Giuliana Fugazzotto, Fronne americane, I canti a fronne ‘e limone della tradizione campana nella produzione discografica etnica americana (1909-1930)

di Francesco Tommasino – blogfoolk.com

 

Il libro che andiamo a commentare è un interessante volume dal titolo “Fronne americane. I canti a fronne ‘e limone della tradizione campana nella produzione discografica etnica americana (1909-1930)” scritto da Giuliana Fugazzotto, etnomusicologa, dottoressa di ricerca in “Studi audiovisivi: cinema, musica e comunicazione”, docente di Informatica musicale e di Etnomusicologia presso le Università degli Studi di Bologna (DAMS) e di Udine-Gorizia, nonché presidente della SOFOS, Società italiana degli studi sulla fonoriproduzione storica. L’obiettivo del testo è porre l’attenzione su alcune incisioni di cosiddetti canti “a fronne ‘e limone” realizzate in America nei primi decenni del ‘900. Ma prima bisogna comprendere il contesto storico su cui si basa il libro. Convenzionalmente, nel 1880, con il brano “Funiculì Funiculà” (Luigi Denza – Giuseppe Turco), nasce la canzone napoletana definita “classica”, quindi caratterizzata dalla struttura con strofa e ritornello e legata alle logiche di mercato dell’industria discografica. Le nuove canzoni si diffonderanno così con il proliferare delle riviste musicali, dei festival, come quello di Piedigrotta, fino a superare i confini nazionali e arrivare perfino in America. Ecco che entrano in gioco le grandi case discografiche americane, come la Columbia e la Victor, che scoprono il business del mercato “etnico” e nel 1908 iniziano a dar vita a un’apposita produzione musicale con tanto di specifici cataloghi nelle lingue delle diverse comunità di immigrati: i dischi della serie E (ethnic). Negli anni di maggiore produzione del repertorio etnico, 1918-1928 circa, le incisioni si dividono in musica strumentale e repertorio vocale. I testi sono composti soprattutto in napoletano e in siciliano e, secondo la logica del mercato discografico di allora, un brano vocale è più richiesto e vendibile se accompagnato da strumenti. Ma è proprio qui che inizia l’argomento d’interesse di Giuliana Fugazzotto: tra tutte le incisioni della produzione americana si può notare la sopravvivenza di alcune forme vocali della tradizione campana, cioè i canti a fronne ‘e limone, che si possono considerare una rara e importante presenza documentaria. I canti a fronne ‘e limone erano e sono ancora oggi dei generi di canto privi di accompagnamento strumentale praticati nelle aree geografiche di Caserta e Salerno. Il genere prende il nome dall’espressione “fronn’ ‘e limone” intonata all’inizio del canto e spesso sostituita da altre forme stereotipate come “arbero ‘e noce”, “‘o mare e ‘a rena” etc., le quali hanno una metrica simile. Dal punto di vista dei contenuti, ci sono principalmente tematiche d’amore e di scherno. Vengono intonati o da un solo cantore o da più persone. Da qui, l’autrice propone un’interessantissima analisi musicologica di dodici incisioni recuperate dalla produzione americana di inizio ‘900 che permettono di capire anche i cambiamenti delle “fronne” in relazione al mercato discografico. Inoltre, ogni brano è ascoltabile tramite la scansione di un codice QR. Ponendo l’attenzione su alcune delle dodici incisioni, la prima proposta è la “Cantata a fronna ‘e limone” (1909-1911) della Compagnia Pantalena, brano estrapolato dal testo teatrale “Montevergine” di Domenico Romano, ispirato alla tradizionale Festa della Madonna di Montevergine praticata in provincia di Avellino. Il tema dell’opera verrà ripreso anni dopo dal commediografo Raffaele Viviani nel suo testo “’A festa ‘e Muntuvergine”. In una scena in particolare ci sono dei cantori che intonano canti non a fronne ‘e limone, ma “a ffigliola”. Qual è la differenza tra “a fronne ‘e limone” e “a ffigliola”? Non è facile dirlo perché entrambi sono monodici e non hanno strumenti, ma, per quel che si può leggere nel libro dell’autrice, forse l’elemento che differenzia il canto a ffigliola dalla fronna è la presenza di un intervento corale alla fine della frase solista che cadenza con l’espressione “a ffigliola”. In questo caso si ha a che fare con un prodotto ancora lontano dalle logiche del mercato discografico, cosa che non si può dire, per esempio, per la terza incisione proposta nel libro: “Napule mio” (1920) di Pasquale Tammaro. Non si tratta di una fronna vera e propria, ma di una canzonetta con delle sezioni a fronna ‘e limone. In più, si può ascoltare un accompagnamento di un mandolino e di una chitarra, strumenti molti ricorrenti nella musica a Napoli, ma non nei canti a fronna o a ffigliola. Il cambiamento dei canti a fronna si nota soprattutto in un’altra incisione proposta, cioè “Fronn’ limons’ facstrott” (1923), addirittura musicata da E.A. Mario (“Tammurriata Nera”). Si tratta di una vera e propria via di mezzo tra tradizione e innovazione. Sembra quasi che la fronna si stia adattando a uno stile musicale differente allo stesso modo di come gli italiani si sono adattati al nuovo stile di vita americano quando si sono stabiliti nel continente. Altre incisioni di grande interesse proposte nel libro vedono di nuovo Pasquale Tammaro, ma adesso in collaborazione con il musicista Luigi Donadio. L’accostamento dei due autori per il testo e la musica è tipico della canzone napoletana classica. Siamo sempre nel 1923 circa ed è ormai molto difficile parlare di fronne. Si ha a che fare con delle canzoni a tutti gli effetti con citazioni e rimandi alle fronne. In più, sono presenti non solo chitarre e mandolini, ma anche sezioni di fiati che richiamano la tradizione bandistica. Cosa si può comprendere da tutto questo? Se è vero che è importante mantenere viva una tradizione con tutte le sue caratteristiche, è anche vero che, per far sì che sopravviva, bisogna adattarla alle logiche del contesto in cui viene portata. Nel caso del canto a fronna, la tradizione vuole che non abbia un accompagnamento strumentale e gli americani lo hanno perfettamente capito, ma, dato che volevano vendere più prodotti musicali possibili, hanno portato avanti una via di mezzo tra la fronna in sé e la canzone con strofa e ritornello. Così probabilmente hanno accontentato più fette di pubblico di ascoltatori. Una logica simile potrebbe essere riconducibile anche ad altri contesti musicali, come il jazz con tendenze blues, il pop-rock etc. Praticamente è stato realizzato un “sottogenere” del canto a fronne capace di avvicinare tutti. Nel complesso, il volume di Giuliana Fugazzotto (per il quale è stata annunciata anche un’edizione in versione cartacea) si rivela un contributo di grande valore non solo per gli studiosi di etnomusicologia, ma anche per la comprensione dei processi di trasformazione e adattamento della tradizione musicale campana nel contesto migratorio americano. Attraverso un’accurata analisi storica e musicologica delle incisioni a fronne ‘e limone, l’autrice riesce a mostrare come queste forme vocali, nate in ambiti locali e lontane dalle logiche commerciali, siano sopravvissute e si siano progressivamente modificate all’interno del mercato discografico etnico statunitense. Il libro mette in luce non solo l’importanza documentaria di tali registrazioni, ma anche il loro significato simbolico, come testimonianza di identità culturale e di negoziazione tra tradizione e modernità. Grazie anche alla possibilità di ascoltare direttamente i brani analizzati, si ha tra le mani uno strumento prezioso per chiunque sia interessato ai rapporti tra musica, migrazione e industria culturale. Le incisioni analizzate diventano così documenti sonori di un adattamento culturale profondo, in cui nulla resta immutato ma nulla va perduto.

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(a cura di) Placida Staro, Romana Barbui, Michele Cavenago, Fabio Lossani, Placida Staro, BAUSCIA! Il ballo ambrosiano: forme improvvisative, musica e contesti

Dall’editore friulano Nota, questo consistente studio interdisciplinare presenta ricerche, documenti e analisi condotti in un arco temporale di ben quarant’anni nella città di Milano. È il racconto etnografico della tradizione del ballo liscio – nello specifico il liscio ambrosiano – nell’area metropolitana meneghina. “Bauscia” (nel senso di “sbruffone”) è un’espressione milanese e lombarda con cui alcuni “ambrosianisti” apostrofavano il ballerino che si metteva in mostra con passi o mosse particolari e appariscenti. L’intenzione oscillava tra il canzonatorio e l’ammirato: un epiteto emblematico che invitava al controllo e alla moderazione in pista, ma apriva anche al confronto e al giudizio nella vita. Il lavoro ha il merito di offrire la più ricca documentazione esistente relativa al liscio ambrosiano, sviluppatosi tra le due guerre mondiali ma affermatosi come gusto musicale già in precedenza, grazie alla musica prodotta dagli strumenti meccanici, su tutti l’organetto di Barberia. Il volume si inserisce nella collana VeStA (Visioni, Espressione, Scienze, Trasmissione, Arti), che intende documentare come «vengono originate, realizzate e trasmesse le forme di rappresentazione dell’immateriale». A coordinare la ricerca è stata Placida Staro, autorevole etnomusicologa, etnocoreologa e musicista. Tra i collaboratori figurano: Michele Cavenago, animatore musicale e di danza, impegnato nella documentazione visiva dei contesti tradizionali; Romana Barbui, attiva nella formazione e nella documentazione della danza; Fabio Lossani, musicista e compositore attivo dagli anni ’70 a Milano, già membro della Cooperativa Musicale l’Orchestra e collaboratore di Radio Popolare. L’opera si compone di tre parti articolate in più capitoli. Il percorso spazia dalla “memoria del ballo” allo stile musicale, con repertori analizzati attraverso ascolti, trascrizioni e interviste. Vengono esplorati i luoghi del ballo, le procedure di sala, le modalità di apprendimento e i racconti generazionali dagli anni ’30 a oggi, con un’analisi del ruolo dei suonatori e degli strumenti meccanici. Nelle conclusioni si problematizzano le prospettive dell’osservazione partecipante e dell’antropologia riflessiva, oltre alle questioni legate all’autorappresentazione della comunità dei ballerini. In definitiva, il testo propone una traiettoria di ricerca che documenta un pezzo di storia milanese osservata attraverso la lente del ballo. Fondamentale per l’approfondimento è la presenza di codici QR che consentono di accedere a materiali audio, video, spartiti e documenti d’archivio.

(a cura di) Omerita Ranalli e Sara Modigliani, Noi de borgata. Le canzoni di Armandino Liberti, Nota, 2025, pp. 112, euro 30,00, Libro con 1 Cd

“I Giorni Cantati” è stata una preziosa rivista di “culture popolari e culture di massa” del Circolo Gianni Bosio, edita dapprima in forma di bollettino ciclostilato e successivamente come periodico cartaceo di più corposa consistenza, assumendo vari formati tra gli anni Settanta e la metà degli anni Novanta. Oggi prosegue la sua esistenza come una collana editoriale dello stesso Circolo, diretta da Enrico Grammaroli, antropologo e storico orale, curatore dell’Archivio Franco Coggiola dello stesso Bosio. La più recente uscita, che apre la nuova serie pubblicata dall’editore Nota, è un cd-libro curato da Omerita Ranalli e Sara Modigliani. La prima è demo-etno-antropologa e, tra le altre attività di studio e ricerca, responsabile dell’Archivio Coggiola; la seconda è una ben nota musicista, cantante e didatta del canto popolare. Il volume raccoglie il repertorio di Armandino Liberti, cantautore proletario romano originario di Pietralata (sorprendentemente, sono pochissime le note biografiche riportate nel lavoro), semisconosciuto ai più, la cui esperienza di vita politica e artistica si dispiega attraverso l’analisi di interviste, fonti d’archivio e, naturalmente, della prassi esecutiva del suo canzoniere romano, affidato a una schiera di musicisti di punta della capitale. Quelle di Armandino sono canzoni di protesta e di lotta, che assommano rabbia, ironia e coscienza politica, evidenziando un notevole pensiero poetico e una spiccata disposizione musicale, a dispetto dell’assenza di una formazione artistica formale. Liberti diceva di sé stesso: “Tutto quello che so me l’ha insegnato la strada”, insegnamenti che si riflettono in canzoni che raccontano storie di ingiustizia e di emarginazione, pure di sconfitte ma non certo di rassegnazione. Comunista della sezione Trionfale, Liberti compose “Noi de borgata”, assurto a titolo del lavoro, in risposta all’oleografica, nostalgica e consolatrice “Semo gente de borgata”, canzone di Franco Califano e Marco Piacente, portata al successo dalla coppia de I Vianella. Come scrive Alessandro Portelli, sempre luminoso nel mettere in chiaro i rapporti tra ricerche sui repertori folk e culture politiche, nel saggio “La borgata allora s’arisana”, le canzoni di Liberti, “conformi alla maniera di pensare e di sentire del mondo popolare perché a quel mondo apparteneva […] e in tutte le sue canzoni si sforzava sia di rendergli omaggio, sia di cambiarlo”, cantate con una voce pasolinianamente «sbrozzolosa», bassa e rauca, sono “rimaste sconosciute al pubblico: da qui la necessità di questa pubblicazione”. Prefato da Grammaroli, il volume (corredato da un’interessante sezione iconografica) contiene l’intervento introduttivo di Ranalli (“Noi de borgata. Le canzoni di Armandino Liberti”); l’intervista allo stesso Liberti del dicembre 1972 curata da Portelli (“Tutto quello che so me l’ha insegnato la strada”) il quale è anche autore del già citato contributo “La borgata allora s’arisana”, Marco Marcotulli (“I casi della vita”), fotografo, autore e curatore dell’apparato iconografico insieme ai responsabili del Fondo Rodrigo Pais (altro autore delle significative immagini che non sono mero sfondo ma contributo all’affresco sociale e politico dell’epoca) della cui catalogazione e valorizzazione è responsabile Glenda Furini (“Il fondo Rodrigo Pais della Biblioteca Universitaria di Bologna”); la riflessione sul dialetto romanesco contemporaneo di Armandino proposta da Marcello Teodonio (“Er posto suo sta là cascasse er monno. Il romanesco di Armandino Liberti”); il contributo congiunto dei giovani studiosi Flaminia Campodonico, Demetra Cuomo e Cristiano Modica (“Nato pe’ perdee”) che hanno lavorato come tirocinanti al fondo Liberti, contenuto nell’Archivio Franco Coggiola del Bosio. Avvicinandosi al percorso musicale, Matteo Portelli, musicista, compositore e fonico, ne “Il suono di un racconto collettivo” tratteggia le procedure con cui artisti di diversa cifra musicale hanno interpretato le canzoni di Liberti. Parliamo di Montelupo, BandaJorona, Piero Brega, Sara Modigliani, Simone Saccucci, Ludovica Valori, Ardecore, Piero Brega, Gianni Bozzo, Matteo Portelli e Tangram. Sono riportati i testi dei brani contenuti nel cd (quindici più un sedicesimo, la title track del volume, nella versione originale di Liberti), mentre un’appendice include le liriche di nove canzoni d’archivio non raccolte nel dischetto. La tracklist, ascoltabile su supporto Cd o tramite codice QR, è un racconto corale centrato sulla romanità, per dialetto, umore e ironia, ma ciascun artista media e filtra la parola cantata di Armandino secondo la propria sensibilità estetica. Così si passa dall’uso discreto dell’elettronica in “Omicidio bianco” e in “Il servo e il padrone” di Gianni Bozzo & Matteo Portelli al vestito danzante di “E vajece cor liscio” ed “Er Magnaccia” di Montelupo, dalle venature electro-pop portate da BandaJorona (“Cerco er suicidio”, “Er dispettoso”, “La strage di Brescia” e “La Piazza”) e dagli Ardecore (“Conflitto”) all’intensa credibilità canora di Piero Brega, altra voce “gravelly”, come si direbbe nel mondo anglosassone (“Racconto di una notte”), dal classicismo folk di Sara Modigliani (“Noi de borgata” e “Mo’ la machina ce l’ho”) alla splendida, espressiva e versatile ugola di Ludovica Valori (“L’emarginato”), contornata da piano e fiati; dalla performance su basi percussive del cantastorie Simone Saccucci (“Sogno”) alla kora e all’oud, testimonianza di nuovi ascolti, orizzonti e immaginari che fanno da preludio nell’interpretazione dei giovani Tangram (i fratelli Lisa e Daniel Damascelli in “Verso la fine dell’ora e pranzo al cantiere”). Si finisce con la versione dello stesso Liberti di “Noi de borgata”, che chiude un album entrato nella cinquina finalista delle Targhe Tenco 2025, nella sezione a progetto; un lavoro che avrebbe sicuramente meritato di salire più in alto. Ma, chissà, forse poco conciliante per tempi di “canzone senza aggettivi” e per tempi cupissimi come quelli che stiamo attraversando. Come osserva ancora Portelli: “Se la canzone romana non finisce con Armandino Liberti, almeno faccia tappa da lui e trovi altra forza nell’ascoltarlo”, nell’ascoltare una voce che non “cerca di piacere”, urticante come lo sono altri timbri ruvidi come quelli di Tom Waits e Bob Dylan, che “non canta tanto pe’ canta e pe’ fa’ la vita meno amara, ma canta per dirci qualcosa e per dare voce a tutte le amarezze generate da una società che sfrutta ed emargina lui e quelli come lui”.

 


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    Messaggero Veneto – 28/07/2025

     

     

    Il viaggio di Zohra di Nicole Coceancig

    di Franco Giordani – instArt.info

    Nel panorama musicale regionale negli ultimi anni alcuni giovani musicisti hanno dato forza e valore alla lingua friulana, esportandola al di là dei confini della Piccola Patria. Tra questi vanno citati senz’altro Alvise Nodale, che con il suo Gòtes ha ricevuto premi nazionali di grande importanza, Massimo Silverio e una cantautrice originaria di Premariacco e stabilitasi in Carnia, dalla voce straordinaria, che è Nicole Coceancig. Ricordo che quando l’ho conosciuta restai subito colpito dalla sua energia e dalla sua vocalità inconfondibile. Un giorno le ho raccontato un aneddoto letto dall’autobiografia ufficiale di Johnny Cash. L’artista americano dice testualmente: “Sono grato per il mio dono: mia madre ha sempre chiamato la mia voce il dono”. E’ questa la caratteristica peculiare di Nicole, il dono di possedere un timbro di voce che può piacere o meno, ma resta unico, diverso da tutti gli altri che si sentono in giro. Ma non c’è solo questo, ovviamente. La sua poetica è improntata alla ferma convinzione di diffondere messaggi di impegno civile. Nella sua scrittura musicale fin dagli esordi si è fatta sentire forte l’influenza di Fabrizio De Andrè. fin da “F”, la sua prima opera composta da 9 brani in lingua italiana. Le sue collaborazioni con altri artisti, sia nell’ambito musicale che letterario, sono numerose; si potrebbe dire che Nicole sia infaticabile. Ogni nuovo incontro artistico per lei è rappresenta un arricchimento e un nuovo ripartire. Dalla sua lunga collaborazione con Leo Virgili nasce il suo nuovo album che ha ricevuto il prestigioso Premio Ciampi 2024, edito dall’etichetta Nota di Valter Colle. L’album, sviluppato in forma di concept, ci racconta del viaggio di una giovane donna del Pakistan che arriva in Europa. Come sottolineato nella presentazione dell’album tratta dal sito www.nota.it la voce di Nicole è capace di riportarci immediatamente alla realtà fisica, fatta di carne, di capelli, di pupille, di vesciche che oltrepassa la bolla digitale ovattata in cui siamo caduti. I suoni, calibrati sapientemente da Leo Virgili, mettono in grande risalto il timbro a molteplici tinte della cantautrice friulana. Si tratta di un album che racconta un viaggio doloroso e pieno di ostacoli, sofferenze ma anche caratterizzato da una grande tenacia, un’immensa voglia di vivere. Una storia che confina e che si incrocia con quella narrata dalla scrittrice Antonella Sbuelz nel suo romanzo “Questa sera non torno”, edito nel 2021 da Feltrinelli. Antonella Sbuelz e Nicole hanno anche condiviso il palco in alcuni eventi culturali, coltivando l’invito di andare alla ricerca profonda dell’amore, dell’umanità. Il booklet di Zohra fa parte della collana Block Nota e contiene contributi introduttivi di Loris VescovoMojra BearzotSara Rosso e Angelo Floramo e vale la pena estrarre qualche loro osservazione. Loris Vescovo scrive che l’ascolto sorprende e scuote per la potenza della sua semplicità. Angelo Floramo sottolinea che molte sono le ragioni per cui “andare si deve”: la guerra, la fame, la discriminazione, il bavaglio di qualche tirannia e le ombre di coloro che fuggono passano accanto alle siepi della nostra indifferenza. Secondo Sara Rosso raccontare l’umanità e rimettere le persone al centro in questa lunga notte che sembra non finire è roba da artiste molto coraggiose. Mojra Bearzot osserva che Zohra si ribella a un destino segnato, trova il coraggio per alzare la testa e dire di no. Parte per sè stessa, per tutte le sue sorelle, per la sua mamma. Hanno partecipato alle registrazioni dell’album presso lo studio Invisibles Recordings di Premariacco, oltre a Nicole e Leo Virgili, Giacomo Iacuzzo (percussioni), Marco Tondon (contrabbasso), Davide Raciti (violino), Riccardo Pes (violoncello) e Federico Pascucci (ney). Il viaggio musicale di Zohra è talmente denso che si esaurisce in soli 8 pezzi e prima del finale incrocia una leggenda carnica che narra la vicenda di Silverio, un uomo accusato di appropriazione indebita di un pezzo di terra nel Monte Moscardo: “E chissà cosa sarà di noi / gente senza casa, senza nome / abbandonati correndo dietro a un sogno / Ma noi, come la luna / non saremo di nessuno”. Invito sempre le persone appassionate di musica ad acquistare le opere e non limitare gli ascolti alle piattaforme digitali, soprattutto quando un album è così ben strutturato e musicato, con testi, traduzioni, illustrazioni (in questo caso di Sofia Cappello) e apporti esterni. E quindi, chi desidera approfondire la conoscenza di Nicole sappia che il suo CD è acquistabile contattando l’artista sui social o al sito dell’etichetta Nota www.nota.it. Ho pensato che la migliore presentazione dell’opera dovesse essere affidata a questo scambio di osservazioni direttamente con l’autrice.

    Foto di Ingrid Wight

    Nicole, prima di tutto: la scrittura di Zohra ha richiesto tanta energia e passione. Sembra che ogni parola sia stata pensata e pesata come per essere definitiva. E’ così? Caro Franco, intanto grazie per queste domande che hai voluto pormi. Il mio personale processo creativo di solito non prevede una modifica delle parole: rimangono definitive quelle che scrivo di primo getto. Anche in questo caso è stato così, ma sicuramente il processo è avvenuto con molta più attenzione ad esse e alla loro unione. Il tema che tratta “Zohra” non è facile, e trovare le parole che riuscissero a darle il giusto peso senza però diventare troppo pesanti era un obbiettivo che fin da subito mi ero prefissata. Non è stato facile e non saprei dire, alla fine, com’è andata… Ovviamente con il senno di poi avrei modificato alcune cose, però forse va bene così.

    L’album è stato prodotto da Valter Colle che, alla presentazione del CD, ha detto che tu senti l’urgenza di comunicare messaggi di impegno civile. Si, oltre che l’urgenza ne sento proprio il dovere morale. Ritengo di essere una privilegiata per molti motivi, uno di questi è la possibilità di salire sopra a dei palchi e avere davanti persone che sono venute anche per ascoltare me. Sento proprio la necessità di adoperare quel microfono che sempre ho dinnanzi per dire delle cose (sempre, come dicevi tu, messaggi di impegno civile) che altre persone, in questa maniera e in queste condizioni, non possono fare nonostante lo vorrebbero. Facciamo un lavoro meraviglioso ma che, a parer mio, ci impone anche delle responsabilità.

    Le tue collaborazioni con altri artisti sia a livello musicale che letterario sono numerosissime. Così come la tua partecipazione a ogni evento che ti consente di fare nuove conoscenze artistiche. Ho avuto la fortuna di poter collaborare con tante artiste e artisti davvero straordinari, anche con te Franco. Questa è una delle cose che apprezzo di più di questo lavoro; trovo sia davvero stimolante e arricchente condividere la musica con altre persone. Anzi, credo proprio che per me sia il suo senso più profondo. In Zohra si sente il tuo forte coinvolgimento emotivo nei confronti di persone costrette a vivere ai margini della società.

    Premio Ciampi 2024

    Cosa pensi degli schieramenti di oggi (di ogni orientamento politico), di come riescano a creare divisioni continue per portare la gente dalla propria parte senza andare alla radice delle criticità odierne dell’emigrazione? Guarda, questo è proprio uno dei motivi per i quali esiste Zohra. Il tema dell’immigrazione per me è sempre stato un tema sensibile, e a un certo punto della mia vita ho proprio sentito il bisogno di approfondirlo sul campo. Ho lavorato due anni in comunità per minori stranieri non accompagnati. E pensa che, man mano che passava il tempo e che imparavo, mi continuavo a ripetere che fino a quel momento avevo tanto parlato ma la verità è che non ne sapevo un bel niente. Questo te lo racconto per dirti che non tutti/e possiamo sapere tutto, e non si può pretendere che sia così. Una cosa è certa però: bisogna porsi delle domande, prima di qualsiasi altra cosa. E sto notando che “Zohra” le sta facendo porre. Non potrei che esserne più felice e orgogliosa.

    In “Di trop che o ai cjaminat” (da quanto ho camminato) c’è una frase molto poetica: “Piedi consumati dalle stagioni / senza inizio né fine / piedi a forma di uomo / abbandonato al suo destino”. In questi verso Zohra cerca di raccontare non solo la fatica e il dolore del cammino attraverso la rotta balcanica, ma anche e soprattutto la sua condizione: Zohra si è dovuta travestire da uomo per poter partire (“Soi partide di gnot, tal scûr / Lassânt il vêl poiât tal liet / i bregons luncs / i cjavei cûrts […]”), perchè le donne da sole non possono farlo; possono farlo in quanto figlie, in quanto mogli e in quanto madri, ma non da sole. Tra le pochissime che ci provano, molte sono costrette al travestimento.

    In “Clamimi par non” (chiamami per nome) canti: “Chiamami per nome / ma fallo nel buio / perché in questa storia fa più paura la luce”. Ritornando alla domanda di prima… proprio per questo. Zohra è travestita e in questo brano, un ipotetico dialogo con il suo passeur (trafficante di esseri umani, colui al quale viene pagata una certa tariffa, non solo in denaro, per arrivare fino ad una determinata meta del viaggio), chiede lui di darle il nome che vuole, l’età che ha bisogno che lei abbia, di prendersi tutto il corpo che vuole, ma di fare tutto ciò nel buio, perché in questa dolorosa storia con un segreto così grande da mantenere, la luce è più pericolosa del buio.

    Hai da poco ricevuto il Premio del Festival Suns Europe e il Premio nazionale prestigioso dedicato a Piero Ciampi. Quanto sono stati gratificanti per te? Non saprei quantificare la gratificazione e la gratitudine che ho provato e che ancora provo. Non tanto per me, quanto per Zohra. Zohra proprio come persona. Sapere che ci sono state persone che hanno ascoltato davvero e hanno scelto, anche loro, di dare voce a questa ragazza e alla sua storia è la cosa per me più importante, direi insuperabile. L’obbiettivo di questo lungo e impegnativo lavoro era darle voce… farlo insieme ad altri/e è stato ed è ancora più bello. Sono davvero fortunata.

    Leo Virgili e Nicole Coceancig. Foto di Ingrid Wight

    La tua attività concertistica è molto ricca. Cosa ti aspetti dai tuoi spettacoli? Guarda, approfitto di questa domanda per annunciare una cosa: ad ogni presentazione di “Zohra”, insieme ai dischi, verranno venduti a offerta libera dei gadget fatti a mano da alcune mie splendide amiche; il ricavato di queste vendite verrà dato in beneficenza al conto bancario di Emergency per Gaza. Solo nella prima serata abbiamo raccolto 170 euro di offerte. Ecco, se c’è una cosa che mi piacerebbe accadesse ai prossimi spettacoli, è che si donasse per cercare di dare una mano, seppur minima, a Gaza e al popolo Palestinese.

    Domanda scontata ma necessaria. Pur essendo molto impegnata a proporre Zohra hai progetti per il futuro? Devo dire che di progetti in mente per il futuro ne ho sempre tantissimi, e variano molto tra una disciplina e l’altra. Non mi è mai capitato di lavorare e concentrarmi ad un solo progetto alla volta fino ad ora; questo è impegnativo, ma credo mi piaccia così.

    Grazie Nicole, buona fortuna a te, buona fortuna a tutte le Zohra di questo mondo che, oggi come non mai, hanno bisogno di mondo più consapevole ed umano.

    Ascolti imperdibili – AA.VV.: “Canzoni di fuga e speranza”, disco tributo agli Yo Yo Mundi

    35 anni di carriera sono tanti, specie se vissuti tutti senza interruzioni, con quello spirito giusto che ti consente di andare avanti sempre cercando sfide e sentieri nuovi da perlustrare.
    Così facendo non rischi di smarrire il senso del tuo lavoro, né di vedere annacquata la vena ispiratrice.

    di Gianni Gardon – Pelle e Calamaio

    Gli Yo Yo Mundi hanno fatto esattamente questo, stanno facendo questo, perché è giusto per loro parlare al presente, nonostante la felice ed estemporanea uscita in solitaria del suo uomo-simbolo, Paolo Enrico Archetti Maestri.
    Il cantante e chitarrista, paroliere e compositore principale del gruppo, sul finire del 2024 ha dato alla luce un album a proprio nome davvero significativo ed emozionante, dall’azzeccato titolo “Amorabilia”, che su queste pagine sentii l’urgenza di andare a segnalare dopo i primi appassionati ascolti.

    Lui stesso però si è premunito di rassicurare subito i fan sul futuro del gruppo, preannunciando tra l’altro delle novità, proprio in vista dell’anniversario della fondazione.
    Se sul finire dell’anno era già stata inaugurata una interessantissima mostra dedicata alla storia e alle opere della band, nel 2025 si è pensato di dare seguito a quell’iniziativa, mantenendone la nomenclatura. Nato come un regalo da parte dei vari componenti degli Yo Yo al loro leader, “Canzoni di fuga e speranza”, diventa così un disco-tributo, nel quale tanti artisti di svariata provenienza hanno voluto rivisitare un pezzettino di questa fantastica storia.
    Spiriti affini, vecchi amici, anime gemelli, unione di intenti, valori simili: le relazioni umane stanno alla base di queste collaborazioni.

    La direzione artistica del progetto (pubblicato da Nota in un cd-libro che comprende anche un coinvolgente racconto di Giorgio Olmoti) è del sodale Eugenio Merico, con Gianluca Spirito (ex Modena City Ramblers), Maurizio Camardi e la collaborazione tecnica di Dario Mecca Aleina.
    È stato entusiasmante provare a mettere insieme tanti nomi che poi sono riusciti a entrare in sintonia con pezzi in alcuni casi storici del repertorio del gruppo di Acqui Terme.

    La peculiarità di questo album sta pure nel fatto che ogni artista che si è cimentato nella rilettura dei pezzi scelti, lo ha fatto mettendoci sì del proprio, ma non per questo snaturando gli originali, dei quali rimane intatta la bellezza.

    Scorrendo l’elenco dei partecipanti, ci si imbatte subito nei Tupamaros, in una band cioè che è partita da presupposti simili e che come gli altri qui inseriti condivide idee di fondo con i protagonisti.
    La loro rivisitazione di un brano fondamentale per la band quale “Freccia Vallona” fa capire subito che il livello generale dell’opera sarà altissimo, d’altronde la materia prima è eccellente.

    Come giudicare altrimenti brani immortali del loro repertorio, vecchi e più recenti, come “Chi ha portato quei fiori per Mara Cagol?”, eseguita da un ottimo Alessio Lega; “Chiedilo alle nuvole” dell’inedita coppia Ricky Gianco-Lalli, o “Alla bellezza dei margini”, impreziosita dall’interpretazione di Massimo Carlotto?

    Spicca inoltre la versione dei Gang di un episodio assai significativo come “Tredici” sulla Banda Tom

    Sono tutti brani cui ogni partecipante a questo tributo si è accostato con enorme rispetto, senza stravolgimenti ma cercando comunque, come detto, di metterci qualcosa, come i validissimi Lastanzadigreta alle prese con “Evidenti tracce di felicità”Roberto Billi già con i Ratti della Sabina con la poetica “Ovunque si nasconda”, i Flexus che donano ritmo e vigore alla storica “Carovane”, per non dire della scatenata Banda Popolare dell’Emilia Rossa che modernizza “L’ultimo testimone”. E ancora Massimo Ghiacci dei Modena City Ramblers, che mantiene bene lo spirito originario di “Ho visto cose”Daniele Gennaro che tratta con estrema delicatezza “Fosbury” e Simona Colonna che emoziona non poco con la sua versione acustica e intima de “Il respiro dell’universo”.

    Sarebbero invero tutti da citare i nomi degli artisti presenti in questo progetto, che invito caldamente ad ascoltare, perchè gli Yo Yo Mundi a mio avviso non sono mai stati celebrati a sufficienza per i loro indubbi meriti.
    Ecco allora che questa compilation (come si diceva un tempo) giunge propizia a riaccendere i fari su di loro, accompagnandoci in 24 tappe lungo un percorso che non ha mai subito inciampi da trentacinque anni e oltre a questa parte.

     

     

     

    Armandino Liberti, poesia e voce di un’utopia proletaria

    (Pop)olare Un libro/cd, «Noi de borgata», per la prima uscita della nuova serie della collana I giorni cantati

    di Alessandro Portelli – il manifesto

    Nelle ultime dieci righe del suo supplemento alla riedizione della monumentale (627 pagine) Storia della canzone romana di Giuseppe Micheli (Newton Compton, 2005), Gianni Borgna prende atto dell’esistenza di Armandino Liberti. Insieme con un altro dei pilastri della storia del Circolo Gianni Bosio, Silvano «Cicala» Spinetti di Genzano, lo esorcizza collocandolo nella categoria che chiama «post-canzone»: una canzone che esce «dai limiti imposti dall’industria discografica» ma che non può dirsi «popolare» proprio perché è difficilmente in grado di essere conosciuta e fatta propria dal popolo proprio perché, come avrebbe detto Gramsci «conforme alla sua maniera di pensare e di sentire».

    Sono successe molte cose da quando Borgna scriveva quelle righe un po’ paternalistiche, e la canzone romana ha avuto una vita e una crescita allora impensabili. Ma è giusto che la storia della canzone romana, se non finisce con Armandino Liberti, almeno faccia tappa da lui e trovi altra forza nell’ascoltarlo. Ora, al di là delle etichette – «post-canzone», «popolare» – su due cose Borgna aveva ragione: le canzoni di Armandino Liberti sono rimaste sconosciute al pubblico musicale e, soprattutto, sono «conformi alla maniera di pensare e di sentire» del mondo popolare precisamente perché a quel mondo apparteneva Armandino e in tutte le sue canzoni si sforzava sia di rendergli omaggio, sia di cambiarlo.

    Armandino Liberti (Roma, anni 70), foto di Susanna Cerboni

    PARTIAMO dal dato più materiale, concreto: la voce. In Una vita violenta, Pier Paolo Pasolini descrive un paio di volte, di sfuggita ma con precisione, la voce dei suoi personaggi di borgata: una «voce bassa e rauca», una voce «sbrozzolosa». La voce di Armandino Liberti è precisamente così, «sbrozzolosa» sia in senso letterale, sia, soprattutto, in senso metaforico: la voce orale, poetica, musicale, politica, di Armandino Liberti non è una voce che cerca di piacere, non è una «bella voce» ma una voce ruvida, urticante, che – come altre, più celebri ruvide voci, da Tom Waits a Bob Dylan – non canta tanto pe’ canta e pe’ fa’la vita meno amara, ma canta per dirci qualcosa e per dare voce a tutte le amarezze generate da una società che sfrutta ed emargina lui e quelli come lui.
    Infatti la sua canzone più conosciuta, Noi de borgata, è una risposta arrabbiata a un’altra voce romana, ruvida ma consolatoria. A Franco Califano, che in Semo gente de borgata cantava «stamo mejo noi che nun magnamo mai», come prefigurando quell’odierno ministro secondo cui i poveri mangiano meglio dei ricchi, Armandino Liberti risponde ricordando che il «magna’» glielo procura sua madre andando a servizio nelle case dei ricchi; a Califano che sperava nei «tanti modi pe’ sfonna’» tirandosi fuori dalla borgata individualmente, Armandino Liberti risponde evocando una giustizia «popolana» che restituisca libertà e dignità a tutti insieme.
    C’è un classico spiritual afroamericano che parla di un treno «bound for glory», che va verso la gloria, verso il paradiso. Questo treno, dice la canzone, porta solo i giusti e i santi, non porta ladri, puttane, imbroglioni … Bruce Springsteen se ne impadronisce e la cambia: «questo treno porta santi e peccatori, porta sconfitti e vincitori, porta puttane e giocatori» – sul treno per la gloria c’è posto per tutti. C‘è posto per tutti, operai e puttane, ribelli e magnaccia, anche nel «treno» poetico di Armandino Liberti che viaggia verso un’utopia proletaria fondata sul lavoro: «La borgata allora s’arisana col lavoro e nella libertà».

    Testi che raccontano le amarezze generate da una società che sfrutta

    FACCIAMOCI caso. Da dove viene quella strana espressione, «s’arisana»? Non viene dal basso, dal linguaggio della borgata; è piuttosto l’appropriazione popolare ironica di una parola del lessico sociologico e burocratico che pensa alla borgata come una malattia da risanare. Armandino Liberti rovescia il significato del termine: la borgata allora s’arisana, si risana non come dite voi, col decoro urbano e qualche aggiustamento di facciata, ma come diciamo noi, con la giustizia, col lavoro e nella libertà. Anche qui, attenzione: non è il risanamento che rende la borgata degna di libertà, ma è la libertà che risanerà tutti, ladri e magnaccia compresi. Quando saremo liberi saremo risanati.

    Armandino Liberti veniva dallo stesso mondo di Tommasino di Una vita violenta: «so’ fanello e so’ de Pietralata», e era comunista come diventa lui alla fine. Segue quasi lo stesso percorso: «co’ la vita me ce trovo a tu per tu», la traiettoria del ragazzo di vita, i piccoli furti, le «lenze della strada» (il Lenzetta di Una vita violenta), la povertà, l’emarginazione, la galera – fino alla visione di speranza e di riscatto che Pasolini incarnava in un «pannaccio rosso, tutto zuppo e ingozzito».

    Ma se nei romanzi di Pasolini la borgata è un mondo escluso, nei suoi brani è in relazione /contrasto, conflitto con altre istituzioni e altri strati sociali

    TUTTAVIA, c’è una differenza. Nei romanzi di Pasolini, la borgata è un mondo escluso: i ragazzi di vita percorrono tutta la città, ma la città non viene mai in borgata. Nella canzone di Armandino Liberti, invece, la borgata è fin dall’inizio in relazione – contrasto, conflitto, invasione, esclusione – con altre istituzioni e altri strati sociali: non è un mondo auto escluso ma un mondo dominato, il prodotto di una rete di relazioni di potere. Si comincia dalla prima strofa: «e da quando la scòla m’ha cacciato»; poi si continua con la «litania» propagandistica dei media, l’intrusione missionaria di «preti, bizzoche e fiji de papà«: e il conflitto fra la borgata e il mondo fuori di essa culmina nell’ultima strofa: la maledizione a «questurini, giudici, avvocati»../ cani fedeli alle istituzioni» alla «gente bene, onesta, colta, raffinata» che si nutre delle miserie della borgata.
    In questo senso, vale la pena di ritornare sull’altro suggerimento di Gianni Borgna: le canzoni di Armandino Liberti come «post-canzone». Non è chiarissimo che cosa intendesse Borgna; ma non c’è dubbio che molte di queste composizioni vanno al di là del modello di canzone a cui siamo abituati. Tutto sommato Noi de borgata è tra le più semplici, tra le più lineari, strofa dopo strofa come nelle ballate narrative tradizionali. In tanti altri brani invece non c’è un’idea sola, un tema musicale solo, una voce sola, un solo registro linguistico; e non si tratta solo dell’alternanza strofa-bridge della canzone di consumo ma di un gioco – uno scontro, un dialogo, un intreccio – di linguaggi e di voci. In un brano come Omicidio bianco la voce narrante in un italiano essenziale, quasi giornalistico si confronta con quella dialettale del bambino che chiede del padre che non torna (e lo spazio aperto, pubblico del cantiere contrasta con quello intimo di una cucina di borgata). Se di post-canzone si tratta, dobbiamo pensare piuttosto alla sceneggiata napoletana, pronta a trasformarsi in teatro: il dialogo c’è sempre, esplicito come in Servo e padrone, implicito nella dinamica fra i registri linguistici come figura dei rapporti di classe (e al teatro, alle maschere, rimanda anche il senso dell’umorismo che attraversa tante di queste canzoni, dallo sberleffo del Dispettoso all’autoironia di Mo’ la machina ce l’ho.
    Ho detto che Noi de borgata è una delle meno teatrali fra le canzoni di Armandino Liberti. Eppure, anche qui le voci e i soggetti sono più d’uno: la parole del maestro, per esempio, sono riprodotte direttamente, come in un copione teatrale. Ma soprattutto, nell’ultima strofa Armandino Liberti si rivolge direttamente, in un dialogo implicito, ai «pilastri primi» di questa società – come se tutta la sua storia l’avesse raccontata a loro, destinatari impliciti, coro muto ai margini della scena. Ascoltando adesso queste canzoni, è bene non dimenticare che hanno almeno mezzo secolo di storia, e tante cose sono cambiate. E forse, guardandoci in faccia, ci dovremmo domandare chi sono e dove stanno quelle persone colte e perbene contro cui si rivolge la rabbia diventata informe di una borgata dove quello straccio rosso non sventola più.

    * uno dei saggi presenti nel libro/cd «Noi de borgata» (prima uscita della nuova serie della collana I giorni cantati prodotta dal Circolo Gianni Bosio e dall’editore Nota). 


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      Noi de borgata. Le canzoni di Armandino Liberti
    • Artisti Vari – Canzoni di fuga e di speranza. Yo Yo Mundi (Nota, 2025)

      di Marco Sonaglia – Blogfoolk.com

      Correva l’anno 1994 quando una band di Acqui Terme pubblicava il suo primo album, dal titolo alquanto forte: “La diserzione degli animali da circo”. Stiamo ovviamente parlando degli Yo Yo Mundi che, per festeggiare gli oltre trent’anni di carriera, vengono omaggiati da importanti nomi della scena musicale italiana. La direzione artistica del progetto è di Eugenio Merico, con Gianluca Spirito, Maurizio Camardi e la collaborazione tecnica di Dario Mecca Aleina. Il doppio disco, la cui grafica è curata da Ivano Anaclerio Antonazzo, contiene un corposo libretto di trentadue pagine, con un racconto inedito del compianto Giorgio Olmoti dal titolo “Lande Rumorose”. Il primo CD si apre con una versione super folk di “Freccia Vallona”, rivisitata dai sempre bravi Tupamaros. La successiva “La storia e la memoria” ha robuste dosi di chitarra elettrica nell’interpretazione di Michele Anelli. “Chi ha portato quei fiori per Mara Cagol” trova in Alessio Lega (aiutato dai fidi Rocco Marchi e Guido Baldoni) la giusta linea politico-musicale. “Il silenzio che si sente” diventa ancora più pop e orecchiabile grazie all’intreccio delle voci di Roberto Grossi e dell’ottima Helle. Passione ed energia per “In novembre”, con C.F.F. e il Nomade Venerabile; sporca e tagliente “Domenica pomeriggio di pioggia”, con la valida Cristina Nico e il collettivo Colbhi. “Invece, “Al Golgota” è molto evocativa grazie a Marco Rovelli e all’inseparabile Paolo Monti. “Chiedilo alle nuvole” rappresenta sicuramente il momento più alto e intenso di questo lavoro, con il grande Ricky Gianco, la voce profonda di Lalli, Sergio Cossu e Maurizio Camardi. I mitici Gang ripropongono “Tredici” (la versione è quella contenuta ne “La rossa primavera” del 2011), una delle più belle canzoni che raccontano la Resistenza. Efficace anche Stefano Giaccone nel rivisitare “Il silenzio del mare”. Massimo Ghiacci (Modena City Ramblers) rilegge “Ho visto cose che in solitaria” con tinte Irish, mentre “Alla bellezza dei margini”, con la voce recitante di Massimo Carlotto e le finezze musicali di Maurizio Camardi ed Enrico Pesce, chiude la prima parte. Le inconfondibili sonorità dei The Vad Vuc aprono il secondo disco con “Andeira”. “VCR” è un brano combat dal sapore andino, proposto dai validissimi Ned Ludd All Stars (che, oltre a Gianluca Spirito, vede Daniela Coccia – dal Muro del Canto – alla voce). Trascinanti i Flexus in “Carovane”; sempre raffinata Simona Colonna ne “Il respiro dell’universo”. Molto energica è “L’impazienza”, proposta da Giorgio Ravera (La Rosa Tatuata), accompagnato dalla scoppiettante chitarra elettrica di Paolo Bonfanti. “Fosbury” trova la giusta delicatezza nella versione di Daniele Gennaro. In “Evidenti tracce di felicità”, Lastanzadigreta coniuga felicemente la canzone d’autore con l’elettronica, mentre Cri e Sara Fou conferiscono a “Lettera di morte apparente” una dimensione acustica molto avvolgente. Roberto Billi riveste di solarità “Ovunque si nasconda”; “L’ultimo testimone” ha echi dance grazie alla Banda POPolare dell’Emilia Rossa. “Léngua ed ssu” è ricamata sulla fisarmonica di Fabio Martino e sul prestigioso violino di Steve Wickham (Waterboys, Sinéad O’Connor, U2). “Tè chi t’éi” viene proposta in una versione live di forte impatto, con Maurizio Camardi in compagnia de La Banda di Via Anelli. Un lavoro che è un vero gesto d’amore, dove ogni singolo artista è riuscito a personalizzare queste canzoni, che hanno preso il volo e sono diventate veramente di tutti. Operazioni come queste ci confortano e ci fanno capire che niente unisce come la musica. Lunga vita agli Yo Yo Mundi e alla loro strada fatta di storie, incontri, coraggio, memoria, impegno civile e, soprattutto, coerenza.

       

       

      Corzani Airlines: Nicole Coceangig

      di Valerio Corzani – blogfoolk.com

      Nicole Coceangig 
      (Premio Ciampi, Livorno, Novembre 2024)
      Foto di Valerio Corzani
      “Nel friulano ci sono parole che non possono essere tradotte in italiano (e questo è uno dei valori di una lingua), ma un modo di dire che mi ha sempre detto mia nonna e che ho sempre cercato di preservare è ‘fare del bene e dimenticarsi, fare del male e ricordarsi’. È un modo di dire insito nell’etica friulana, quello di fare del bene senza pretendere nulla in cambio e, invece, di sentire il peso del male arrecato con la speranza di poter rimediare”.
      Nicole Coceangig
      fotografie e suggestioni