da Gazich e Sirianni stabilendo un legame tra la dimensione esplicitamente politica e quella più intima e affettiva che attraversa le poesie inedite Michele Straniero. “Ho incontrato Michele Straniero” è l’occasione per ascoltare la voce (parlata) di Giovanni Straniero che ci offre un toccante incipit: “Sono di questi posti / Ma nessuno mi crede”. La canzone sembra restituire il profondo processo di trasformazione offerto a Gazich e Sirianni dal lavoro sui testi di Michele Straniero, ma il dialogo che da forma ai versi non è riferito ai due autori. Ospite al canto e protagonista della canzone è Gualtiero Bertelli cui Michele Straniero rivolge un esplicito invito a percorrere da cantastorie una strada “ancora lunga” per realizzare il desiderio di vedere “l’Italia libera dai fascisti”. A chiudere l’album, dopo la bellissima ed essenziale “L’amore è sempre il punto”, è “Danzacronaca”: una energetica danza macabra che immagina una compagnia di amici – Umberto Eco, Danilo Dolci, Italo Calvino, Fabrizio De André, Giorgio Gaber e Franco Lucà – ad accogliere nell’aldilà Michele Straniero.

Gazich: “Con Michele Straniero mi abbevero alla fonte del cantautorato”

da Giornale di Brescia del 17/09/2023

Yo Yo Mundi, Massimo Carlotto, Maurizio Camardi: Partigiani Sempre!

Partigiani Sempre! racconta delle stragi ad opera dei fascisti come quella di Tavolicci, in provincia di Forlì, avvenuta il 22 Luglio 1944 dove vennero uccisi 64 abitanti tra cui molti bambini, e quella a cui gli Yo Yo Mundi hanno dedicato questo disco, il massacro della Benedicta, sull’Appennino Ligure a 20 Km da Alessandria, in cui la Guardia Nazionale il 7 Aprile del 1944 sterminò 75 partigiani, ma ne morirono altrettanti nei giorni successivi.

Questo progetto nasce dall’idea di Paolo Enrico Archetti Maestri, che con gli Yo Yo Mundi ha coinvolto lo scrittore Massimo Carlotto e il sassofonista Maurizio Camardi in questo disco-racconto e conseguente spettacolo teatrale. Una dietro l’altra ci sono racconti, citazioni, canzoni inedite che riportano alla memoria il sacrificio di uomini disposti a morire per la libertà.

E’ un album dove è presente la voce di Carlotto che si destreggia in una narrazione giocata sui pensieri delle stesse anime cadute quando ricordano la tensione a Genova, la fuga sugli Appennini, la sopravvivenza, i rastrellamenti, i racconti sentiti da altri morti sul campo, ma anche quel sentimento comune di Resistenza che non sarebbe mai stato soffocato del tutto.

Gli Yo Yo Mundi hanno prodotto una ventina di lavori tra dischi e opere teatrali, mentre Masismo Carlotto è giornalista, saggista e uno dei più noti scrittori noir del nostro Paese. Alcuni suoi romanzi sono stati trasposti al cinema, come il famoso “Arrivederci amore, ciao” che ha ricevuto nomination per il David Donatello e Nastro d’Argento, mentre l’attore principale, Alessio Boni, ha vinto il Globo d’Oro. Maurizio Camardi ha collaborato con Cochi e Renato, Ricky Gianco, Robert Wyatt e qui, oltre ad arrangiare i diversi brani, compone lo strumentale En fuyant la lumière du jour.

Insieme hanno dato vita a un viaggio nella memoria nel pregevole libretto illustrato da Ivano A. Antonazzo realizzato con la ricerca, dolorosa, di tutti quegli elementi che compongono il contenuto di quest’opera scritta con Massimo Carlotto e alcuni inediti degli Yo Yo Mundi, con Lalli che canta su Aironi. “Resistere e lottare, costruire immaginare”.

“La ballata del carcere di Reading”, Umberto Orsini incanta Tindari

di Tosi Siragusa – tempostretto.it

Nella serata dell ’8 luglio al Teatro antico di Tindari si è inaugurata nel sito archeologico greco la Rassegna 2023 del Festival “Tradizioni “ come meglio non si sarebbe potuto: un eccelso Umberto Orsini ha portato in scena, con la regia di Elio De Capitani, il meraviglioso testo di Oscar Wilde – composto dopo i due anni pesantissimi di condanna ai lavori forzati per omosessualità, intercorsa nel 1895, nel carcere di Reading, nel Berkshire – con una superba Francesca Breschi, allieva della bravissima Giovanna Marini, che ha degnamente sostituito la sua mentore nella esecuzione canora del testo in inglese, cinque originali ballate mariniane.

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Renato Morelli – Voci del sacro / Dame, rondini, amanti, guerrieri

di Ciro De Rosa – Blogfoolk.com
Renato Morelli (Trento, 1950), straordinaria figura di etnomusicologo, regista, musicista e accademico (www.renatomorelli.it) che ha raccolto numerosi riconoscimenti e premi, ci consegna il volume bilingue (italiano e
inglese) “Voci del sacro”, accompagnato dall’omonimo film in formato DVD, che porta come sottotitolo “Due generazioni di canto a cuncordu alla settimana santa di Cuglieri”. Il lavoro offre un’analisi diacronica di una delle manifestazioni più rappresentative della musicalità della Sardegna, la polifonia accordale religiosa confraternale denominata ‘cantu a cuncordu’, che a Cuglieri, nel Montiferru (parte centro-occidentale dell’isola), è eseguita nei tre giorni più intensi della settimana santa, quando il cuncordu (il coro), formato da quattro cantori specializzati, esegue il “Miserere” (salmo 50) e lo “Stabat Mater” in latino.

Massimo Carlotto, Maurizio Camardi, Yo Yo Mundi – Partigiani sempre!

Dopo l’ottimo “Resistenza”, pubblicato nel 2005, gli Yo Yo Mundi in piena pandemia hanno iniziato a costruire “Partigiani sempre”, partendo da quella che è considerata la più grande strage di partigiani nella resistenza italiana, avvenuta alla Benedicta (in provincia di Alessandria) il 7 aprile del 1944, dove i i nazifascisti eliminarono circa 154 partigiani e il successivo 19 maggio al Passo del Turchino ne furono catturati altri 400 e avviati alla deportazione, fortunatamente circa 200 riuscirono a fuggire. Lo Spettacolo nasce da un testo di Massimo Carlotto, con le musiche e le canzoni di Yo Yo Mundi (Paolo Enrico Archetti Maestri alla voce e chitarre, Andrea Cavalieri al basso elettrico, ukulele, clarinetto, chitarra e voce, Eugenio Merico alla batteria, Dario Mecca Aleina ai suoni e sintetizzatori) e Maurizio Camardi (Sassofoni, duduk, tin whistle), la regia di Velia Mantegazza. Il lavoro, prodotto da Valter Colle, con la produzione artistica di Paolo Enrico Archetti Maestri e Dario Mecca Aleina, contiene un corposo libretto di cinquanta pagine con cover e illustrazioni di Ivano A. Antonazzo, uno scritto inedito di Massimo Carlotto e il racconto Tavolicci di una storia terribile – la strage avvenuta in Romagna, dove vennero trucidate 64 persone, di cui 19 sotto i 10 anni, dal IV Battaglione di volontari di polizia italo-tedesca – con le tavole illustrate da Tinin Mantegazza. La narrazione di Carlotto inizia con “è sempre 25 aprile” con suoni soffusi di duduk ed elettronica che ci portano a “Il silenzio che si sente” (“Siamo il tempo malato che contagia il mondo, il tempo avvelenato che uccide il mondo, siamo i lampi che illuminano le anime innocenti, siamo l’eco di queste montagne”), brano molto orecchiabile con la voce di Archetti Maestri che si intreccia con quelle di Chiara Giacobbe e Daniela Tusa, sopra un tappetto di chitarra acustica, sax e sintetizzatori. “Krak Karmir” è un intervento parlato che anticipa “Viva la Quinta Brigada” (“Sanguinavano anche gli Ulivi, la battaglia incendiava Madrid, verità contro la forza del male, fratellanza contro l’odio che sale”) scritta da Christy Moore e proposta in una veste “irish” con tin whistle, banjo e ukulele. “6 aprile 44” lascia spazio alle intense voci di Lalli e Archetti in “Aironi” (“Vedono i deportati stipati nei vagoni, stanno in bilico sulla fune, le colombe, danno l’olio alle ali, il la alle trombe”), cullate dall’arpeggio di chitarra elettrica, synth e sax. Il sottofondo cupo di “C’è una foto che continuo a guardare” ci guida verso “Sei che vai su” (Nei boschi della Benedicta) dove la solida ritmica e le pennellate del sax sottolineano le significative parole (“Sei nel solco di un libro ad ogni pagina il testo sbiadito, scolpito sulla tua schiena, nel soffio che ti solleva ed agita appena le chiome dei fogli, sei la parte che ti scegli”). “Dalle belle città” è un breve frammento narrativo con l’accenno all’omonima canzone, nota anche con il titolo “I ribelli della montagna”, invece “Missak Manouchian” è uno strumentale firmato da Camardi con arpeggio di chitarra acustica, sax e percussioni. Delicata e toccante “Elide” (Girotondo a Montesole) con i ricami di chitarra classica, flauto armonico, elettronica e sax (“Ecco il vuoto di sangue e di braccia, di tradimenti, d’ombre tagliate, c’è il mondo perduto, che stava esplodendo, pioggia di piume, ali spezzate, Elide ascolta, non hai colpa alcuna, nell’onda di carne, sei rimasta viva”), basso, batteria, chitarra elettrica accompagnano il sax tenore nello strumentale “En fuyant la lumière du jour” (sempre scritto da Camardi). Cruda, sarcastica e macchiata di elettrico, con l’intervento vocale di Alice Cavalieri è “Partigiani sempre” (“Disse un paesano ad un maiale: Che guaio sti fasci m’han preso il pollaio ed il maiale rispose al padrone: Pensa che a me, m’han rubato anche il nome”). L’ultimo frammento narrativo, “Nino Pedretti”, ci porta al finale vitale e trascinante con “La storia e la memoria” (“La storia e la memoria si intrecciano le dita, gli sguardi naufragati nei nostri sogni appena nati, prendere o lasciare, mai dimenticare, resistere e lottare, costruire immaginare”). Ancora una volta la band piemontese lascia il segno con un lavoro di forte impegno civile, che da sempre contraddistingue il loro cammino. Si sente la cura nella ricerca storica e in quella musicale, dove ogni brano viene valorizzato al meglio. La scrittura poetica è sempre ispirata e in vari passaggi per l’ascoltatore non sarà facile trattenere la commozione. Visti i tempi barbari, sempre più neri, opere come queste risultano quanto mai attuali e necessarie, perché come direbbero i fratelli maggiori dei Gang: Ma il sangue nostro versato, è quello che inizia la terra, nell’ora della promessa, ora e sempre Resistenza.

DAME, RONDINI, AMANTI, GUERRIERI – Renato Morelli

La ballata e il canto epico-lirico narrativo in Trentino

Associazione Il Cantastorie on line

Emilio Jona, studioso di cultura popolare, coautore del primo studio completo sulla canzone popolare piemontese, da profondo conoscitore, nella prefazione di quest’opera, chiarisce gli scopi, i metodi, i motivi della persistenza della ballata epico lirica in Europa, in Italia e in Trentino.  Questo volume contiene testimonianze e documenti di grande importanza che vanno ad integrare quel patrimonio di musica popolare che in trentino altrimenti si sarebbe estinto. La ballata, o canto epico-lirico narrativo, rappresenta il repertorio più antico del patrimonio etnofonico trentino, italiano ed europeo. Il lavoro di Renato Morelli costituisce il primo contributo sull’argomento, presentando il corpus trentino più completo, a partire dalle prime fonti a stampa ottocentesche, fino alla documentazione sonora della tradizione orale contemporanea, in linea con i parametri più aggiornati della moderna ricerca etnomusicologica. Il saggio si divide in tre parti principali più una quarta con bibliografia, discografia, filmografia.

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